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lunedì 2 marzo 2020

Copa Libertadores 2020, historial Flamengo-Junior Barranquilla

di Vincenzo Paliotto
 Era un Flamengo ancora molto forte sulla carta, nonostante la dipartita verso il calcio italiano di Arthur Zico nell’estate del 1983. Ma proprio nel 1983, con Zico ancora in campo e  dopo poco tempo la scomparsa dell’allenatore Coutinho, colui che in qualche modo avrebbe voluto cambiare le abitudini di gioco dei brasiliani, il Flamengo vinse un nuovo titolo brasiliano, questa volta schiacciando in finale senza troppa storia il redivivo Santos, tornato molto tempo dopo l’addio di Pelè ad un appuntamento senza dubbio importante. Flamengo, passato nel frattempo sotto le cure di Carlos Alberto Torres, e Santos guadagnarono dunque un posto a testa per la Copa Libertadores del 1984, che i carioca giocarono con molte più ambizioni, peraltro infliggendo ancora due notevoli sconfitte ai santisti. le altre avversarie del girone brasiliano-colombiano erano l’America Calì, la squadra cara al narcotrafficante del Cartello cittadino Gilberto Orejuela Rodriguez, e lo Junior Barranquilla.
 Il Flamengo, che torna in campo per la prima volta dopo al conquista della Libertadores del 2019, riparte proprio dai colombiani dello Junior e quello del 1984 è l’unico precedente tra le due formazioni nel massimo torneo. In quella stagione la squadra flamenguista riportò al cospetto dei colombiani due vittorie nette. Il Flamengo vinse 2-1 a Barranquilla dinanzi a 45.000 spettatori, grazie al gol in apertura di Edmar, quindi il provvisorio pareggio di Barrios e quindi il gol decisivo nel finale di Tita, traslocato a Rio proveniente dal Gremio, dove aveva vinto un’altra Libertadores. Il protagonista finale fu però Ubaldo Matildo Fillo, arrivato a Rio dall’Argentinos Juniors, che nei minuti finali neutralizzò un penalty di Galvan. Fillo del resto in patria era specializzato, così come il suo grande rivale Hugo Gatti, a parare i calci di rigore. Nella gara successiva la Maracanà invece il Flamengo vinse per 3-1 e tutti e tre i gol portavano la firma di Edmar, talentuoso centravanti che i carioca avevano pescato nelle file del Cruzeiro in quella che sarebbe stata poi la sua unica stagione in maglia rossonera. Edmar fu l’eroe flamenguista in quello scorcio di stagione, prima di passare poi al Guaranì Campinas. Nell’esatte del 1988 sarebbe approdato addirittura in Italia nelle file del Pescara, dove avrebbe magicamente ritrovato altri suoi compagni del Flamengo come i titolati Junior e Tita.

 Il Flamengo del 1984 passò al girone di semifinale, ma non arrivò alla finale, fermato nello spareggio dal Gremio, che comunque abdicò al titolo continentale in favore dell’Independiente de Avellaneda.

mercoledì 12 febbraio 2020

Quando Erdogan era un calciatore

di Vincenzo Paliotto
RecepTayyipErdogan è dal 2014 il Presidente della Repubblica di Turchia in carica, dopo essere stato per tre mandati consecutivi anche il Primo Ministro del paese. E’ uno degli uomini più discussi e criticati degli equilibri politici ed economici dello scacchiere del Mediterraneo. Molti paesi hanno chiesto sanzioni a carico della Turchia e soprattutto di privarla di eventi dal punto di vista sportivo importanti, a cominciare dalla finale di Champions League in programma ad Istanbul il prossimo anno. L’aggressione ai curdi e l’attuazione di vere e proprie tecniche di sterminio praticate dall’esercito turco hanno suscitato rabbia ed in qualche caso reazione, ma la Turchia sembra non mollare, anzi gli stessi calciatori della nazionale di calcio hanno fatto gridare allo scandalo per il saluto militare da loro eseguito durante le partite. Qualcuno, come il mitico Hakan Sukur, ex tra le altre di Galatasaray, Inter e Torino, si è dissociato, entrando in rotta di collisione con lo stesso Erdogan ed il governo turco e di conseguenza quasi bandito dal sistema di comunicazione.
 Il calcio, del resto, gode di un’importanza vitale nel tessuto sociale turco e la stessa storia personale di Erdogan incrocia quella di un campo di calcio. Il Presidente turco vanta una vera e propria carriera agonistica, avendo militato nell’Erokspor, nel Camtli e quindi nello Iett Istanbul. Debuttò all’età di 15 anni nell’Erokspor, squadra del distretto della capitale di Kasimpasa nata nel 1959. Dai colori giallo e verdi è da sempre un tipico sodalizio sportivo, che lancia nell’orbita agonistica i giovani turchi. Erdogan in compagnia di NevruzSerif, ex-nazionale, è una delle glorie del club, mettendosi abbastanza presto in luce come attaccante dallo spiccato fiuto del gol. In verità tra l’orgoglio della madre, che accuratamente gli lavava e gli preparava gli indumenti di gioco, e la rabbia ed il risentimento del padre Ahmet, che lo avrebbero voluto unicamente proiettato verso gli studi. Ma l’attenzione di Erdogan verso il calcio era effettivamente alta, tanto che il giovane Recep riusciva a dividersi pur di giocare al pallone, tra gli studi all’Università di Marmara, lavori per contribuire alle spese della famiglia ed il campo di allenamento. Dopo un’altra proficua esperienza al Camtli, altra formazione di una divisione dilettantistica, nel 1975 l’Erdogan calciatore ha scaturito l’interessamento dell’Iett, la squadra dei trasporti della capitale, militante stabilmente nella terza divisione nazionale. Il suo reclutamento nell’organico della sua nuova squadra avvenne attraverso un’assunzione. Il 24 ottobre del 1975, infatti, Erdogan superò pienamente la prova di assunzione nella nuova società e diventa un dipendente ed un calciatore del club. Diventa subito un idolo dello Iett, che nel 1978 guidò a suon di gol alla vittoria nel I campionato amatoriale di Istanbul. Tuttavia, l’interesse nei suoi confronti era molto alto, tanto che pervenne una proposta di ingaggio da parte del Fenerbache. Soltanto l’opposizione strenua del padre fece tramontare definitivamente la trattativa. Mehmet Ali Gurses, l’allenatore della squadra, ne esaltava ampiamente le doti di attaccante. La sua permanenza in quella squadra si prolungò fino al 1981, tra diverse vittorie in campionato. Anche se era un calcio difficile e quasi eroico, con campi spelacchiati senza un filo d’erba e soprattutto esposto alle rudezze dei difensori turchi. Una volta in carriera venne pure espulso Erdogan, a causa di reiterate proteste nei confronti del direttore di gara di turco. Era d’altra parte dotato di un carattere deciso anche sui campi di calcio Erdogan, facendosi apprezzare quasi sempre in zona-gol.

 Il suo legame con il calcio non sarebbe, comunque mai svanito. Anche quando Erdogan sarebbe diventato un uomo politico a tutti gli effetti. Anzi il calcio continuò ad occupare un aspetto importante della sua vita, a cominciare dal Basaksehirspor, la squadra che personalmente segue e che ha portato ai vertici del calcio turco. Un rapporto difficile, però, da gestire, soprattutto al cospetto delle altre grandi del calcio nazionale. Gli ultras di Galatasaray, Fenerbahce e Besiktas si unirono in un fronte comune per riversarsi nelle strade di Istanbul e contraddire le direttive politiche di Erdogan. Ma anche questa è un’altra storia, una storia che la Turchia moderna fatica ad accantonare. 

giovedì 6 febbraio 2020

Prince Amoako, l'unico africano ad aver giocato una finale di Copa Libertadores




di Vincenzo Paliotto

 Quasi improbabile che giocatori e tecnici di altri continenti abbiano potuto far bene nella Copa Libertadores. Lo spagnolo Pablo Mari è stato il primo europeo a vincerla nel 2019 con la maglia del Flamengo. Invece un solo calciatore africano è riuscito quantomeno a giocare la finale della Copa più prestigiosa dell’America Latina. E’ la storia di Prince Koranteng Amoako, centravanti ghanese che si mise in luce alle Olimpiadi di Atlanta del 1996. Giocava con l’Asante Kotoko e le buone prestazioni  nella manifestazione a cinque cerchi lo portarono in Perù, alla corte dello Sporting Cristal a Lima. Il conjunto cervecero, nato nel 1954, giocò una straordinaria campagna in Libertadores agli ordini del tecnico Sergio Markarian e diventò la seconda squadra peruviana a giocare una finale dopo l’Universitario nel 1972. Era la squadra di Solano, Soto, del paraguayano Pedro Garay, di Julinho e dell’argentino Bonnet e quindi di Amoako.

 Negli ottavi lo Sporting Cristal con molta sorpresa superò il Velez Sarsfield con un gol in campo esterno a due minuti dal termine di Jorge Soto e nei quarti avrebbe sfidato sulle alture boliviane un agguerrito Bolivar, che tra i pali schierava un altro africano: Thomas N’Kono, ormai un po’ avanti con gli anni ma che spinse l’undici di La Paz veramente lontano nella Copa. In Bolivia i padroni di casa prevalsero per 2-1, ma a Lima lo Sporting operò un grande riscatto con i gol di Solano, Soto ed al 66’ di Amoako, che superò proprio N’Kono in un inedito duello africano in territorio sudamericano. In semifinale contro il Racing Club Avellaneda, maggiormente accreditato di raggiungere l’atto finale del torneo, venne messo in copertina dalla rivista Once alla guida di un’auto della polizia. El conductor recitava il prestigioso titolo ed Amoako divenne l’arma a sorpresa di quello Sporting Cristal. Giocò entrambe le partite il grane, dando molti grattacapi alla difesa della squadra di Alfio Basile. Un attaccante dal passo imprevedibile che poteva spostare gli equilibri di una partita e rendere vulnerabile anche le difese più munite del torneo. Lo Sporting Cristal ebbe ragione anche del Racing Club, che sognava una finale di Copa Libertadores a distanza di 30 anni esatti.

 Giocò titolare anche nella finale di ritorno a Belo Horizonte per essere rilevato da Carmona contro il Cruzeiro, ma la sua avventura con la maglia dei cervezeros durò lo spazio di 15 partite e 3 reti, prima di passare al Deportivo Municipal, sempre nella capitale andina. Questa volta in finale allo Sporting Cristal ed Amoako il miracolo non riuscì, ma quella doppia finale fu decisa in favore dei brasiliani da un solo gol, peraltro di Elivelton su topica di Baleiro.

mercoledì 29 gennaio 2020

Il miglior gol di Bochini, 10 anni prima di Maradona


di Vincenzo Paliotto
 Li evitò tutti o quasi in dribbling stretti e ficcanti, usando al meglio tutta l’arte pedatorio di cui era in possesso. Julio Ricardo Bochini segnò il gol della storia, che giusto dieci anni più tardi soltanto Diego Armando Maradona avrebbe perfettamente emulato. Era il 26 maggio del 1976 e al Doble Visera, casa dell’Independiente, i diablos rojos sfidavano nel girone di semifinale il Penarol, in uno dei grandi classici del Sud America. La sfida viveva di un equilibrio quasi eterno ed incontrovertibile. L’Independiente giocava tra la folla della sua gente, chiamato in causa a difendere il titolo continentale che nella stagione precedente aveva vinto ai danni del Sao Paulo. Bochini aveva debuttato con quella che sarebbe stata la squadra della sua vita nel 1972. Un esordio di fuoco tra le altre cose. Il 25 giugno del ’72 nella cancha del Monumental, tempio del River Plate, il Bocha scese in campo per rilevare Saggioratto ed al primo pallone giocabile eluse in dribbling Daniel Onega, colonna del River, che lo strattonò per la maglia. L’Independiente comunque perse di misura, ma quel giorno aveva scoperto un altro dei suoi incredibili campioni, forse il più dotato di sempre.
 Quelli del Penarol, però, lo attendevano con i loro tacchetti affilati e con le loro maniere rudi e spesso scomposte, tali da intimorire qualsiasi attaccanti. Bochini provò loro a stuzzicare nel corso della gara, ma i girasoli sembravano attentissimi senza concedere il minimo centimetro di spazio. All’altezza della metà campo dell’Independiente Bertolè si incaricò di andare a battere un fallo laterale, passando il pallone ad Asteggiano, che a sua volta lo cedette nei piedi sapienti di Bochini. Nessuno poteva avere in mente quali fossero le intenzioni del n. 10 in quel momento. Ma Bochini evitò subito in dribbling l’accorrente Gimenez e quindi si lanciò in velocità tra le strette maglie di Acosta e Pizzani, prima che Zoryes ed Olivera andassero a vuoto anche con il loro tentativo di opposizione. Bochini avanzava impietoso verso la porta avversaria, eludendo nuovamente l’intervento in tackle del redivivo e quindi superando anche Garisto. L’ultimo difensore rimasto nella sua scia era Gonzalez, anche superato in dribbling e quindi in diagonale dall’interno dell’area di rigore superò la resistenza dell’estremo difensore Corbo. Con quel gol storico ed eccezionale l’Independiente vinse quella partita e quella prodezza venne consegnata direttamente alla storia. Lo avrebbe imitato giusto dieci anni più tardi Maradona in Messico contro l’Inghilterra. Del resto Maradona riteneva Bochini il calciatore a cui si ispirava, il suo vero ispiratore dei suoi gesti tecnici.

 Non fu un caso, del resto, che Maradona ne pretese la convocazione per i Mondiali del 1986, seppur con un posto in panchina. El Bocha aveva avuto una carriera poco fortunata con la Selecciòn, ma Maradona gli consentì di diventare Campione del Mondo, quando Bochini scese in campo seppur per pochi minuti nella semifinale contro il Belgio. Un regalo che il maestro non avrebbe mai più dimenticato.

martedì 21 gennaio 2020

La libertà del gol di Viorel Nastase


di Vincenzo Paliotto
La conosceva in qualche modo la sua libertà Viorel Nastase. La assaporava ogni volta che scendeva sul terreno di gioco. I bene informati, del resto, affermavano che se non avesse avuto la passione sia per le donne che per le birre il suo nome sarebbe riecheggiato a lungo nella storia del calcio mondiale. Invece, soltanto in parte fu così. Era nato a Bucarest nel 1953 e di professione faceva l’attaccante con il fiuto del gol. Cominciò a 16 anni nel piccolo Progresul nella capitale rumena, ma ben presto nel 1971 divenne uno degli oggetti del desiderio di una delle squadre più potenti del paese: la Steaua, la squadra dei militari, con cui giocò fino al ’79, mettendo a segno soltanto in campionato ben 77 reti. Il suo approdo in nazionale fu precoce, ma alquanto breve. Dopo l’esordio nel 1971 contro l’Albania, vi ritornò soltanto una volta nel 1977 per poi uscirvi ancora una volta definitivamente. Raggiunse una popolarità enorme pari al suo talento nel momento in cui in Coppa delle Coppe con la sua Steaua eliminò nel 1971/72 il quotato e ricco Barcellona, che non aveva ancora vinto a livello continentale, ma era stato affidato alla guida tecnica di RinusMichels. Viorel Nastase nell’arco delle due partite inflisse ben 3 gol ai malcapitati catalani, condannandoli ad un’eliminazione storica ed inopinata. Eliminò il Barcellona da solo o quasi, mentre tra i pali Coman compieva miracoli, così come si esaltò il giovane Hajdu che lo rilevò nella ripresa per infortunio. Al primo turno la Steaua aveva eliminato a fatica i maltesi dell’Hibernians Paola, ma contro il Barcellona realizzarono l’impresa. Vittoria per 1-0 al Camp Nou, gol di Nastase al 12’, che trafisse Sadurni su assist dell’altro giovane AnghelIordanescu. Il risultato con effetti miracolosi si sarebbe ripetuto anche a Bucarest, nonostante il Barca fosse passato in vantaggio al 50’ con Asensi. Si pensava ad una quasi logica rimonta del Barcellona, ma lo stesso Nastase impattò dopo appena tre minuti ed egli stessi rifinì poi il punteggio con il gol del definitivo 2-1 al 60’. Nastase aveva appena 18 anni, la sua carriera stava esplodendo in maniera vigorosa.

 Dal 1979 in poi cominciò la sua fuga verso la libertà, di cui si sentiva privato in patria. In occasione di un’altra partita di Coppa delle Coppe giocata a Berna contro la Young Boys e pareggiata per 2-2 Nastase decise di scappare e di non far più ritorno in patria, divincolandosi dagli agenti della Securitate di Ceausescu. Si era così macchiato di altro tradimento o meglio defezione, qualcosa di imperdonabile nei paesi socialisti. A chi chiedeva di lui si diceva addirittura che fosse morto. Dopo un anno di stop imposto per squalifica dalla UEFA, fece riaffiorare nuovamente le sue tracce ed  andò a vestire la maglia del Monaco 1860, realizzando anche 15 gol in Bundesliga, tanti ma non sufficienti alla salvezza della formazione bavarese. Il suo stile di vita proprio in Baviera cominciò ad essere sregolato. Lo stile di vita occidentale lo stava lentamente divorando tra alcool, diverse amanti e la relazione con una bellissima assicuratrice tedesca che viveva in città. Nastase godeva sempre meno di quel guizzo che lo aveva reso un campione nel suo paese, ma nonostante tutto gli riservò fiducia il Catanzaro, dopo che in Italia avevano riaperto le frontiere. Lo pagarono 400 milioni di lire, ma dopo poche partite si fece male seriamente a Como sotto le cure difensive di Silvano Fontolan, proprio dopo aver segnato il suo primo gol italiano. I suoi gol furono rari, ma quasi permise al Catanzaro nel 1982 di raggiungere la finale di Coppa Italia, dopo che con un suo gol avevano espugnato il San Paolo di Napoli. Dall’81 all’84 in Italia collezionò 31 presenze con 3 reti, prima di partire per l’Austria in direzione Salisburgo. A soli 31 anni si ritirò dalle scene calcistiche e quasi da quelle della vita, travolto dall’alcol e dalla cleptomania. Un giorno si ritrovarono le sue tracce dalle parti di Bucarest, da dove era scappato e dove era ritornato per allenare una squadra minore.

martedì 7 gennaio 2020

Cruyff y Caszely, storia di un'amicizia

di Vincenzo Paliotto
 Provenivano da strade e percorsi diversi. Cruyff approdò nel campionato spagnolo in quanto all’Ajax una votazione della squadra lo aveva privato della fascia di capitano e quindi decise con l’aiuto del suocero Cor Coster, commerciante di diamanti e di calciatori, di trovare un ingaggio lauto a Barcellona, anche se il suo club era a sua volta in trattativa con il Real Madrid. In realtà mezza Europa avrebbe sostenuto qualsiasi sacrifico economico per avere alle proprie dipendenze uno come Cruyff. Caszely, invece, approdò in Spagna, in un primo momento al Levante, da tanti considerata più o meno la seconda squadra di Valencia, e poi a Barcellona sulla sponda dell’Espanol, come una scommessa o quasi da vincere. Le doti tecniche e realizzative del cileno erano note, ma tutte ancora da verificare nel calcio europeo. Nella sua militanza a Barcellona, oltretutto, Cruyff non era un calciatore con passaporto straniero come tanti altri. Non era un mercenario affidato al soldo di uno dei club più ricchi e vincenti del mondo e basta. La sua integrazione con il catalanismo fu reale e non soltanto di facciata, così come di conseguenza la sua ostilità nei confronti del franchismo, che in particolare aveva martoriato il popolo barcellonese, che era diventato ad un certo punto della sua vita anche il suo popolo. Il loro divenne un rapporto di amicizia vero, anche se i due calciatori non avevano mai avuto contatti in precedenza. Ma le prestazioni calcistiche e non solo di entrambi creavano fascino vicendevolmente. Dopo le sfortune in classifica con il piccolo Levante, Caszely approdò al ben più ambizioso Espanol, la squadra non minore, ma come dire meno vincente di Barcellona, ma comunque con un seguito importante di aficionados. Fu nella capitale catalana che Caszely e Cruyff strinsero un rapporto di amicizia significativo, appassionandosi l’uno all’altro del reciproco senso di rivoluzione. Disse Caszely: “Ogni tanto abbiamo giocato a tennis insieme ed una volta è venuto anche a trovarmi a casa. Bevemmo del caffè e chiacchierammo e mi ricordo che fumò quasi un intero pacchetto di sigarette Chesterfield. Ma la sua compagnia era bella e sapeva essere un amico”. Lo stesso quotidiano El Mundo Deportivo una domenica mattina di maggio, era precisamente il 14 maggio del 1978, dedicò una pagina alla visita di Caszely a Cruyff durante un allenamento del Barcellona, che si preparava per una tournèe negli Stati Uniti. Caszely visitò a Cruyff al campo di allenamento. Ma probabilmente dopo quella visita i due dovettero, per colpe non loro, perdersi un po’ di vista. In realtà Cruyff caldeggiò ai suoi vertici societari del Barca l’acquisto proprio di Caszely, che sarebbe stato un colpo vincente nell’attacco dei barcellonesi. Meler, che era il Presidente dell’Espanol, per una questione di orgoglio si oppose e dichiarò quasi pubblicamente che il cartellino di Caszely non lo avrebbe ceduto per nessuna cifra, neanche di quelle astronomiche che sapeva scucire il Barcellona. Insomma Caszely non era in vendita, soprattutto se a comprarlo era il Barcellona. Cruyff lo aveva visto giocare e condivideva una stima per lui insieme al tecnico del Barca Rinus Michels. Sarebbe stato un calciatore ideale per quel Barcellona già forte ed ambizioso, in un mosaico tecnico in cui i sudamericani spesso si esaltavano. Un calciatore estroso come terminale delle offensive dei blaugrana. Quel sogno quasi proibito di vederli giocare insieme così svanì, anche se a questa eventualità ci fu e c’era stata una eccezione e pure importante.
 Il 9 giugno del 1976, nel suo Camp Nou, Cruyff decise di scendere in campo, coinvolgendo anche il suo connazionale Johan Neeskens ed appena il suo amico Carlos Caszely, con addosso la maglia catalana in un inedito Selecciòn Catalunya-URSS. Una partita che poteva finalmente giocarsi, dopo la morte di Francisco Franco, che aveva opportunamente messo al bando quella selezione catalana. Un combinado (come amano dire gli spagnoli ed i sudamericani) di calciatori in prevalenza di Barca ed Espanyol formarono quella squadra, che scese in campo con: Mora; Ramos, Costas, Verdugo; Ortiz Aquino, Neeskens; Rexach, Solsona, Cruyff, Marcial e Caszely. Nella seconda frazione di gioco poi Fernández Amado entrò in luogo di Marcial al 70’ e quindi Cuesta proprio al posto di Cruyff. Finì 1-1 e segnò Neeskens per i catalani e giocò anche Carlos Caszely, in forza all’Espanyol, in quello che diventò un vero inno al comunismo e all’anti-franchismo in generale. Caszely, infatti, come sapevano tutti in Spagna era emigrato calcisticamente dal Cile in Spagna proprio per sfuggire in qualche modo alla caccia di Augusto Pinochet, dittatore militare e fascista. Ma il catalanismo di Cruyff era iniziato già da prima e, alla morte desiderata di Francisco Franco, Cruyff aveva indossato come fascia di capitano del Barcellona la senyera, simbolo del catalanismo, in una gara interna di campionato contro l’Athletic Bilbao il 1° marzo del 1976. Oltretutto lo stesso Cruyff battezzò suo figlio, nato proprio a Barcellona, con il nome di Jordi, che la legge spagnola proibiva al tempo, in quanto il figlio del campione olandese si sarebbe dovuto chiamare Jorge Cruyff e non con il catalanizzato Jordi, non consentito dalla legge franchista. Ma il N. 14 più famoso ed ambito del mondo lo fece proprio per dare un senso di libertà e di vicinanza all’identità catalana. Il giornalista del New York Times, presente alla memorabile manita del Barca in casa del Real Madrid nel ’74, disse che aveva fatto più Cruyff per il catalanismo in un solo pomeriggio di calcio che tanti uomini della politica in tanti loro discorsi ed azioni. Il sogno di vedere giocare Cruyff e Caszely insieme durò lo spazio limitato di quella partita. Un’esibizione importante per la Catalogna ed i suoi stessi protagonisti. Poi scelsero entrambi strade calcistiche diverse, ma in fondo dalle idee comuni: Cruyff continuò a peregrinare tra gli Stati Uniti e poi il suo ritorno in Olanda tra l’Ajax ed addirittura il Feyenoord, mentre lo stesso Caszely sarebbe poi ritornato in Cile. Anche se Caszely colse l’immensa soddisfazione di battere proprio il Barca in un sentitissimo derbi barcelones sul terreno di casa. Era la temporada del 1975/76 ed il cileno due volte infilò la porta del Barca. Un pesante 3-0 rimasto nella storia, propiziato da un gol di testa del non altissimo Carlos, che poi rifinì la sua giornata con un gol dei suoi nel finale di partita. Ma anche questa è un’altra storia. Caszely approdò all’Espanyol, che lo pagò e che gli permetteva di evitare di tornare anzitempo nel suo paese e soprattutto sotto le grinfie di un Augusto Pinochet che lo aspettava al varco. Fu costretto per diverse settimane a rimanere fuori del rettangolo di gioco per problemi di tesseramento. Poi, una volta sceso in campo, non si fermò più ed i suoi gol diventarono una costante nella Liga spagnola del tempo. Su strade diverse Cruyff e Caszely perseguirono le loro idee, presentandosi entrambi come dei rivoluzionari affascinanti ed indiscutibili. Non si sarebbero incontrati nuovamente, ma il desiderio di giocare nella stessa squadra era rimasto incompiuto, ma allo stesso tempo era rimasto molto alto.


domenica 29 dicembre 2019

I McAdam, fratelli contro nel clima infuocato dell’Old Firm

di Vincenzo Paliotto

 E’ il derby con sfondo di passione religiosa più importante al mondo, ma allo stesso tempo si candida come tra le stracittadine più sentite in assoluto e non potrebbe che essere diversamente. Del resto, Celtic e Rangers Glasgow da sempre si dividono quasi equamente il bottino da spartirsi in territorio scozzese e la posta in palio non fa altro che aumentare una rivalità atavica ed anche alquanto violenta. Franklin Foer, autore di libri sul fenomeno dell’Old Firm, ha portato avanti anche una contabilità alquanto raccapricciante sugli scontri e le vittime relative al derby di Glasgow. Una cifra drammaticamente alta, che rende in qualche modo anche impensabile il fatto che due fratelli si siano potuti affrontare sul terreno insidioso di questa supersfida. Furono all’inizio degli anni Ottanta i fratelli Colin e Tom Mc Adam, che difesero in un primo momento insieme i colori del Dumbarton, prima di spiccare il volo in direzioni diverse: Colin verso i Rangers e Tom a disposizione del Celtic. I brothers si sarebbero affrontati all’interno dell’Old Firm in ben 8 occasioni, registrando peraltro 4 successi di squadra a testa senza nessun pareggio. I duelli in famiglia si chiusero nel 1984 con la finale di League Cup, peraltro vibrante, vinta dai blues per 3-0 e con un epico hattrick di Ally McCoist.
 Tom, il minore dei due, approdò al Celtic nel 1977, dopo un’esperienza non proprio proficua nel Dundee United, e con i biancoverdi cambiò anche ruolo, abbandonando la prima linea dell’attacco e riciclandosi come ottimo difensore, vestendo la maglia del Celtic in 261 occasioni. Vinse in 3 occasioni il campionato e quindi una Coppa di Scozia ed una Coppa di Lega. Fu Billy McNeill, il successore di Jock Stein, ad intravedere le sue qualità difensive e nel 1979, proprio al centro della difesa, guidò il Celtic alla vittoria del campionato, passando attraverso una vittoria decisiva per 4-2 ai danni dei Rangers del fratello Colin. Tom segnò anche un gol in una partita in cui i Rangers potevano anche solamente pareggiare per vincere il campionato.
 Colin McAdam, invece, si accasò ai Rangers nel 1980 totalizzando 65 e scomparse purtroppo prematuramente nel 2013. Dal Dumbarton si spostò poi prima al Motherwell e successivamente al Parthick Thistle, prima di firmare per i Rangers. Giocarono per un periodo insieme nelle file del Dumbarton, ma tuttavia furono le sfide fratricide a segnare in qualche modo la loro epoca calcistica. Tutto si poteva immaginare nell’Old Firm, ma forse meno che due fratelli si potessero affrontare in mezzo al campo ed a viso aperto.


venerdì 20 dicembre 2019

La maglia n.6 di Maradona

di Vincenzo Paliotto

 Nel calcio la numerologia calcistica è una scienza esatta o quasi, e da sempre, nonostante le nuove mode del calcio moderno, al calciatore più rappresentativo e di maggior classe della squadra viene assegnato il n. 10. Diego Armando Maradona fu probabilmente il miglior n. 10 di sempre, il calciatore di maggior talento della storia, anche se agli albori di una carriera già luminosa quella maglia non sempre gli venne assegnata. Accadde che il 2 agosto del 1979 in occasione di una gara di Copa America che l’Argentina doveva giocare in Brasile Julio Cesar Menotti ricorse anche alle prestazioni di Dieguito, che in quel momento della sua carriera, non aveva nemmeno 19 anni, faceva la spola tra la nazionale maggiore e quella juniores. Menotti no lo aveva convocato per il Mundial casalingo del 1978, ma in seguito aveva dovuto integrarlo in seno alla Selecciòn per forza di cose ed a furor di popolo. Al Maracanà Menotti mise in campo il seguente undici: Vidallè, Passarella, Van Tuyne, Bordon, Gaspari, Barbas, Coscia, Osvaldo Diaz, Gaitan, Maradona e Larraquy. Ma contrariamente a quanti in tanti si aspettavano, a Maradona non fu assegnata la maglia n. 10, ma bensì un inedito n. 6 sulle sue spalle. La 10 andò per l’occasione a Gaspari, mentre Coscia, calciatore del San Lorenzo, che peraltro in quella partita segnò il punto del momentaneo pareggio biancoceleste proprio su assist del giovane Maradona. Il Brasile vinse per 2-1, con i gol firmati da Zico e Tita e nonostante le pesanti critiche rivolte alla vigilia di quel match infuocato all’indirizzo di Claudio Coutinho, il DT brasiliano che aveva preferenze per i calciatori del Flamengo, in quanto dirigeva allo stesso tempo anche le vicende tecniche del club carioca. Coutinho escluse da quella sfida sia Falcao che Socrates e le polemiche aumentarono dopo che lo stesso Coutinho al termine del Mundial del 1978 aveva dichiarato la sua squadra vincitrice morale di quella Coppa, in quanto l’Argentina clamorosamente aiutata a battere per 6-0 il Perù. Forse Coutinho non aveva tutti i torti. Tuttavia, quella numerazione che poteva sembrare strana non era invece del tutto casuale, in quanto la federazione argentina in quel periodo assegnava i numeri di maglia della Selecciòn per le varie competizioni in ordine alfabetico. Pertanto Maradona anche in una seconda occasione scese in campo con la maglia n. 6 ed in occasione della seconda partita di quella Copa America che l’Argentina giocò e vinse nella cancha del Velez per 3-0 ai danni della Bolivia. E Maradona in quella circostanza siglò il primo gol della partita ed il suo primo personale in Copa America. Il giovane Dieguito, ancora agli ordini di Menotti, andò a giocare poi il Mondiale Juniores, che l’Argentina vinse in maniera spettacolare grazie ad un grande Maradona. La federazione argentina anche per le successive manifestazioni usò l’ordine alfabetico dei cognomi dei suoi giocatori per assegnare i numeri di maglia, ma questa volta aveva preveduto un’eccezione, assegnando la maglia n. 10 d’ufficio a Maradona, ritenuto e non a torto il calciatore per forte del paese.

giovedì 12 dicembre 2019

Lakhdar Belloumi e la Juve


di Vincenzo Paliotto
 Ci poteva essere un nome algerino prima di quello di Zidane nella storia della Juventus, ma questa incontro con la storia non avvenne per poco o quasi, o per le sfortune agonistiche del campione in questione. Lakhdar Belloumi, meglio noto anche come Le Magicien, era il vero fuoriclasse del calcio algerino all’inizio degli Anni Ottanta, forse anche più del talentuoso Rabah Madjer, meglio noto come il Tacco di Allah. Ma la sorte lo avrebbe tradito nel momento migliore della sua carriera. Nato a Mascara, a nord-ovest di Algeri, era il vero orgoglio della popolazione locale, che peraltro portò al successo nel campionato nazionale del 1984, quando da sempre il massimo torneo del paese era spesso o quasi sempre ad appannaggio delle compagini della capitale. Si spostò poi nel corso della sua carriera anche ad Orano ed ad Algeri stessa, ma la sua vita e la sua carriera agonistica erano legate ad un filo doppio ed inscindibile con la sua città natale. Il titolo arrivò peraltro con una sola lunghezza di vantaggio nei confronti dell’USM El Harrach e di due sul Jet Tizi-Ouzu. Era oltretutto anche la stella indiscussa della nazionale algerina, che nel 1982 conquistò la sua prima storica qualificazione alla Coppa del Mondo, dove venne eliminata soltanto per la losca combine tra Austria e Germania Ovest, dopo che gli stessi algerini avevano messo in riga i portenti teutonici con i gol proprio di Belloumi e di Madjer. Aveva in precedenza conquistato il 2° posto alla Coppa d’Africa del 1980. In nazionale avrebbe totalizzato ben 100 presenze con 27 gol all’attivo.  Il calcio giocato da Belloumi era essenzialmente estroso, ricco di tecnica e di talento, dove abbondavano giocate sopraffine, un fase di palleggio persino minuziosa ed estremamente tecnica ed in cui primeggiavano le virtuose giocate con l’esterno del piede e con il colpo di tacco. La sua classe venne premiata con il Pallone d’Oro africano del 1981, uno tra i tanti riconoscimenti ricevuti in carriera. Secondo i bene informati, tra gli inventori del blind pass, cioè il passaggio come dire “no look”.
 Il 5 febbraio del 1985, ad ogni modo, la Grande Juve di Michel Platini e Zibì Boniek tra gli altri, scese nel gremitissimo Stadio 5 luglio 1962 di Algeri per un’amichevole di cartello contro la nazionale algerina. La Juventus del Trap era detentrice dello Scudetto ed aveva vinto la Coppa delle Coppe a Basilea ed ancora da poche settimane si era fregiata della Supercoppa Europea, dopo aver battuto il Liverpool. La trasferta nordafricana ovviamente riservava un lauto ingaggio da parte della federazione algerina e quindi l’intento di sostenere buoni rapporti con un movimento calcistico africano sempre più importante. Di certo la Juventus non si attendeva di essere messa in seria difficoltà dalla nazionale algerina, che vinse quell’incontro per 3-2 tra il tripudio anche giustificato della sua gente. Aprì le marcature Maroc al 7’, ma Boniek impattò al 41’ e quindi Prandelli firmò il gol del sorpasso al 54’. Lo stesso Belloumi ristabilì la parità al 57’, prima che Meghichi all’80’ firmasse il definitivo punto del 3-1.  La prestazione di Belloumi, comunque, fu talmente esaltante che proprio la Juventus si mise sulle tracce del numero 10 dell’Algeria, scoprendo al contempo che anche il Barcellona così come il Paris Saint Germain avevano fatto richieste al fantasista del Mascara. La Juve temeva che prima o poi Platini avesse accettato le laute richieste di altri club, soprattutto stranieri, che ogni giorno pervenivano alla sede bianconera e quel Belloumi, che veniva dal deserto del Nord Africa, poteva essere il suo sostituto ideale.

 Belloumi era, però, impegnato a livello di club con il suo Mascara anche nella faticosa Coppa dei Campioni d’Africa, che nei sedicesimi vedeva opposta la sua squadra agli ostici libici dell’Itihad di Tripoli. In particolare i derby tra le formazioni nordafricane da sempre sono molto combattuti dal punto di vista fisico ed estremamente spigolosi dal punto di vista ambientale. Fu così che intorno al 20’ il difensore libico ed anche della nazionale Bani con un intervento rude e scomposto attentò alla incolumità stessa del centrocampista algerino. Un intervento durissimo che provocò la rottura della tibia destra di Belloumi. La diagnosi al termine della partita fu impietosa, con Belloumi costretto a rimanere lontano dal terreno di gioco per almeno 8 mesi. Il grave infortunio allontanò dal suo nome le pretendenti, in particolare di quella Juventus che lo avrebbe portato in Italia a far brillare la sua classe ed il suo talento. Belloumi rinunciò a quel grande sogno e decise di servire quanto più a lungo possibile la causa del suo Mascara, dove chiuse la carriera a 41 anni suonati tra il tripudio della sua gente. Dispensò ancora numeri di alta classe fino al ritiro definitivo dalle scene calcistiche. Per tutta l’Africa, che lo vide giocare in ogni angolo del continente, rimarrà per sempre Le Magicien. Il Magico.

giovedì 5 dicembre 2019

Il calcio e la bandiera, anteprima di Real Sociedad-Athletic Bilbao

di Vincenzo Paliotto 
Josean de La Hoz Uranga non avrebbe certamente lasciato una traccia indelebile nella storia peraltro gloriosa della Real Sociedad. La sua militanza con il club basco di San Sebastiàn arricchì la sua carriera di presenze prestigiose nella Liga, ma il giocatore nativo di Guipuzcoa era più che altro un valido e tenace comprimario, che contribuì comunque a cementare il carattere di quella squadra che ad ogni modo viaggiava all’inizio degli Anni Ottanta verso grandi ed inimitabili imprese. Militò come centrocampista nella Real Sociedad dalla stagione del 1972/73 a quella del 1977/78, totalizzando complessivamente 76 presenze. Anche sull’album delle figurine del calcio spagnolo risultava in una forma fisica forse precaria ed in qualche foto addirittura apparentemente con qualche kilo in più rispetto a quello usuale di un calciatore professionista. Ma le imprese di Josean De la Hoz Uranga non si limitarono soltanto a quelle sul terreno di gioco ed il basco si rese protagonista di uno di quegli eventi che avrebbero cambiato senza esagerare il corso della storia dei Paesi Baschi. Regione della penisola iberica notoriamente sempre turbolenta, anche negli anni tentacolari del franchismo ed attraversata dai lunghi momenti di tensione causati dall’ETA e dalla sua lotta ad oltranza contro il governo centrale.
Era il 5 dicembre del 1976 e l’Anoeta, il piccolo ma caldissimo impianto della Real Sociedad, ospitava il sentito derby tra la squadra di San Sebastiàn ed i titolati dell’Athletic Bilbao, per cui si prevedeva la solita battaglia sul terreno di gioco per il primato non solo regionale. Josean Uranga non venne convocato per quel match dal tecnico Iralegui, che in verità impiegò il suo giocatore in quella stagione in soltanto tre sporadiche occasioni contro il Burgos, il Las Palmas ed il Murcia. Ma la partita prevedeva comunque delle emozioni particolari e Josean aveva programmato proprio per quel pomeriggio qualcosa di clamoroso. Durante il suo tragitto verso lo stadio venne anche fermato a bordo della sua Fiat 127 da una pattuglia della Guardia Civil, (la sua automobile era del resto nota negli schedari delle forze dell’ordine) che però non notarono e non si accorsero che a bordo della sua auto Josean aveva portato con sè anche la ikurrina, la bandiera dell’indipendentismo e del simbolismo basco, premurosamente ricucita con grande passione anche dalla sorella Ana Miren, che avrebbe aiutato il fratello nell’introduzione della bandiera stessa nello stadio, super sorvegliato dalle stesse forze dell’ordine. Il Generale Francisco Franco era morto da poco, nel 1975 per l’esattezza per buona pace di qualcuno, ma le ostilità verso i baschi tardavano comunque a cessare ed anzi forse non sarebbero mai terminate del tutto. L’accostamento tra la bandiera, il popolo basco e l’ETA era troppo evidente in un certo qual modo per ritenere anticostituzionale quel vessillo. La lotta serrata all’indipendentismo e all’ETA erano ben note. Josean De la Hoz Uranga, che giocava al calcio, ma che faceva anche il militante politico, abertzale così come è noto nella lingua basca, tanto da essere noto negli ambienti come Trotsky, cioè un soprannome non da poco, pensò finalmente che la bandiera basca, messa fuori legge ormai dal lontano 1938, dovesse tornare a sventolare. E posto migliore in quel caso non poteva che essere allo stadio. L’idea di Josean non pareva essere tanto chiara in un primo momento nemmeno ad Ana Miren, ma una volta introdotta all’interno dello stadio, lo stesso Josean ci mise poco a far capire le sue intenzioni ai capitani delle due squadre Inaxio Kortabarria ed Angel Iribar, ma anche a tutti gli altri giocatori che sarebbero scesi in campo. Le idee politiche di Kortabarria ed Iribar del resto erano ben note ed il fatto di presentarsi sul terreno di gioco tenendo in mano la ikurrina entusiasmò tutti, non meno il folto pubblico presente sugli spalti. All’inizio della partita le due squadre si schierarono in mezzo al campo per salutare le rispettive tifoserie. Kortabarria ed Iribar tenevano in mano la ikurrina, mentre giusto al fianco del capitano della Real Sociedad stazionava in abiti borghesi Josean de La Hoz Uranga per testimoniare gli attimi di quel grande momento per il popolo basco. Nel giro di pochi mesi, nel 1977, la ikurrina tornò ad essere legale per la Costituzione spagnola. E Josean de la Hoz Uranga vi aveva contribuito in maniera determinante. In pochi il giorno dopo si accorsero che si era giocato un bel derby vinto dalla Real Sociedad in maniera peraltro vistosa per 5-0.

Pelè e Garrincha, una coppia da sogno mai battuta quando hanno giocato insieme

di Vincenzo Paliotto
 Non si trattò soltanto di una leggenda. Ma a livello puramente statistico Pelè e Garrincha, nel momento in cui erano scesi insieme in campo con la maglia della Selecao, non avevano mai perso una partita. Dal 18 maggio del 1958, avversaria la Bulgaria al Pacaembu di San Paolo del Brasile, al 1966, gara valevole per la fase finale della Coppa Rimet in Inghilterra e per ironia della sorte avversaria ancora la Bulgaria, il Brasile con Pelè e Garrincha contemporaneamente in campo disputò ben 40 partite, di cui i brasiliani ne vinsero ben 36 e ne pareggiarono soltanto 4  volte. In mezzo anche la strepitosa finale della Coppa Rimet a Stoccolma del 1958, che gli auriverdi vinsero per 5-2, issandosi per la prima volta a titolo di campioni iridati. Nella gara di esordio in amichevole contro i bulgari il Brasile passò pure in svantaggio dopo il gol quasi-lampo di Todor Diev al 7’, ma poi ribaltò il punteggio fino al 3-1 finale, grazie ad un attacco dinamitardo, dove oltre a Pelè e Garrincha, trovavano spazio un certo Mazola, poi meglio conosciuto in seguito come Josè Altafini e Pepe, compagno di squadra nel Santos proprio di Pelè. Il giovane Pelè aveva firmato due prodezze personali al 48’ e al 60’, prima che lo stesso Pepe avesse definito il punteggio al 72’. L’allenatore Vicente Feola stava così preparando al meglio la squadra in vista del Mondiale di lì a qualche settimana in Svezia. Lo stesso Feola si convinse definitivamente a varare la Dupla dos Sonhos durante il Mondiale svedese. Il Brasile aveva battuto 3-0 l’Austria con Altafini e Joel in campo e non era andato oltre lo 0-0 al cospetto dell’Inghilterra, tuttavia a Goteborg di fronte all’Unione Sovietica del Ragno Nero Jascin Feola si convinse a mettere in campo i due fenomeni contemporaneamente ed allora il Brasile di lì in poi divenne indiscutibilmente devastante. A trafiggere Jascin nell’occasione fu Vavà con una doppietta, ma Pelè e Garrincha annichilirono al resistenza sovietica.
 Alla Coppa Rimet del 1962 in Cile invece Pelè e Garricnha giocarono soltanto due volte insieme contro il Messico e contro la Cecoslovacchia, poi un infortunio rese indisponibile ‘O Rey e Garrincha da solo o quasi trascinò il Brasile al trionfo. Alla Coppa America del 1959, che invece si era giocata in Cile, il Brasile anche beneficiò tra gli altri della coppia Pelè-Garrincha, ma pur imbattuto, non riuscì a centrare il successo finale, beffato in classifica di un sol punto dall’Argentina. Risultò fatale l’inopinato pareggio per 2-2 contro il Perù.

 L’ultima esibizione, invece, si registrò il 12 luglio del 1966 a Goodison Park a Liverpool, ancora con Vicente Feola in panchina. Ai bulgari non bastò la presenza in campo dell’astro nascente Asparoukov. Il Brasile vinse per 2-0, con un gol per tempo proprio di Pelè al 15’ e di Garrincha al 63’. Protagonista in negativo risultò essere l’arbitro tedesco Kurt Tschenscher, che consentì ai bulgari ogni tipo di “carezza” in mezzo al campo. Agli organizzatori inglesi faceva comodo che il Brasile in qualche modo venisse penalizzato e decimato. Dopo l’ennesima entrata dura, Pelè lasciò il campo per infortunio e non avrebbe da quel momento in poi mai più giocato insieme a Garrincha. Nel match successivo del 15 luglio ancora a Goodison Park il Brasile venne sonoramente battuto per 3-1 dall’Ungheria e senza Pelè i brasiliani ritornarono a  casa perdendo il titolo mondiale.  Rimase inconfutabilmente quella una coppia imbattibile, o meglio una Dupla dos Sonhos come piace dire a i brasiliani.

De Marta e Desnica, storie di espulsioni per sordomuti

di Vincenzo Paliotto
 Qualcosa di sicuro non era andato nel verso giusto nel pomeriggio del signor Washington Mateo, arbitro della massima divisione di calcio argentina. La giacchetta nera, infatti, aveva operato una espulsione nel match in qualche modo combattuto, ma poi neanche tanto, e vinto in maniera netta dall’Huracan sull’Estudiantes l’8 novembre del 1972. Quelli del globito in estrema forma, con Renè Houseman e l’inglès Carlos Babington su tutti, avevano prevalso al Patricio Ducò per 5-1, contro un pincha abbastanza in sordina. Mateo poi aveva mandato anzitempo a fare la doccia al giovane Carlos Alberto De Marta (detto El Sordo) ed aveva annotato sul suo taccuino che il calciatore dell’Estudiantes era stato espulso per ingiurie e veementi proprio all’indirizzo dell’arbitro, nel momento in cui la giacchetta nera sul punteggio di 2-0 aveva assegnato un penalty all’Huracan.  Una cosa che risultò alquanto improbabile, in quanto De Marta era sordomuto dalla nascita! Gli organismi federali dell’AFA, in seguito a sacrosanto ricorso, ridussero la pena di squalifica nei confronti di De Marta ad una sola giornata. E non sarebbe potuto essere diversamente, in quanto lo sfortunato calciatore quel tipo di infrazione non avrebbe mai potuto commetterla.
 Qualcosa di analogo accadde diversi anni più tardi, più precisamente il 7 novembre del 1984 al Santiago Bernabeu. Giocavano per il secondo turno della Coppa UEFA il Real Madrid contro il sorprendente Rijeka di Fiume, che all’andata aveva prevalso con un poco rassicurante per i madridisti 3-1. Ad ogni modo, il Real venne nell’occasione incredibilmente aiutato dall’arbitro belga Roger Schoeters, che ad un quarto d’ora dal termine espulse per doppia ammonizione Damir Desnica, attaccante degli ospiti. Si pensò ad un primo momento ad una perdita di tempo del giocatore ospite, invece poi si apprese che Desnica era stato espulso per offese reiterate all’arbitro. Una decisione che mandò quelli del Rijeka su tutte le furie e che chiusero la partita in 8 uomini. Desnica, infatti, era sordomuto dalla nascita e quelle offese al direttore di gara, pur volendo, non poteva rivolgergliele. Il Real poi in netta superiorità numerica vinse per 3-0 e si qualificò.
glia benfichista, la Coppa dei Campioni, gli scudetti, le coppe e quei Palloni d’Oro e Scarpa d’Oro che tante volte aveva portato in trionfo all’Estadio Da Luz. Ma tradire la sua gente così sarebbe stato troppo. Il Benfica vinse poi anche quel campionato ed Eusebio continuò a giochicchiare, persino nella seconda divisione lusitana, lì dove il suo Benfica non lo avrebbe potuto incontrare.

Eusebio contro il suo Benfica

di Vincenzo Paliotto

 Quel giorno Eusebio si augurava che non fosse mai arrivato o quantomeno pensava che quella scelta non sarebbe stata poi così sofferta e difficile. Ma la pantera nera si accorse con ritardo e con la dovuta consapevolezza che giocare contro il grande amore della sua vita, il Benfica, proprio non gli sarebbe riuscito. Nella stagione del 1976/77 Eusebio era rientrato in patria, dopo essersi disimpegnato tra il 1975 ed il 1976 sia nel nascente campionato della NASL nordamericana che in quello messicano. Pochi scampoli di partita utili comunque ai nordamericani ad aiutarli a credere di aver un campionato vero e qualche dollaro per Eusebio da incamerare nonostante qualche infortunio. Poi la NASL andava per qualche mese in vacanza ed Eusebio decise di tornare in Portogallo. Lo corteggiarono con insistenza quelli dello Sporting Lisbona, ma Eusebio non riuscì ad accettare quelle offerte da parte di quelli che da sempre sono gli eterni rivali degli encarnados. Allora firmò con non poco di stupore per il piccolo Beira-Mar di Aveiro, squadra condannata a lottare per la salvezza e con la speranza di lanciare qualche buon giocatore. Alla giornata numero 12 del campionato lusitano del 5 gennaio del 1977, però, Beira Mar-Benfica era in calendario all’Estadio Mario Duarte. Eusebio accettò di scendere in campo soltanto pochi minuti prima della partita. Affrontare il colore e la storia di quelle maglie gli procurava dolore. Il Benfica dell’inglese John Mortimore passò al 19’ con Chalana e quindi pareggiarono i padroni di casa al 26’ con Abel Miglietti. Poi nuovo vantaggio benfichista al 30’ con Pietra e nuovo pareggio giallonero al 56’ questa volta di Felix Soares. Tutto sembrava potesse succedere in quella partita dall’esito che alla vigilia sembrava scontato. persino che il Beira Mar nella fase cruciale della partita beneficiasse di un calcio piazzato dal limite, una posizione dalla quale Eusebio di gol ne aveva fatti tanti. Ma la pantera nera quella volta non se la sentì, così come avrebbe ulteriormente testimoniato il giovane Antonio Sousa ( che poi ebbe una luminosa carriera al Porto) qualche tempo più tardi. Eusebio si rifiutò di tirare e qualche minuto dopo uscì anche dal campo per lasciare spazio allo spagnolo Tebecas. Eusebio non ce l’aveva fatta. Gli passarono davanti agli occhi le caterve di reti segnate con la maglia benfichista, la Coppa dei Campioni, gli scudetti, le coppe e quei Palloni d’Oro e Scarpa d’Oro che tante volte aveva portato in trionfo all’Estadio Da Luz. Ma tradire la sua gente così sarebbe stato troppo. Il Benfica vinse poi anche quel campionato ed Eusebio continuò a giochicchiare, persino nella seconda divisione lusitana, lì dove il suo Benfica non lo avrebbe potuto incontrare.