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giovedì 3 ottobre 2019

Historial Boca-River in Copa Libertadores, la sfida che non finisce mai


Il gol spettacolare di Diego Latorre nel 1991
di Vincenzo Paliotto
 Con tutta probabilità nessuna sfida calcistica al mondo può avvicinarsi come intensità emotiva, culturale e di tradizione a Boca Juniors-River Plate. Proviamo ad immaginare allora il clima in quel di Buenos Aires alla vigilia di questa ennesima sfida nella Copa Libertadores, che peraltro si gioca in semifinale. Le due eterne rivali si sono affrontate già 26 volte nel massimo torneo continentale, registrando 10 successi per i zeneises, 8 per i millionarios e anche 8 pareggi. La prima volta accadde nella Primera Fase del 1966 e vinse il River 2-1 (gol di Sarnari, Bayo e Alfredo Rojas). Tuttavia, fu il Boca nel 1977 a vincere un primo confronto importantissimo, peraltro di misura grazie ad una punizione battuta a sorpresa da Ruben Sunè, che trasse in inganno il buon Fillol, ancora intento a sistemare la barriera. Mentre nel 1978 nella Segunda Fase ancora il Boca si affermò, ma questa volta in casa degli avversari per 0-2 con reti di Mastrangelo e Salinas. Il River vinse poi di misura nella Primera Fase del 1986, ma quel successo nel Superclasico fu un buon viatico per la prima vittoria finale proprio di quell’anno. Al tempo il Boca aveva vinto già due volte il titolo continentale. Il gol dell’uruguagio Antonio Alzamendi risolse quell’intricato match.
 La noche involvodable però si registrò in favore del Boca nel 1991. Il River andò in vantaggio per 1-3 alla Bombonera con doppietta di Borrelli e gol di Zapata, inframmezzati soltanto dal punto di Latorre. Poi al 56’ accorciò Marchesini, al 71’ impattò Giunta e a tre dal termine in mezza girata fece il punto del 4-3 ancora Diego Latorre, che poi venne anche in Italia alla Fiorentina. Mentre la gara di ritorno in casa del River si risolse con una doppietta in favore del Boca dell’implacabile Gabriel Batistuta.

 Con la nuova formula della Copa divennero più frequenti, invece, gli scontri nella fase ad eliminazione diretta. Ed infatti nel 2000 il Boca Juniors guadagnò la qualificazione, vincendo per 3-0 (gol di Delgado, Riquelme su rigore e Palermo) in casa in una partita epica, dopo aver perso per 2-1 al Monumental.  Boca che poi si affermò anche nel 2004, ma questa volta all’altezza delle semifinali e questa volta passando con i tiri dagli undici metri. Nel 2015 cominciò la riscossa del River, che si affermò negli ottavi grazie ad un solo gol utile, mentre nel 2018 i millionarios vinsero addirittura la finale di Copa Libertadores più combattuta e problematica della storia. Il River giocò il confronto casalingo al Bernabeu di Madrid e vinse per 3-1 non prima dei tempi supplementari. Anche questa volta ne siamo certi non mancheranno le emozioni forti ed in qualche caso anche le intemperanze. Nel 1982 la dittatura militare voleva far giocare questo Superclasico alle Isole Malvinas, contese con un conflitto bellico dagli inglesi. Non se ne fece nulla, ma anche questa è un’altra storia.

mercoledì 10 febbraio 2016

Alla faccia del calcio


di Vincenzo Paliotto

Ho provato decisamente emozione a ripercorrere le tappe della carriera e soprattutto i gol di John Aldridge, eroe non dimenticato del Liverpool e della nazionale irlandese, in particolare perché si trascinava dietro racconti piacevolissimi del calcio degli Anni Ottanta e Novanta. Giovanni Fasani e Matteo Maggio sono due blogger di notevole spessore che da tempo si divertono a scrivere racconti di calcio. Racconti dettagliati, belli, che hanno approfondito vari temi con lo spirito degli intenditori. E finalmente questi loro racconti dettagliati e molto documentati sono diventati una realtà, un vero libro edito da Urbone Publishing. Alla faccia del calcio è il titolo del loro volume di 140 pagine che raccoglie 20 racconti provenienti dal calcio degli Anni 80 e 90, un calcio che tanto piaceva e piace a tutti noi. Maggio e Fasani hanno il merito di sviscerare storie belle e straordinarie, spesso immeritatamente dimenticate nelle pagine degli almanacchi e degli annuari della storia del calcio, ma che indirettamente ci fanno riflettere anche sul calcio di oggi.

Da Alex Ferguson al magico Gonzalez. Si parte con il Vecchio Continente, rispolverando Alex Ferguson alla guida del miracoloso Aberdeen, ma anche con il sovietico Alexander Mostovoi, il bulgaro Kostadinov, Robert Prosinecki ed il meraviglioso John Aldridge, un irlandese goleador con il Liverpool e che fu anche il primo straniero ad andare a giocare a San Sebastian in Spagna con la maglia della Real Sociedad, che aveva scelto al via autarchica come l’Athletic Bilbao.  Il viaggio poi prosegue attraverso le Americhe con el magico Gonzalez, mirabolante calciatore salvadoregno, che fece miracoli calcistici a Cadice e che portò l’El Salvador ai Mondiali del 1982 in Spagna. Poi ci sono anche Branco ed  Ardiles e un ritratto inedito del Canada che andò ai Mondiali del Messico nel 1986, una nazionale che clamorosamente non poteva attingere risorse umane neanche da un campionato nazionale vero e proprio.

Un altro Zidane. Ad ogni modo, probabilmente la parte più succosa ed inedita del libro rimanda alle pagine dedicate al calcio africano, asiatico e dell’Oceania, rispolverando icone mitiche di un calcio rivelazione che per la prima volta si avvicinava al grande calcio. Insomma proviamo a rivisitare e rileggere le gesta di Steve Summer, il capitano della Nuova Zelanda in Spagna ’82, oppure il primo “samurai” del calcio europeo e per finire con gli eroi africani di Zambia, Algeria e Camerun. Proprio della nazionale algerina gli autori esaltano le prestazioni della squadra che nel 1982 battè ai Mondiali la Germania Ovest, anche grazie alla forza e alla sagacia tecnica di Djemal Zidane, uno che con un cognome così non ebbe le stesse fortune economiche di Zinedine Zidane, ma che a suo modo firmò una delle più grandi imprese del calcio mondiale.

 Alla faccia del calcio vi piacerà per la sua originalità e per la tenerezza con cui i suoi autori vi riporteranno all’interno di un calcio che purtroppo non c’è più, ma che rimane pur bello da rileggere e se possibile da rivivere. Affascinante anche la copertina realizzata da Stefano De Marchi


Fasani-Maggio, Alla faccia del calcio, 138 pp. 12,00 euro, Urbone Publishing

 

mercoledì 6 maggio 2015

EuropaLegaue2015: Semifinale Viola


Fiorentina-Rangers Glasgow 2008
di Vincenzo Paliotto
L’ultima semifinale del 2008. Per la settima volta nella sua più che gloriosa storia la Fiorentina approda ad una semifinale di una competizione europea e nello specifico per la terza volta in quella di Europa Legaue, che un tempo tutti sappiamo era semplicemente Coppa UEFA. I toscani non tagliano questo traguardo tanto prestigioso dalla stagione del 2007/2008, quando la strada per la finale gli venne sbarrata dagli scozzesi del Rangers Glasgow. In due partite, supplementari compresi, nessuna delle due contendenti riuscì a violare la porta avversaria e la contesa si risolse soltanto con i tiri dagli undici metri. Liverani e Vieri sbagliarono per la formazione di Cesare Prandelli, mentre il penalty decisivo dei gers fu messo a segno dallo spagnolo Novo. Un’eliminazione decisamente amara per una squadra che avrebbe avuto le carte in regola per giocare quella finale contro lo Zenit San Pietroburgo.

I leoni di Brema. Nel 1989/90, invece, la Fiorentina che da Bruno Giorgi era passata sotto la guida di Ciccio Graziani, ben prima di quella che fu la sua esperienza al timone del Cervia per la performance televisiva di Campioni, prevalse al cospetto dei favoriti del Werder Brema in virtù del gol doppio segnato fuori casa. Al Weserstadion il biondo Marco Nappi portò in vantaggio la Viola, raggiunta poi allo scadere soltanto da una malaugurata autorete di Landucci. Tuttavia, nel retour-match la Fiorentina custodì il prezioso gol esterno, raggiungendo attraverso un pareggio a reti inviolate la finale contro al Juventus.

Antoninho, Petris e Hamrin. Tuttavia, la sua prima semifinale continentale la Fiorentina la giocò nel ’58 in Coppa dei Campioni, eliminando la fortissima Stella Rossa di Belgrado con un gol di Maurilio Prini all’87’ nella trasferta jugoslava. Poi a Firenze tennero lo 0-0. Quindi, nel ’61 in Coppa delle Coppe la Fiorentina anche prevalse in semifinale, schiantando gli ostici croati della Dinamo Zagabria, battuti per 3-0 a Firenze (Antoninho, Da Costa e Lazzotti), prima di rifarsi parzialmente sul 2-1 tra le mura amiche. Petris segnò il gol della provvidenza dopo la pericolosa rimonta quasi risucita degli zagrebesi. Nel ’62, invece, i viola la spuntarono contro i forti magiari dell’Ujpest Dozsa, battuti da una doppietta dell’uccellino Hamrin a Firenze e quindi di misura a Budapest, da un gol del turco Can Bartù, ex-cestista ma con una grande attitudine per il calcio. L’ultima semifinale in Coppa delle Coppe la Fiorentina la giocò poi nel 1996 di fronte al Barcellona di Ronaldo. Dopo l’1-1 del Camp Nou, gol di Nadal e quello mitico di Batistuta, con l’esultanza che ammutoliva i catalani, il Barca si impose a Firenze con i gol di Couto e Pep Guardiola. Ma l’arbitro svedese Frisk ci mise del suo e l’Artemio Franchi si incavolò non poco.

Malasuerte iberica. Oltretutto la Fiorentina vanta poche giornate positive al cospetto delle spagnole. Una sola volta la formazione toscana è riuscita a qualificarsi contro una compagine iberica. Nella Coppa UEFA del 1989/90 superò l’Atletico Madrid di Futre e Baltazar, ma soltanto con i tiri dagli undici metri. Decisivo fu Roberto Baggio dal dischetto, dopo che Landucci aveva neutralizzato il tiro di Manolo. I viola giocano per la prima volta contro il Siviglia, ma i maggiori dispiaceri sono derivati in precedenza da Real Madrid, Atletico Madrid, Barcellona e Valencia.

sabato 2 maggio 2015

Il campionato più bello del mondo: Gli amarcord Napoli-Milan


Napoli-Milan al San Paolo, i capitani Maradona e Baresi
di Vincenzo Paliotto

 Il dualismo per lo Scudetto tra la Roma e la Juventus dell’inizio degli Anni Ottanta fu ripreso nel giro di poche stagioni da il Napoli ed il Milan, che avevano ereditato i rispettivi ruoli di nuova grande del Centro-Sud che andava a sfidare i potenti dell’Italia Settentrionale. Anche se in questa bellissima sfida si sono sovrapposte anche tematiche diverse. Il Milan che puntava al gioco ed al collettivo che  andava a contendere il primato alla sacralità di Diego Armando Maradona ed al suo gruppo che aveva creato al Napoli. In tutto questo Napoli-Milan era diventata una sfida imprescindibile per le sorti del campionato italiano e  con numerosi ed inattesi capitoli. Nel 1986/87 il Napoli ottiene il primo storico Scudetto della sua storia e due punti decisivi arrivano in un match interno in cui gli azzurri di Bianchi superano i rossoneri. Maradona sigla probabilmente nell’occasione uno dei gol più belli della sua vita, evitando in dribblin gran parte della difesa rossonera. Gli altri gol di giornata sono di Andrea Carnevale e quello inutile di Virdis. Ma il Milan è ancora lontano dalle vette. Vi ci arriva nella stagione successiva in cui, dopo un lungo inseguimento, va a contendere proprio il titolo al Napoli. In realtà sono i partenopei che sono colti da una strana e poco concepibile distrazione proprio nel momento topico della stagione. Il vantaggio è cospicuo, ma il Milan risucchia punti e si presenta al San Paolo in corsia di sorpasso. Gli uomini di Sacchi vanno in vantaggio con Virdis, poi pareggia Maradona con una punizione magistrale. Dieguito è l’unico a non arrendersi in un Napoli arrivato sorprendentemente stanco nelle ultime giornate. Maradona ha provato a scuotere l’ambiente con le sue famose dichiarazioni ad effetto: “Non voglio vedere bandiere rossonere in casa mia”, ma il Milan dimostra maggior freschezza atletica e velocità di idee, vincendo per 3-2 con un altro gol di Virdis ed un di Van Basten, rientrato in campo dopo un lunghissimo infortunio. E’ il 1° maggio del 1988. Nonostante la acerrima rivalità, il pubblico del San Paolo riconosce la superiorità del Milan ed applaude i rossoneri, ormai prossimi vincitori del titolo, alla fine di quella partita, rendendo omaggio al grande calcio espresso dal Milan di Sacchi.

 Il Napoli attende la sua rivincita. Nel 1988/89, a pochi mesi da quella cocente sconfitta interna, il Napoli al San Paolo rifila un sonoro 4-1 al Milan, decretandone lo stato di crisi della truppa di  Arrigo Sacchi. Maradona con un geniale colpo di testa scavalca l’avventata uscita dai pali di Giovanni Galli. Poi segnano Careca, Francini ed ancora Careca, con il gol della bandiera di Virdis dagli undici metri. Ma una vera rivincita avviene nel 1989/90. Questa volta è il Napoli a sorpassare in graduatoria il Milan alla penultima giornata. I rossoneri cascano a Verona, mentre il Napoli espugna Bologna per 4-2. Segnano Careca, Maradona, Francini ed Alemao. La dipartita di Maradona dall’Italia consegna però dopo il 1991 una sfida al campionato italiano, comunque, vibrante, ma senza troppi importanti protagonisti. Anche se la sfida Milan-Napoli rimarrà pur sempre tra le più calde del nostro campionato.

 Dagli Anni Ottanta in poi Napoli-Milan diventa una sfida da non perdere per il campionato italiano ed un’appendice succosa la scrive Paolo Di Canio il 27 marzo del 1994, con un gol fantastico per il quale è ancora tanto amato dai napoletani. L’ex-laziale quasi sulla linea di fondo beffa gli insormontabili difensori rossoneri e poi fa gol a Sebastiano Rossi da posizione impossibile. E’ il Milan invincibile o quasi di Capello, mentre il Napoli ritrova la strada per l’Europa grazie a Marcello Lippi. Come dire che Napoli-Milan è pur sempre da raccontare.

 

giovedì 9 aprile 2015

Il campionato più bello del mondo: Baggio e Maradona, storie di N. 10


di Vincenzo Paliotto

 La prima volta che il loro genio calcistico si incontrò su un campo di calcio fu in un’occasione a dir poco importante: era il 10 maggio del 1987 e in un San Paolo stracolmo il Napoli festeggiava matematicamente il suo 1° Scudetto. Dieguito sapeva già di essere Maradona, il N. 1 al mondo, in quanto reduce da un titolo iridato strabiliante. Roberto Baggio dal suo canto non sapeva ancora di essere Baggio. Era da poco rientrato da un infortunio, ma bagnò quella partita di Napoli con un pregevole gol su punizione per l’1-1 finale. Maradona e Baggio avrebbero scritto pagine importanti per il calcio italiano e non solo e sarebbero stati i più amati di un calcio che non c’è più. Un calcio legato esclusivamente alle prodezze dei giocatori in campo, un calcio ancora dedito alla bellezza estetica del gesto tecnico, un calcio leale o quasi.

 Le sfide tra i due N. 10 avrebbero del resto goduto sempre di un certo fascino. Maradona era l’extraterrestre del pallone effettivamente quasi inarrivabile, Baggio l’italiano che sapeva giocare meglio al calcio, anche se molte volte escluso da allenatori e direttori tecnici, ma soprattutto l’italiano che meglio sapeva giocare in stile sudamericano. Era di Caldogno in provincia di Vicenza, ma rivelò il suo talento a Firenze. Nel gennaio dell’88 il suo talento però affogò al San Paolo di fronte ad un Napoli straripante che vinse 4-0 (un gol di Maradona), mentre nel girone di ritorno ottenne una vittoria di prestigio per 3-2 a Firenze, che tolse definitivamente il titolo ai partenopei. Nell’88/89, invece, il bilanco tra Dieguito ed il Divin Codino fu tutto in favore dell’argentino con due vittorie abbastanza nette in campionato.

 Poi venne la sfida del 17 settembre del 1989, 5° giornata del campionato di Serie A. Il Napoli affidato ad Albertino Bigon era partito bene in campionato, seppur dovendo rinunciare in parte a Maradona, arrivato in sovrappeso e con la voglia di lasciare Napoli. Non riusciva sopportare più la pressione della città e del calcio italiano. Ma Ferlaino lo convinse con le buone e con le cattive a restare e a non andare a Marsiglia e Diego si presentò con qualche kilo di troppo. In quel pomeriggio di sole Baggio cominciò a fare il Maradona all’altezza del 22’. Il suo gol era di chiaro stampo maradoniano. Partenza in slalom e dribbling da centrocampo fino ad arrivare nei pressi della porta di Giuliani. Inarrestabile, 1-0 per i Viola al San Paolo. Poi lo stesso Baggio raddoppiò dagli undici metri. Maradona però era ancora il Dio del pallone. Subentrò al 46’ a Mauro ed impose al Napoli ritmi ossessivi. La Fiorentina si impressionò e crollò anche per sfortuna: autorete di Pioli, pareggio roboante di Careca e gol della vittoria di Corradini a tre dal termine. Anche il retour-match fu in favore del Napoli, gol di Luca Fusi in trasferta.

 Ma in realtà quella sfida tra N. 10 del San Paolo sembrò non essere mai finita. In quanto il 3 luglio del 1990 Baggio e Maradona si affrontarono finalmente anche con la maglia della Nazionale.Era la semifinale della Coppa del Mondo. Maradona riuscì a schierare il pubblico del San Paolo dalla sua parte: “I napoletani sanno per chi tifare. Li insultano in tutti gli stadi e adesso vorrebbero il loro sostegno contro l’Argentina”. Napoli non seppe dire di no al suo Dio. Azeglio Vicini, invece, lasciò Baggio ancora in panchina, subentrò soltanto al 75’ in luogo di Giannini. L’Argentina vinse come tutti sanno ai rigori.

 Passarono pochi mesi, era il 1° settembre del ’90 e Baggio e Maradona si ritrovarono ancora al San Paolo, ma questa volta il Divin Codino aveva una maglia diversa, quella della Juventus. Il suo passaggio da Firenze a Torino ha fatto tanto discutere: cifra da capogiro e gran tradimento viola verso i colori più odiati. Sarà l’ultima volta che i due geni del calcio si sfideranno sul campo. Vinse Diego largamente per 5-1. La Juve di Maifredi faceva acqua da tutte le parti. Maradona inventò per Careca e Silenzi. Baggio segnò il gol della bandiera. Come dire, storie di Numeri 10.

mercoledì 18 marzo 2015

Europa League: Napoli passaggio per Mosca


Maradona a Mosca nel 1990
di Vincenzo Paliotto

 Il passaggio per Mosca ancora una volta non sarà facile per il Napoli. Nemmeno sotto la guida di Rafa Benitez, anche se il tecnico spagnolo ha storicamente da curricilum rivelato da sempre non poca dimestichezza con le competzioni di coppa. La cabala non è favorevole al Napoli, ma i partenopei in questo caso si augurano sorti migliori dopo un ottimo match di andata.

 
Match programm: Torpedo-Napoli 75/76
Ad ogni modo, all’interno della sua lunga storia europea non è la prima volta che le sorti continentali dei partenopei passano per la capitale russa. Nel primo turno della Coppa UEFA del 1975/76, infatti, il Npaoli incrocia le proprie ambizioni con la Torpedo Mosca, una delle grandi del calcio moscovita, ritornato in auge dopo un periodo di appannamento. Il Napoli dal suo canto è affidato ancora alla cura tecnica di Luìs Vinicio, il tecnico che più degli altri è andato vicino al tanto agognato titolo nazionale. E’ il caso di dire che l’ing. Corrado Ferlaino non bada a spese per rinforzare il Napoli ed infatti acquista per una cifra esorbitante il centravanti del Bologna Beppe Savoldi. L’investimento è quantificato in 1 miliardo e 300 milioni di lire più i cartellini di Rampanti e Clerici. Si scatenano molti dei moralisti di stanza nel Belpaese, accusando il Calcio Napoli di spendere tutti quei soldi per un solo giocatore di calcio, mentre la città è afflitta da problemi sempre più seri, inghiottita dalla disoccupazione, affranta dalla camorra e sconquassata oramai cronicamente dalla disorganizzazione.
Soltanto l’arguto ed inarrivabile giornalista Enzo Biagi, che qualcuno più tardi con il famigerato Editto di Sofia decise di oscurare nel sistema della comunicazione italiana, sottolineò che: “A Napoli sono in crisi per non aver venduto qualche uomo politico, non per aver comprato Savoldi”. L’acquisto di Savoldi genera inevitabilmente entusiasmo per una città che vive di calcio e Ferlaino conta prima dell’inizio del campionato ben 70.000 abbonati.

 L’impatto con la Torpedo è però traumatico. Il 17 settembre del ’75 il Napoli già nella gara di andata a Mosca compromette il suo cammino europeo. I sovietici, che sono nel pieno della loro stagione agonistica, vantano una condizione fisica invidiabile. Griscin apre le marcature al 2’, quindi Saknarov replica al 30’. Poi ci pensa per fortuna Savoldi a tenere a galla i suoi, realizzando al 35’ un prezioso punto fuori casa. Ma Vinicio, a cui spesso incautamente piace giocare all’offensiva, ad un quarto d’ora dal termine avvicenda il centrocampista Boccolini con il capellone Braglia. Il risultato è catastrofico, in quanto la Torpedo segna altre due volte con Griscin e Berlenkov negli ultimi minuti. Il 4-1 è troppo pesante da ribaltare. La Torpedo poi passa in vantaggio anche a Napoli con Filatov, prima del pareggio d’orgoglio ma inutile di Braglia.

Spartak Mosca-Napoli 1990/91
Il Napoli sarebbe poi ritornato a Mosca questa volta forse per un’ocacsione ancora più importante nel 1990, quando è iscritto alla Coppa dei Campioni. Dopo aver eliminato l’Ujpest Dozsa, il Napoli trova nel sorteggio lo Spartak Mosca di Romanscev. La gara di andata al San Paolo non è fortunata. Il Napoli, ben ispirato da Maradona, coglie tre pali con Francini, Incocciati e Baroni. Poi anche i russi nel finale sono pericolosi, ma si decide tutto a Mosca. Maradona è ancora una volta protagonista, in quanto non parte con la squadra e rende ad Albertino Bigon la vigilia abbastanza difficile, anche perché manca anche Careca. Dieguito subentra poi a Zola nella ripresa, dopo una visita guidata speciale alla Piazza Rossa, che fu aperta in esclusiva soltanto per lui. Il Napoli potrebbe farcela. Francini spreca l’ocacsione della vita. Ma ai calci di rigore i russi sono impietosi. Mostovoj realizza il tiro decisivo. Realizza Maradona ma sbaglia Baroni, che calcia malamente a lato. Zitti e Mosca.

martedì 10 febbraio 2015

Esterophilia: Grasshoppers-Basilea


di Vincenzo Lacerenza (www.calciofuorimoda.blogspot.com)

 
Grasshopper-Basilea 3-0 (14/04/1996, turno finale Lega svizzera, settima giornata)

Grasshopper Club:
Zuberbühler; Haas, Vega, Gren, Gämperle; Lombardo, Koller, Vogel. Ibrahim (82. Smiljanic); Erceg (60. Abdullahi), Türkyilmaz (90. Jodice). Allenatore: Cristian Gross

FC Basilea: Huber; Ceccaroni, Meier, Walker, Orlando; Cantaluppi, Nyarko, Smajic, Sutter; Okolosi (46. Zuffi), Hakan Yakin (69. Konde). Allenatore: Karl Engel

Marcatori: 32' Vega, 84' Türkyilmaz, rig. 90' Türkyilmaz

Arbitro: Serge Muhmenthaler

L'Hardturm, per lui, non aveva segreti. Prima di salire su un treno per Losanna e spiegare le ali verso una brillante carriera, aveva calcato per due anni quel terreno di gioco. Il Kreise 5 di Zurigo l'aveva respirato tra il '73 e il '75, eppure quando nel 1993 tornò, gli sembrò tutto diverso. Ma non tanto per il tempo che passa e che ineluttabilmente porta via con sè quello che è stato, tanto quanto per la situazione emergenziale che aveva trovato al suo rientro. La "Z" stilizzata cucita sul cuore l'aveva portata soltanto per due stagioni, ma tanto era bastato per fargli capire cosa significava essere un Hoppers. Per chi nasce ad Hinwil, diecimila anime e una spolverata di neve lunga tutt'un anno, daltronde la scelta è inevitabile: Zurigo o Grasshopper. Zuri o Hoppers. La working class o l'eleganza aristocratica del pallone. Una dicotomia vecchia quanto il mondo: il primo derby si era giocato niente meno che nel 1897, lo stesso anno in cui un gruppo di giovincelli del Liceo d'Azeglio fondò la Juventus. Aveva ancora i capelli, anche se leggermente stempiato, quandò si infilò tra i viali acciottolati di Kreise 5 e giocò la sua partita ufficiale con gli Hoppers. Era ormai glabro quando si sedette, nel 1993, sulla panchina dei bianco-azzurri. Erano passati vent'anni e niente era più lo stesso. Christian Gross prese il timone della squadra in uno dei periodi più bui della formazione elvetica: l'anno prima gli Hoppers avevano rischiato persino di retrocedere, riuscendo però a cogliere la ciambella di salvataggio offerta dai playout. Non erano anni felici quelli. Erano in tanti a pensare che una ventata di novità avrebbe giovato alla squadra. Ma nessuno, nemmeno i più ottimisti avrebbero pensato a quello che di lì a poco si sarebbe materializzato. I più perfidi pensarono persino ad un'operazione di marketing da dare in pasto ai tifosi delusi dalle ultime scottanti annate. Ma furono subito smentiti. Da Gross, dal Grasshoper, dai risultati. Che arrivavano a grappoli: vicecampioni al primo tentativo, titolo e fiumi di birra l'anno dopo. Ma non era finita. Si erano ormai abituati a vincere, l'annus horribilis era ormai alle spalle, ma volevano seminarlo sempre più, fino a farlo diventare un pallido ricordo. Il campionato mantenne le aspettative della piazza: i biancoazzurri conclusero, appaiati in vetta insieme al Sion, la stagione regolare. Il bello doveva ancora venire. E sarebbe venuto ai playoff, che poi non erano nient'altro che una mini-lega composta da otto formazioni, le prime della stagione regolare, dove tutte contro tutte si battagliavano lo scettro elevetico in gare di andata e ritorno, per un totale di quattordici incontri. Senza esclusione di colpi, a tutto vantaggio dello spettacolo e dell'adrenalina.
Mentre in un campionato se si sbaglia c'è modo e tempo per attutire il colpo, qui un errore può costare il titolo.

domenica 11 gennaio 2015

Esterophilia: Deportes Iquique-Colo Colo

di Vincenzo Lacerenza (www.calciofuorimoda.blogspot.com)
Colo Colo: Rojas, Garrido, Astengo, O. Rojas, L. Hormazabal, Pizarro, Jauregui (Gonzalez), Ormeno, Vera, Rubio, Gutierrez. All. Arturo Salah
Deportes Iquique (rosa): Antunez, Araya, Cantillana, G. Carreno, J. Carreno, Caucoto, Delgado, Figueroa Droguett, Ehrlich, Estay, Gomez, Gutierrez, Lobos, Marambio, Mejias, Olivera, Pacheco, Pavez, Rojas, Sarabia, Vega, Velasquez, Zamora. All. Jaime Campos
Marcatori: 21' Vera, 48' Carreno, 63' aut. Gutierrez.
Arbitro: Victor Ojeda

La Primera Divison cilena 1986 è stato un campionato all'insegna dell'equilibrio; serratissimo, con le prime cinque delle graduatoria finale racchiuse in otto punti e con la necessità di disputare uno spareggio tra la prima e la seconda classificata per l'assegnazione del titolo. Per il Colo Colo è l'anno dei grandi cambiamenti. Dopo cinque stagioni, tre coppe del Cile e due titoli nazionali, termina il ciclo di Pedro Garcia Barros, allenatore che in futuro siederà anche sulla prestigiosa panchina della Roja; prende forma invece quello di Arturo Salah, ex colonna dell'Universidad de Chile e per questo inizialmente inviso alla tifoseria colocolina. Dal mercato, poi, arrivano due importanti rinforzi: Hebert Revetria e Hugo Rubio. Cavallo di ritorno con esperienze in giro per il continente latinoamericano il primo, figlio d'arte e centravanti di grande eleganza il secondo. Proprio Rubio, che assaggerà anche le pressioni del campionato nostrano tra le fila del Bologna e Revetria, autore di quattro reti quell'anno, saranno tra i principili artefici della trionfale cavalcata colocolina in campionato.
 Al letale tandem offensivo si aggiungono le reti, quattordici in quella stagione, di Jaime Vera, volante dotato di uno spiccato senso del goal che militerà anche in Europa tra le fila dei greci dell'OFI Creta. Da non trascurare nemmeno il fondamentale apporto di gente del calibro di Jaime Pizarro, raffinato prodotto del vivaio colocolino, Juan Gutierrez, Fernando Astengo, roccioso centrale abile nel gioco aereo e Roberto Rojas, soprannominato il Condor, ma noto alle cronache internazionali sopratutto per la storia controversa a lui legata. Si sta giocando la sfida Brasile-Cile. Lo stadio è il Maranà di Rio de Janeiro. La partita è un crocevia decisivo verso i mondiali italiani del 1990. La Roja deve solo vincere, ma intanto è sotto di una rete. Al 70' un bengala spiove accanto all'estremo difensore cileno, all'epoca in forza ai brasiliani del San Paolo. Rojas si accascia a terra, si contorce, usa i guantoni per coprirsi il volto. Poi arrivano i soccorritori, entra la barella e il portiere viene portato via in una maschera di sangue. Più tardi si scoprirà che era tutta una vergognosa messinscena.

lunedì 5 gennaio 2015

I giorni del Grifone: Il capolavoro di Onorati


di Vincenzo Paliotto (I giorni del Grifone, rubrica di amarcord dedicata al club più antico d'Italia)
 
Un pesante nubifragio abbattutosi su Genova e tutta la Liguria aveva fatto saltare il match di campionato del Feraris contro l’Atalanta. Il campo era praticamente inzuppato, scatenando gravi polemiche. Il Ferraris aveva prima di Italia ’90 uno dei migliori manti erbosi del pese, dopo la rassegna iridata invece lo stesso terreno di gioco non aveva più la stessa tenuta. Comunque, il match contro gli orobici fu spostato al giorno successivo del lunedì 14 gennaio del 1991, con un Genoa ben posizionato in classifica, ma reduce da due sconfitte consecutive. Due sconfitte particolarmente amare, scaturite da un’autorete di Simone Braglia al Sant’Elia di Cagliari e per 2-1 a San Siro contro l’Inter, in una partita tutto sommato equilibrata.

 Ad ogni modo, l’Atalanta si presentava come un avversario indubbiamente scomdo. Squadra ostica ed in un ottimo momento della sua storia calcistica. Il buon Osvaldo Bagnoli caricò però l’ambiente nel modo giusto ed il Genoa chiuse la pratica orobica nella prima frazione di gioco. Il Genoa giocò con: Braglia, Torrente, Branco, Eranio, Caricola, Signorini, Ruotolo, Bortolazzi, Aguilera, Skuhravy e Onorati. Frosio per l’Atalanta rispondeva con: Ferron, Contratto, Pasciullo, Porrini, Bigliardi, Progna, Bordin, Bonacina, Evair, Nicolini e Caniggia. Arbitro: Guidi di Bologna.  

 Il mattatore di giornata fu prorpio uno dei pupilli del Mago della Bovisa, quel Roberto Onorati, persino bistrattato da qualche suo predecessore, ma che si rivelò una pedina fondamentale per quel Genoa di formato europeo. Vice di Antognoni e Baggio nella sua militanza viola, Onorati era dotato di un gran piede, ma anche di un tiro dalla distanza, capace di condannare anche i migliori portieri tra i pali. La sua prodezza personale di quel lunedì pomeriggio, però, andò oltre. Progressione in dribling sull’out mancino, supera in slalom due, tre avversari e quindi tiro a girare con il destro sul palo lungo, che batte inesorabilmente l’estremo difensore bergamasco. E’ una prodezza che rimane nel cuore dei genoani. La grande giornata dei Grifoni viene poi completata da Tomas Skuhravy, che di prepotenza ed astuzia sigla un gran gol dopo la mezz’ora del primo tempo, su un lancio impeccabile del solito Bortolazzi. Il Genoa sale al 6° posto in calssifica, con 17 punti ed in coabitazione del Torino.

 

sabato 20 dicembre 2014

Amarcord di Torino-Genoa, gol di Fortunato


Andrea Fortunato
di Vincenzo Paliotto (I giorni del Grifone, rubrica dedicata al club più antico d’Italia)

 Aveva bisogno di almeno un punto il Genoa in quell’assolato pomeriggio di aprile in casa dei cugini del Torino. La squadra affidata al fido Claudio Maselli arrancava nei bassifondi della graduatoria, galleggiando giusto insieme al Brescia, all’Udinese e ninetemeno che alla Fiorentina di Batistuta. Il Torino dal suo canto avrebbe avuto maggiori fortune in Coppa Italia, vincendola, dopo una grande lotta con la Roma. Maselli, reduce dalla preziosa vittoria interna ai danni dell’Udinese (gol di Branco) e che aveva rilevato in panchina con successo Gigi Maifredi, schierò così il Grifone: Spagnulo, Torrente, Andrea Fortunato, Panucci, Collovati, Branco, Ruotolo, Bortolazzi, Padovano, Skurhavy e Cavallo. Dall’altra parte Mondonico rispondeva con: Marchegiani, Cois, Sergio, Daniele Fortunato, Annoni, Fusi, Mussi, Venturin, Aguilera, Scifo e Poggi.

 
Faceva senza dubbio un certo effetto vedere dall’altra parte della barricata il Pato Aguilera con la maglia granata, ma il calcio era ed è anche questo: una questione di ex. Dopo qualche tentativo in velocità di Padovano di squassare la difesa dei locali, fu Spagnulo a metterci qualche pezza. Ma la svolta del match arrivò nella ripresa. Al 59’ il lungagnone Silenzi si trasformò nelle vesti di suggeritore, pennellando un ottimo assist per la testa di Scifo, che insaccò sul filo del fuorigioco. Un gol insomma anonimo nella dinamica creata dai suoi protagonisti. Il Genoa ebbe però una reazione fulminea e tre minuti più tardi, al 63’, impattò. L’azione nacque sull’asse Panucci-Andrea Fortunato, con potente conclusione mancina di quest’ultimo. Marchegiani venne trafitto ed il Genoa avrebbe portato a casa un ottimo punto. Anzi l’olandese John Van’t Schip, ex dell’Ajax, proprio nel finale sfiorò anche il gol della vittoria.

 Un punto fin troppo prezioso, grazie anche al quale i genoani avrebbero evitato la retrocessione (nell’anno del suo Centenario peraltro), che invece colpì la Fiorentina, pur dotata di un ottimo organico. Andrea Fortunato, classe ’71 di Salerno, fu eroe di quel match e non solo. Segnò anche nell’ultima partita contro il Milan ed a fine campionato venne ceduto alla Juventus, dopo 33 presenze e 3 gol con il Grifone. Arrivò anche alla Nazionale. Morì a causa di un male incurabile qualche anno più tardi, lasciando una profonda amarezza nel mondo del calcio.  

giovedì 2 gennaio 2014

Le leggende del gol, 9a- Erwin Vandenbergh


 In mezzo alla grande quantità di stelle calcistiche e di cannonieri degli Anni Ottanta forse il nome di Erwin Vandenbergh finisce anche per trovare poco spazio, ma il bomber belga ha indubbiamente dalla sua parte i numeri ed un bottino infinito di reti realizzate. Ha esordito nelle file del Lierse, ha poi militato con l’Anderlecht, il Gent ed il Molenbeek, al di là di una proficua esperienza nel Lille dal 1986 al 1990, in compagnia in attacco del connazionale Desmet. Vandenbergh ha vinto comunque per 6 volte il titolo di capocannoniere del campionato bel ga: nel 1980, 81, 82, 83, 86 e 1991. Nel 1980 alla guida dell’attacco del Lierse ha messo a segno 39 gol che gli sono valsi la Scarpa d’Oro europea, davanti al magiaro Fazekas dell’Ujpest Dozsa con 36 e a Schachner dell’Austria Vienna con 34. Complessivamente ha realizzato in carriera nelle squadre di club 293 gol. Ha vinto inoltre due volte il campionato belga con l’Anderlecht ed una Coppa UEFA nel 1983, di cui ne fu anche il capocannoniere di quella edizione.

 Inoltre è stato anche un punto inamovibile della nazionale dei diavoli rossi con 48 presenze e 20 gol all’attivo, vincendo la medaglia d’argento nella Coppa Europa del 1980. Ha partecipato anche ai Mondiali del 1982 e del 1986. Nell’82 in Spagna fu autore del gol che nella gara inaugurale superò l’Argentina. Vandenbergh, un cannoniere insaziabile.

lunedì 23 dicembre 2013

Le leggende del gol 8a- Marco Van Basten


Un giovanissimo Mark Van Basten
 Il vero fuoriclasse e cannoniere del calcio olandese fu, ad ogni modo, Marco Van Basten, attaccante di classe e potenza oltretutto votato e segnalato dagli addetti ai lavori tra i migliori calciatori di sempre nella storia del calcio. Purtroppo la carriera del Cigno di Utrchet fu interrotta bruscamente in seguito ad un infortunio insanabile in età neanche troppo avanzata, quando il calciatore olandese avrebbe potuto esprimere ancora gran pare della sua enorme cifra tecnica. Van Basten in pratica fu costretto ad appendere le scarpette al chiodo all’età di soli 28 anni.

 Cresciuto nel piccolo Elijnwijk, debuttò nell’Ajax al posto di Johann Cruyff nel 1981. La sua carriera con gli ajacidi fu ricca di gol fino al 1987, anno del suo trasferimento al Milan. Con l’Ajax, infatti, vinse tre volte l’Eredivise, 3 volte la Coppa d’Olanda ed una Coppa delle Coppe nel 1987, battendo in finale la Lokomotive Lipsia proprio con un suo gol. Vinse comunque anche 4 volte la classifica dei cannonieri del campionato olandese: nell’84 (28 gol), nell’85 (22), nell’86 (37) e nell’87 (32). Nel 1986 infatti vinse anche la Scarpa d’Oro come miglior bomber europeo.

 Nell’esatte del 1987 passò al Milan insieme a Ruud Gullit. In rossonero vinse tutto: 4 Scudetti, 4 Supercoppe Italiane, 3 Coppe dei Campioni, 2 Supercoppe Europee, 2 Coppe Intercontinentali. E’ anche 2 volte capocannoniere della Serie A: nel 1990 con 19 gol e nel 1992 con 25.  Con la Nazionale Orange invece ha vinto la Coppa Europa nel 1988, grazie anche ad uno suo sensazionale gol in finale contro l’URSS. Complessivamente in carriera tra Ajax e Milan ha giocato 373 partite con 277 gol all’attivo, mentre in Nazionale ha giocato 58 volte con 24 gol. Per 3 volte ha ricevuto il Pallone d’Oro. Tra i più grandi di sempre.

sabato 26 ottobre 2013

Il campionato più bello del mondo: l'esordio del giovane Buffon


 
Con Luca Bucci infortunato e con Alessandro Nista ancora non al top della forma, ad appena 17 anni Gianluigi Buffon, un predestinato, debutta nel campionato di Serie A, in effetti il più bello del mondo, in una partita estremamente difficile dal punto di vista tecnico ed emotivo e cioè al cospetto del Milan stellare di Fabio Capello. E’ il 17 novembre del 1995 ed il Tardini assiste quasi incredulo alla rivelazione di uno dei miti del calcio italiano. Buffon si mette tra i pali del Parma e giovanissimo evita a Weah e compagni di violare la porta del club gialloblu. L’esordio di Buffon è addirittura strepitoso. Il futuro numero 1 della Nazionale Italiana sventa ogni possibile insidia con la bravura quasi di un veterano. Oltretutto il pareggio a  reti inviolate conseguito contro i rossoneri consente allo stesso Parma di rimanere in vetta alla graduatoria con 21 punti, proprio in coabitazione con la formazione meneghina. Sulla lunga distanza, però, il titolo tricolore sarà ad appannaggio dei milanisti, che rimangono in vetta sino al termine della stagione. Il Parma ed il calcio italiano, però, scoprono un grande estremo difensore che, prima di emigrare alla Juventus, vince cose importanti con i parmigiani sia in Italia che in Europa. Buffon diventa oltretutto anche portiere quasi inamovibile della Nazionale.

sabato 19 ottobre 2013

Il campionato più bello del mondo: Il gol di Bati alla Juve


 
A Firenze senza mezzi termini la definiscono la madre di tutte le partite. Quando la Juventus scende fino alle rive dell’Arno per affrontare i viola fiorentini non c’è avversario per eccellenza che tenga. Quasi nessuna gioia calcistica è più grande per i fiorentini di quella di battere la Vecchia Signoria, che a Firenze viene sprezzantemente definitiva come la squadra dei gobbi. Nel corso delle vicende calcistiche la rivalità tra bianconeri e viola si è acuita a margini di contrasti forti se non epocali. Come lo Scudetto del 1982 scippato ai viola nell’ultima giornata, le accuse con tanto di diffamazione di Franco Zeffirelli, la finale di Coppa UEFA persa dalla Fiorentina nel 1990, il trasferimento del traditore Baggio e le contestazioni di Coverciano e tante diatribe ancora.

 La Fiorentina in tutto questo, però, non batte la Juve nientemeno che dal 13 dicembre del 1998. Una vittoria che addirittura valse il primato in classifica per  la squadra allenata da Giovanni Trapattoni, un ex-gobbo per dirla tutta. Al 58’ Gabriel Batistuta di testa impallinò il povero Peruzzi su preciso cross di Oliveira. L’esultanza del Franchi divenne incontenibile e la reazione della Juve di un certo Zidane si fece vanamente attendere. La Fiorentina poteva puntare al titolo, grazie anche allo straordinario Edmundo, brasiliano dal piede caldo e dalla testa matta. A febbraio, infatti, con la Fiorentina capolista e Batistuta infortunato, Edmundo decise di andare in Brasile a festeggiare il Carnevale ed i viola accusarono il colpo.

venerdì 28 giugno 2013

Lode a te Stefano Borgonovo


 Stefano Borgonovo aveva senza dubbio un grande carattere e, dopo una lunga al cospetto del più terribile degli avversari che allo stesso giocatore piaceva definire come la “stronza”,il calciatore ha perso, ma a testa alta, la sua partita più importante, quella della vita. 49 anni di Giussano, in provincia di Milano, Borgonovo è scomparso ieri, dopo aver lungamente combattuto contro la terribile SLA. Il calcio italiano ha provato ad onorare la sua memoria nel modo migliore, uscendo però sconfitta soltanto ai calci di rigore dalla forte Spagna nelle semifinali di Confederations Cup.

 Esploso nel campionato cadetto tra il Como e la Sambenedettese, rapace ma molto tecnico attaccante d’area di rigore, Borgonovo ha poi raccolto le sue soddisfazioni più significative con le maglie della Fiorentina, giocando in coppia con Baggio, e con quella del Milan, con cui ha conquistato anche una Coppa dei Campioni nel 1990. Ha vestito poi anche le maglie del Pescara e dell’Udinese, ma soprattutto quella della Nazionale Italiana.

 Stefano Borgonovo ci lascia così come successo ad altri eroi più o meno noti del modo del pallone, su tutti Gianluca Signorini ed Adriano Lombardi, ma ci mancherà il buon Stefano per i suoi gol e per il suo grande coraggio. « Io, se potessi, scenderei in campo adesso, su un prato o all'oratorio. Perché io amo il calcio » cosi egli stesso amava dire.

mercoledì 3 aprile 2013

Storia della Confederations Cup-2 Il successo di Miki Laudrup


 
Il geniale Miki Laudrup
Tre anni più tardi, per l’esattezza nel 1995, l’Arabia Saudita ospita anche la seconda edizione della King Fahd Cup, ma allarga sensibilmente il numero e la qualità delle partecipanti. Infatti, oltre ai sauditi padroni di casa, vengono invitati al torneo i Campioni d’Europa della Danimarca, ancora la forte Argentina, quindi il Messico vittorioso nella Gold Cup, la Nigeria nella Coppa d’Africa ed il Giappone trionfatore a sua volta in Coppa d’Asia.

 Le partecipanti vengono suddivise in due gruppi da tre squadre. Nel primo raggruppamento non mancano le emozioni con la Danimarca ed il Messico che hanno ragione a loro volta con l’identico punteggio di 2-0 dell’Arabia Saudita. Luìs Garcia, cannoniere dell’Atletico Mdrid, registra la parte del leone con una doppietta e quindi vai in gol anche al cospetto dei danesi. Ma gli danesi impattano con Peter Rasmussen giocatore dell’Aalborg e quindi sciorinano un buon gioco con Michael e Brian Laudrup. Gli scandinavi la spuntano poi ai calci di rigore sfruttando l’errore decisivo proprio di Luìs Garcia, attaccante grande protagonista e puntero dell’Atletico Madrid.

martedì 7 agosto 2012

La Supercoppa da Avellino a Pechino


 L’azienda avellinese Iaco Group di Igino Iacovazzi ha prodotto il trofeo della Supercoppa Italiana che verrà messo in palio sabato prossimo a Pechino al Nest Bird Stadium tra la Juventus vincitrice dello Scudetto ed il Napoli, che si è aggiudicato la Coppa Italia. Non è la prima volta che queste due squadre si affrontano per conquistare questo trofeo. Nel 1990 in un San Paolo gremito il Napoli strapazzò per 5-1 la Juventus di Gigi Maifredi, vincendo la sua prima ed unica Supercoppa Italiana della sua storia. Improbabile mattatore della serata partenopea fu tra gli altri anche il pennellone Andrea Silenzi, autore di una doppietta così come Careca. L’altro gol napoletano fu di Crippa. Baggio per la Juve segnò il gol della bandiera.

martedì 10 luglio 2012

Il Colosso di Buenaventura


di Vincenzo Paliotto (tratto da Napolissimo)

 Per il calciomercato nell’estate del 1994 il Napoli non aveva certo a disposizione proprio tanti soldi da spendere. Tuttavia, i dirigenti azzurri ben pensarono di affidarsi agli amici del Parma, con cui la società partenopea stava concludendo ottimi affari soprattutto in uscita. La compagine del Presidente Callisto Tanzi, colui che aveva capacità di far sparire somme di denaro abnormi e di mandare in frantumi un colosso come la Parmalat, nutriva di ottimi rapporti con il Sudamerica. Addirittura il cartellino di più di un giocatore sudamericano apparteneva direttamente alla Parmalat, che ne gestiva immagine e carriera agonistica. Un esempio su tutti fu quello del portiere brasiliano Taffarell. Nelle file dei brasiliani del Palmeiras, altra società con sulle proprie maglie in bella vista lo sponsor Parmalat, giocava un colombiano di talento come Freddy Rincon, che aveva già indossato la casacca dell’America Calì e che per la sua classe e la sua statura venne definito il Colosso di Buenaventura, sua città natale. Tanzi lo impacchettò e lo fece arrivare al Napoli quasi in regalo, ma nonostante i suoi 7 gol in campionato, il giocatore non convinse mai del tutto. Rincon a fine stagione riuscì addirittura a farsi ingaggiare al Real Madrid da Jorge Valdano, ma tenne fede ai suoi buoni propositi soltanto in Sudamerica, soprattutto con la maglia del Corinthians. Anche perché a Madrid tristemente alcuni gruppi ultras madridisti lo fischiarono con buu razzisti. Preferì ritornarsene nel suo paese e poi intraprendere la carriera di allenatore.

mercoledì 16 novembre 2011

Bravo Award-5a parte

Prosinecki con la maglia della Stella Rossa
 L’assegnazione del Bravo Award proseguì a pieno regime anche negli Anni Novanta ed il premio continuò a rimanere ambitissimo per i giovani talenti del calcio europeo. Successe a Roberto Baggio nell’albo d’oro il centrocampista della Stella Rossa di Belgrado Robert Prosinecki, che viveva una singolare e pericolosa coabitazione etnica all’interno del territorio jugoslavo. Di padre croato e di madre serba, giocò per la Jugoslavia e successivamente difese la maglia della Croazia, ma fu un asso della Stella Rossa. Un’esistenza molto difficile all’interno della polveriera dei Balcani. In classifica staccò il detentore del premio Roberto Baggio, nel frattempo accasatosi alla Juventus, ed il romanista Ruggiero Rizzitelli.

 Nel 1992 il Bravo Award affrontò una riforma epocale per la sua storia. Infatti, il riconoscimento non era riservato soltanto a quei giocatori che disputavano le coppe europee, ma a tutti i giocatori al di sotto dei 21 anni tesserati per una squadra tra la prima e seconda divisione dei rispettivi campionati. Il premio finì comunque nel ’92 nelle mani di Pep Guardiola, giovane regista del Barca e futuro allenatore dei Blaugrana. Precedette in classifica il milansita Demetrio Albertini ed il portoghese del Boavista Joao Pinto.

 Nel ’93, invece, il Bravo premiò il gallese con la maglia del Manchester United Ryan Giggs, nel primo dei tantissimi premi vinti dall’aletta dei red devils. In classifica precedette il basco dell’Atheltic Bilbao Julen Guerrero e gli italiani Dino Baggio della Juventus e Christian Panucci del Milan.