giovedì 3 ottobre 2019

Historial Boca-River in Copa Libertadores, la sfida che non finisce mai


Il gol spettacolare di Diego Latorre nel 1991
di Vincenzo Paliotto
 Con tutta probabilità nessuna sfida calcistica al mondo può avvicinarsi come intensità emotiva, culturale e di tradizione a Boca Juniors-River Plate. Proviamo ad immaginare allora il clima in quel di Buenos Aires alla vigilia di questa ennesima sfida nella Copa Libertadores, che peraltro si gioca in semifinale. Le due eterne rivali si sono affrontate già 26 volte nel massimo torneo continentale, registrando 10 successi per i zeneises, 8 per i millionarios e anche 8 pareggi. La prima volta accadde nella Primera Fase del 1966 e vinse il River 2-1 (gol di Sarnari, Bayo e Alfredo Rojas). Tuttavia, fu il Boca nel 1977 a vincere un primo confronto importantissimo, peraltro di misura grazie ad una punizione battuta a sorpresa da Ruben Sunè, che trasse in inganno il buon Fillol, ancora intento a sistemare la barriera. Mentre nel 1978 nella Segunda Fase ancora il Boca si affermò, ma questa volta in casa degli avversari per 0-2 con reti di Mastrangelo e Salinas. Il River vinse poi di misura nella Primera Fase del 1986, ma quel successo nel Superclasico fu un buon viatico per la prima vittoria finale proprio di quell’anno. Al tempo il Boca aveva vinto già due volte il titolo continentale. Il gol dell’uruguagio Antonio Alzamendi risolse quell’intricato match.
 La noche involvodable però si registrò in favore del Boca nel 1991. Il River andò in vantaggio per 1-3 alla Bombonera con doppietta di Borrelli e gol di Zapata, inframmezzati soltanto dal punto di Latorre. Poi al 56’ accorciò Marchesini, al 71’ impattò Giunta e a tre dal termine in mezza girata fece il punto del 4-3 ancora Diego Latorre, che poi venne anche in Italia alla Fiorentina. Mentre la gara di ritorno in casa del River si risolse con una doppietta in favore del Boca dell’implacabile Gabriel Batistuta.

 Con la nuova formula della Copa divennero più frequenti, invece, gli scontri nella fase ad eliminazione diretta. Ed infatti nel 2000 il Boca Juniors guadagnò la qualificazione, vincendo per 3-0 (gol di Delgado, Riquelme su rigore e Palermo) in casa in una partita epica, dopo aver perso per 2-1 al Monumental.  Boca che poi si affermò anche nel 2004, ma questa volta all’altezza delle semifinali e questa volta passando con i tiri dagli undici metri. Nel 2015 cominciò la riscossa del River, che si affermò negli ottavi grazie ad un solo gol utile, mentre nel 2018 i millionarios vinsero addirittura la finale di Copa Libertadores più combattuta e problematica della storia. Il River giocò il confronto casalingo al Bernabeu di Madrid e vinse per 3-1 non prima dei tempi supplementari. Anche questa volta ne siamo certi non mancheranno le emozioni forti ed in qualche caso anche le intemperanze. Nel 1982 la dittatura militare voleva far giocare questo Superclasico alle Isole Malvinas, contese con un conflitto bellico dagli inglesi. Non se ne fece nulla, ma anche questa è un’altra storia.

Copa Libertadores 2019, l'incubo Gremio per il Flamengo

il gol poderoso di Hugo De leon sotto gli occhi
di Baltazar

di Vincenzo Paliotto
 Lo chiamavano o artilheiro de Deus, il bomber goiano Blatazar, che fece fortuna pure in Europa con l’Atletico Madrid, ma che era stato un cannoniere implacabile al Gremio. E al Gremio con un suo gol aveva consegnato il titolo nazionale nel 1981 contro il Sao Paulo. Nel 1983, però, Baltazar decise di accettare le offerte del Flamengo ed in Copa Libertadores finì per trovarsi di fronte alla sua ex-squadra, particolarmente agguerrita peraltro contro la formazione carioca. Fu una vendetta vera e propria ci tengono a specificare quelli del Gremio. Era, infatti, accaduto che il Flamengo nel 1982 avesse sfilato il titolo del Brasileirao alla compagine di Porto Alegre grazie alla compiacenza dell’arbitro Scolfaro. Tuttavia, proprio in Copa Libertadores la formazione gremista riuscì a mettere alle corde la compagine di Rio de Janeiro. Pareggio a Porto Alegre e quindi sontuosa vittoria per 3-1 in un Maracanà rimasto ammutolito. Nella partita di andata nel Rio Grande do Sul proprio Baltazar portò in vantaggio il Flamengo con un’autentica prodezza su assist di Zico, prima del pareggio nel finale dell’uruguagio Hugo De Leon con un gran tiro dal limite. Quello di Baltazar fu un gol doloroso, in quanto realizzato da ex di turno e quasi irriverente nei confronti della sua ex-tifoseria. Nella gara di ritorno il Gremio calpestò gli avversari con i gol di Tita, Osvaldo e Caio.  Ma non fu una vittoria casuale. Il Gremio si era rinforzato con il rude uruguagio Hugo De Leòn e si fece trascinare da Renato Portaluppi. Non a caso il Gremio vinse poi con quella squadra la sua prima Copa Libertadores ai danni del Penarol.

 Nel 1984, però la sfida si ripetè questa volta nel girone di semifinale, in quanto il Flamengo aveva conquistato il titolo nazionale battendo il Santos. Ma dal suo canto aveva perso Zico che era andato all’Udinese, rendendo triste Rio ed i suoi tifosi. Il Flamengo acquistò come portiere l’argentino Fillol ed in attacco Joao Paulo, ma non bastava.  A Porto Alegre vennero strabattuti per 5-1 e l’unico gol rubronegro era di Tita, che tornò ad essere ex di turno, ritornato a Rio per sostituire Zico. Il Flamengo riuscì però a vincere la partita in casa per 3-1 e si dispose per la bella, che si gioca al Pacaembu di San Paolo del Brasile, cioè molto più vicino a Rio che a Porto Alegre. Uno 0-0 finale fu però un risultato che premiava per differenza-reti il Gremio, che giocò una nuova finale pur perdendola contro l’Independiente di Bochini. Il Flamengo ritorna in semifinale di Copa Libertadores dopo 35 anni e probabilmente si trova ad affrontare l’avversario storicamente più ostico.

Eusebio contro il suo Benfica



di Vincenzo Paliotto

 Quel giorno Eusebio si augurava che non fosse mai arrivato o quantomeno pensava che quella scelta non sarebbe stata poi così sofferta e difficile. Ma la pantera nera si accorse con ritardo e con la dovuta consapevolezza che giocare contro il grande amore della sua vita, il Benfica, proprio non gli sarebbe riuscito. Nella stagione del 1976/77 Eusebio era rientrato in patria, dopo essersi disimpegnato tra il 1975 ed il 1976 sia nel nascente campionato della NASL nordamericana che in quello messicano. Pochi scampoli di partita utili comunque ai nordamericani ad aiutarli a credere di aver un campionato vero e qualche dollaro per Eusebio da incamerare nonostante qualche infortunio. Poi la NASL andava per qualche mese in vacanza ed Eusebio decise di tornare in Portogallo. Lo corteggiarono con insistenza quelli dello Sporting Lisbona, ma Eusebio non riuscì ad accettare quelle offerte da parte di quelli che da sempre sono gli eterni rivali degli encarnados. Allora firmò con non poco di stupore per il piccolo Beira-Mar di Aveiro, squadra condannata a lottare per la salvezza e con la speranza di lanciare qualche buon giocatore. Alla giornata numero 12 del campionato lusitano del 5 gennaio del 1977, però, Beira Mar-Benfica era in calendario all’Estadio Mario Duarte. Eusebio accettò di scendere in campo soltanto pochi minuti prima della partita. Affrontare il colore e la storia di quelle maglie gli procurava dolore. Il Benfica dell’inglese John Mortimore passò al 19’ con Chalana e quindi pareggiarono i padroni di casa al 26’ con Abel Miglietti. Poi nuovo vantaggio benfichista al 30’ con Pietra e nuovo pareggio giallonero al 56’ questa volta di Felix Soares. Tutto sembrava potesse succedere in quella partita dall’esito che alla vigilia sembrava scontato. persino che il Beira Mar nella fase cruciale della partita beneficiasse di un calcio piazzato dal limite, una posizione dalla quale Eusebio di gol ne aveva fatti tanti. Ma la pantera nera quella volta non se la sentì, così come avrebbe ulteriormente testimoniato il giovane Antonio Sousa ( che poi ebbe una luminosa carriera al Porto) qualche tempo più tardi. Eusebio si rifiutò di tirare e qualche minuto dopo uscì anche dal campo per lasciare spazio allo spagnolo Tebecas. Eusebio non ce l’aveva fatta. Gli passarono davanti agli occhi le caterve di reti segnate con la maglia benfichista, la Coppa dei Campioni, gli scudetti, le coppe e quei Palloni d’Oro e Scarpa d’Oro che tante volte aveva portato in trionfo all’Estadio Da Luz. Ma tradire la sua gente così sarebbe stato troppo. Il Benfica vinse poi anche quel campionato ed Eusebio continuò a giochicchiare, persino nella seconda divisione lusitana, lì dove il suo Benfica non lo avrebbe potuto incontrare.

mercoledì 24 luglio 2019

Estadio Vivaldo Lima di Manaus, storia e leggende

Ospitiamo oggi sulla nostra pagina un bellissimo articolo del nostro giornalista brasiliano Davide Tuniz e follone della pagina. Un articolo sinceramente da non perdere.
Estadio Vivaldo Lima di Manaus, storie e leggende
di Davide Tuniz
(giornalista freelance brasiliano)

Il 5 Aprile del 1970, nonostante il caldo opprimente che lasciava i suoi illustri ospiti più interessati ai ventilatori che cercavano di smuovere l’aria umida che a ciò che accadeva sul rettangolo di gioco, il governatore dello stato di Amazonas Danilo de Matos Areosa, in una camera di ospedale, non staccava l’orecchio dalla radio, maledicendo il clima tropicale che gli aveva portato una polmonite acuta, costringendolo a disertare l’inaugurazione del nuovo stadio di Manaus, un’opera dalla genesi molto complicata, iniziata addirittura 12 anni prima, ma che finalmente vedeva la luce, con i suoi 50.000 posti (poi ridotti a 31.000) e l’omaggio all’avvocato e medico Vivaldo Lima, uno dei pionieri della diffusione del calcio in Amazzonia. In tribuna, accanto al suo posto vuoto, nientemeno che il presidente della Fifa Sir Stanley Rous e quello della Federazione Brasiliana João Havelange, in quel momento sorridenti e prodighi di foto ed abbracci, ma in realtà già in guerra per le elezioni alla Fifa del 1974 che videro proprio il brasiliano Havelange sconfiggere l’ex arbitro Rous. Ma questa è un’altra storia. In quel pomeriggio del 1970 gli occhi dei 36.826 spettatori sono tutti per le star che si affrontano sul terreno di gioco: il Brasile futuro campione del mondo e la selezione dei migliori giocatori del campionato amazonense, all’epoca torneo di buon livello, prima di conoscere il declino degli anni ’80. Arbitro Arnaldo César Coelho, che dirigerà la finale di Spagna ’82. In campo quei fenomeni che incanteranno il mondo pochi mesi dopo in Messico, compreso Pelé. Finisce 4-1 per il Brasile, con gol di Carlos Alberto Torres, Mário Vieira, Rivelino e ovviamente di O Rey. La partita principale venne preceduta da un pre-gioco tra le selezioni B, vinto anche questo 4-1 dal Brasile, con tripletta di un allora poco conosciuto Dadà Maravilha, che con questa prestazione si guadagnò il passaggio alla nazionale A, con cui vinse i mondiali ’70 senza mai scendere in campo, per veto, si dice, dell’allora Presidente, il generale Médici. Maravilha, terzo marcatore di tutti i tempi del campionato brasiliano, dietro Romário e Pelé, tornò a Manaus a metà degli anni ’80 per giocare gli ultimi spiccioli di carriera col Nacional. Dopo quella pomposa inaugurazione, in realtà, ve ne furono diverse altre nel corso degli anni a venire a partire da quella che a tutti gli effetti rese lo stadio agibile, col completamento di tutte le opere che quel pomeriggio del 1970 erano ancora da finire: il nuovo governatore Andrade re-inaugurò lo stadio nel 1971, con illuminazione, parcheggi e un tabellone elettronico con un torneo vinto dall’Atlético Mineiro in finale contro il Fast Clube, uno dei club più tradizionali della città. E prima della terza re-inaugurazione del 1995, proprio il Fast, l’otto marzo del 1980, portò al Vivaldo Lima, subito ribattezzato dai manauara “Vivaldão”, 56.890 persone, il maggior pubblico registrato, per ammirare quella specie di Harlem Globetrotters del pallone che erano i New York Cosmos di Beckenbauer e Carlos Alberto Torres. La partita fu uno scialbo 0-0, nonostante la presenza di tante stelle. Ma i Cosmos non furono il primo club straniero a calpestare l’erba del Vivaldo Lima: nel 1971 il Porto, in tourneè in Sud-America, vi giocò due partite contro il Nacional ed il Fast, davanti a 39.000 persone. Nel 1995, invece, per la nuova riapertura, con opere di ammodernamento considerevoli e la semina di un nuovo prato, con la stessa erba usata al Rose Bowl di Pasadena durante i mondiali ’94, ecco nuovamente la Seleção chiamata a onorare il nuovo look dello stadio, con un’amichevole vinta 3-1 contro la Colombia. Curiosamente, ma in tipico stile brasiliano, il nuovo tabellone elettronico arrivato anch’esso dagli USA, funzionò solo quel giorno. Secondo diversi funzionari e giornalisti, in realtà le opere del 1995, mal eseguite e super fatturate, portarono una serie di problemi strutturali allo stadio, soprattutto infiltrazioni, che trasformavano gli spogliatoi, nei giorni di pioggia, in vere e proprie piscine. Le pessime condizioni della struttura, che si deteriorava a vista d’occhio, ed il declino del calcio locale, con i clubs in costante crisi finanziaria, non in grado di permettersi l’affitto del Vivaldo Lima, portarono alla decisione, triste ma obbligata, di abbatterlo per costruire uno stadio nuovo di zecca in occasione dei mondiali del 2014. “E’ stato triste per tutti vedere il nostro glorioso stadio venire abbattuto – dice Oriovaldo Malízia che è stato l’ultimo responsabile della struttura – ma se non fosse stato per l’opportunità dei mondiali, oggi Manaus avrebbe uno stadio ridotto ad un rottame”. Oggi la moderna Arena Amazonas rispende con la sua struttura avveniristica sul luogo dove si costruì il “Colosso do norte”, come venne chiamato il Vivaldo Lima dalla propaganda del regime negli anni ‘70, un luogo che, quando venne scelto alla fine degli anni ’50 come sede del nuovo stadio, venne giudicato “pericoloso” per la presenza di serpenti e giaguari – era allora periferia estrema della città – e “troppo lontano perché le persone si interessino ad andarci”, motivo per cui, dalla posa della prima pietra nel 1958, lo stadio rimase solo nei sogni del governatore Areosa e dell'architetto Severiano Mário Porto, per 12 lunghi anni per vivere poi una vita “corta ma intensa” come disse il decano dei giornalisti amazonensi Arnaldo Santos.

sabato 6 luglio 2019

Europa League 2020, i confronti greco-ciprioti


di Vincenzo Paliotto 
La sfida in Europa League tra Aris Salonicco ed AEL Limassol in programma per il terzo turno preliminare di Europa League richiama alla mente tutti i confronti europei tra squadre greche e cipriote.

Apoel Nicosia 1977/78
Sull’asse Grecia-Cipro. Gli intrecci politico-calcistici tra la Grecia e l’isola di Cipro sono ovviamente intensissimi. I ciprioti vivono da sempre un rapporto viscerale con il governo di Atene, ancor di più da quando l’isola è purtroppo divisa per l’insediamento dei turchi nella parte a nord della stessa, creando tensioni politiche e sociali ormai da diversi decenni. Oltretutto tra il 1967 ed il 1975 la migliore squadra del campionato cipriota andava addirittura a giocare nel massimo campionato greco, come una sorta di premio, ma più che altro un asservimento a quella che era la Grecia dei Colonnelli, quella del colpo di stato che si era registrato poco dopo la metà degli Anni Sessanta. Tuttavia, tra tutte le partecipanti, soltanto l’Apoel Nicosia in una occasione riuscì sul campo a raggiungere la salvezza nell’Alpha Ethniki, nella stagione del 1973, piazzandosi al 14° posto, aiutato peraltro in maniera palese nell’ultima di campionato da una vittoria in qualche modo compiacente contro l’AEK Atene. L’Olympiakos Nicosia, invece con tre partecipazioni, è la squadra che vi ha preso parte più volte.
 A livello di coppe europee pertanto i confronti greco-ciprioti assumono un connotato politico e sportivo importante e spesso dagli esiti non scontati. Nel 1965/66, infatti, l’Olympiakos Pireo faticò non poco per eliminare nel primo turno della Coppa delle Coppe l’Omonia Nicosia, vincendo di misura sull’isola e poi pareggiando in casa. A Nicosia il gol decisivo fu di Polichroniou.

’77 la prima volta dell’Apoel.Tuttavia, un primo successo da parte dei ciprioti non tardò ad arrivare e nella Coppa delle Coppe del 1976/77 al primo turno l’Apoel Nicosia registrò la clamorosa impresa, mandando anzitempo a casa l’Iraklis Salonicco del talentuoso Vassilis Hatzipanagis. Dopo lo 0-0 di Salonicco, i gialloblu di Nicosia vinsero in casa con doppietta di Marcou e fu ovviamente grande festa. In quella stessa stagione in Coppa dei Campioni, però, al primo turno un’altra squadra di Salonicco, il PAOK, estromise l’Omonia Nicosia, pareggiando 1-1 a Cipro e vincendo per 2-0 in casa. Tra i marcatori del PAOK figurava nell’occasione anche Giorgios Kudas, che il regime tentò di accasare all’Olympiakos Pireo. La rivolta dei tifosi del PAOk lo tenne ancorato per sempre a Salonicco.
 Nell’88/89 in Coppa delle Coppe, invece, per la prima volta il Panathinaikos affrontò una squadra cugina, avendo la meglio sulla stessa Omonia (le due squadre hanno del resto il logo sociale molto simile), vincendo tutti e due i confronti. A Nicosia sbloccò il punteggio Mavridis.
Il quasi miracolo di Gmoch. Il doppio confronto più bello si registrò in ogni caso nella Coppa dei Campioni del 1992/93, quella in cui al primo turno si affrontarono l’AEK Atene e l’Apoel Nicosia. Ad Atene la squadra di Dusan Bajevic passò in vantaggio al tramonto del primo tempo con Alexandris, ma al 72’ Hadjluokas per gli ospiti pareggiò tenendo in bilico la qualificazione. L’Apoel era guidato la polacco Jacek Gmoch, grande conoscitore del calcio ellenico. A Nicosia l’AEK sembrò imporre il suo maggior tasso tecnico, andando in vantaggio due volte con il serbo Sabanadzovic e quindi con Dimitriadis, quando si era arrivati già al 71’. Poi il grande orgoglio dell’Apoel fece il resto. Segnò il bomber Gogic e poi Fasouliotis a cinque dal termine firmò il pareggio, che serviva a poco ma che tenne sulle spine i ben più titolati greci.  Lo stesso AEK del resto risultò particolarmente indigesto ai ciprioti anche nella Coppa UEFA del 2002/2003, ancora con una qualificazione rocambolesca degli ellenici. Ad Atene i gialloneri vinsero di misura, ma poi a Cipro la spuntarono proprio nel recupero, con un gol al 93’ di Nikolaidis.

Il logo dell'Anorthosis Famagusta
 Le grandi imprese dell’Anorthosis. Tuttavia, nella Coppa UEFA del 1996/97 l’Apoel Nicosia riuscì a ripetere l’importante impresa ancora una volta ai danni dell’Iraklis Salonicco, questa volta affermandosi con due vittoria sia in Grecia che a Cipro. Nel 1998/99 altri due confronti arricchirono questa grande sfida calcistica. Infatti, in Coppa delle Coppe il Panionios eliminò con due successi l’Apollon Limassol, mentre in Coppa dei Campioni l’Olympiakos estromise dalla competizione, non senza affanni, l’Anorthosis Famagosta. Proprio questi ultimi, ad ogni modo, furono i grandi protagonisti addirittura nella stagione dei Champions League del 2008/2009. Già nel 2002/2003 i biancocelesti avevano eliminato i malcapitati dell’Iraklis in Coppa UEFA, con protagonista proprio il georgiano Ketsbaja. L’Anorthosis è la squadra più antica di Cipro, fondata nel 1911, ma dal tempo ormai dell’invasione turca di Cipro del Nord è costretta a giocare a Larnaca, dove ha uno stadio proprio. Questo non gli ha permesso di non realizzare grandi imprese, come quella del 2008/2009. Alla guida tecnica c’era già da qualche stagione il georgiano Timur Ketsbaja, che aveva già vestito al maglia dello stesso club. Arrivato dalla Dinamo Tblisi, il campionato cipriota fu il suo trampolino di lancio per andare a giocare proprio in Grecia nell’AEK Atene e quindi in Inghilterra. Ma poi ritornò a Famagosta per fare l’allenatore-giocatore. Ketsbaja allestì una vera multinazionale del calcio, con francesi, portoghesi, brasiliani, ciprioti, un iracheno, un albanese ed anche giocatori greci, tra cui spiccava il nome di Traianos Dellas, Campione d’Europa con la Grecia nel 2004. Nei preliminari quell’Anorthosis diede un brutto dispiacere all’Olympiakos (vincendo 3-0 in casa grazie ad un’autorete di Torosidis e gol francesi di Sosin e Laban) e si qualificò per la fase a gironi. L’Anorthosis fu grande protagonista e vinse nettamente anche contro il Panathinaikos in casa per 3-1. Poi proprio i verdi di Atene con un gol di Karagounis negarono a Ketsabja e compagni addirittura un clamoroso passaggio del turno.

Omonoia Nicosia
 In quella stessa stagione in Coppa UEFA l’Omonia Nicosia realizzò un’impresa analoga, prendendosi il lusso di eliminare l’AEK Atene.  In Grecia decise a sorpresa il portoghese Cafù. A Cipro l’albanese Klodian Duro portò due volte in vantaggio i biancoverdi e due volte vennero raggiunti da Blanco e Pavlis proprio in extremis. Ma ormai l’impresa cipriota era stata firmata.

 Una vittoria a testa invece conseguono nella fase a gruppi di Europa League nel 2015/2016 nel loro confronto incrociato l’Apoel Nicosia e l’Asteras Tripoli. I ciprioti in casa vincono 2-0 con gol dell’argentino Cavenaghi e del brasiliano Carlao, ma con identico punteggio vengono ripagati della loro visita in Grecia.


martedì 25 giugno 2019

Copa Libertadores 2019, Historial Emelec-Flamengo. La notte di Figueroa

Esultanza di Figueroa contro il Flamengo
Il suo passaggio da Genova, sponda rossoblù, era stato fin troppo fugace, come del resto altre esperienze nella sua carriera agonistica. Il sussulto più brillante del resto lo avevo avuto nel 2003, ergendosi a capocannoniere del Clausura argentino del 2003 con la maglia del Rosario Central e con 17 pesantissimi gol. Nell'ultima giornata il Rosario aveva buscato pesantemente in casa dal Boca Juniors, che volava verso al vittoria del campionato, mentre Figueroa d'altro canto riusciva ad essere il tiratore scelto del torneo. Tra il 2006 ed il 2008, comunque, il buon Figueroa aveva realizzato 3 gol con la maglia del Genoa, mentre aveva lasciato un segno quasi di striscio anche con il Birmingham City, il Villareal ed il Cruz Azul. Tuttavia, Lucho Figueroa, argentino di Rosario, visse successivamente agli exploits con la maglia del Central la sua gloria nella notte sempre caliente di Guayaquil, all’Estadio George Capwell, casa dell’Emelec, gli electricos per intenderci, la squadra della compagnia elettrica. Avversario eterno del Barcelona di Guayaquil e spesso alla ricerca , ma con poca fortuna della gloria internazionale.

Ronaldinho nella morsa di Guayaquil
 L’avversario per l’occasione era nientemeno che il Flamengo guidato da Ronaldinho, che dopo la gloria europea, cercava successi e consensi importanti anche in Sud America. Era la Copa Libertadores del 2012 ed il Flamengo si portò avanti quasi subito in quella partita con una incursione fortunata di Leo Moura al 7’, che trovò il fondo della rete, sfruttando anche una malaugurata deviazione di un difensore. Gol che sembrava spianare una serata piacevole e quantomeno in discesa per i brasiliani. Figueroa, tuttavia, con una giocata aerea degna di nota però impattò una prima volta, accendendo gli entusiasmi del Capwell. Un pareggio momentaneo in quanto Deivid, altro bomber brasiliano prestigioso, sull’altro fronte siglò il gol di un nuovo vantaggio, prima dello scadere del primo tempo. E questa volta le sorti della partita parevano incanalarsi ancora verso le fortune del Flamengo. Ma Figueroa andò ancora ad impattare e per giunta nuovamente con un pregevole colpo di testa. Ad ogni modo, gli ecuadoregni non si accontentarono nemmeno del pareggio e a pochi minuti dal termine Fernando Gaibor dagli undici metri regalò all’Emelec una vittoria di grande prestigio. Il Flamengo all’interno di quel girone aveva vinto la gara di andata di misura, con gol di Vagner Love. Ma anche quella vittoria servì a poco, come la stessa vittoria nell’ultima partita netta per 3-0 ai danni del Lanus. Con una grande prova esterna infatti l’Emelec andò a vincere per 3-2 in casa dell’Olimpia Asuncion e guadagnando il secondo posto, utile, insieme al Luns per approdare alla fase successiva. Ad Asuncion il gol decisivo portava la firma di Josè Luìs Quinonez addirittura al 94’. Fu quella una pagina epica per la storia gloriosa dell’Emelec.

sabato 18 maggio 2019

Copa Libertadores 2019, Historial Internacional PA-Nacional Montevideo

La vittoria del Nacional Montevideo del 1980
di Vincenzo Paliotto
 E’ praticamente un derby o qualcosa del genere la sfida che da tempo mette di fronte i brasiliani dell’Internacional Porto Alegre agli uruguagi del Nacional Montevideo. Del resto Porto Alegre è la capitale del Rio Grande do Sul, l’ultimo degli stati brasiliani del perimetro di confine meridionale, che condivide i propri confini proprio con l’Uruguay. Questa sfida assunse connotati ancora più marcati nel momento in cui nel 1980 le due formazioni approdarono entrambe in finale, sancendo poi a sua volta per forza di cose alleanze incrociate: quelli del Gremio avrebbero per sempre appoggiato il Nacional, mentre quelli dell’Inter trovarono giusto conforto negli eterni rivali del Penarol. La finale dell’80 fu traumatica per i rossi dell’Internacional, che per la prima volta erano arrivati così avanti. Falcao era già stato ceduto alla Roma, ma avrebbe giocato ugualmente le finali, mentre tra i pali rinunciavano al paraguayano Benitez per far posto a Gasperin. Impressionante risultò però la massa dei tifosi che il Nacional si portò dietro fino in Brasile nella finale di andata: arrivarono a Porto Alegre ben 20.000 uruguagi. La gara non si schiodò dallo 0-0. Rodolfo Rodriguez arginò i tentativi brasiliani. Juan Mujica, titolato nel ’71 con il Nacional, aveva allestito anche una squadra con tanta esperienza in campo e caldeggiato qualche ritorno eccellente come quello di Morales. Il 16 agosto del 1980 poi il Nacional completò l’opera sul terreno di casa, imponendosi con un solo e decisivo gol al 34’ di testa di Waldemar Victorino, che non lasciò scampo a Gasperin. Il Nacional vinse il suo secondo titolo, l’Internacional invece visse un dramma profonda per quella sconfitta e per la contemporanea dipartita verso l’Italia di Falcao.
Fernandao tra i protagonisti del 2006
 Soltanto nel 2006 l’Internacional riuscì a lavare l’onta di quella sconfitta in una edizione che peraltro risultò la prima ad essere vinta dall’undici di Porto Alegre. Le due squadre in tal proposito si affrontarono ben quattro volte. Nel girone di qualificazione l’Inter vinse nettamente per 3-0 e quindi pareggio a reti bianche a Montevideo. I brasiliani conquistarono il primo posto, ma anche il Nacional passò il turno. Infatti, le due squadre si fronteggiarono nuovamente negli ottavi. Questa volta l’Inter andò a vincere per 2-1 in rimonta ala Parque Central a Montevideo, nonostante il vantaggio iniziale griffato da Vanzini. I brasiliani impattarono con Jorge Wagner e quindi il colombiano Renteria siglò il punto del definitivo 1-2. Bastò poi un pareggio a Porto Alegre, nonostante l’estremo difensore brasiliano Clemer venisse comunque severamente impegnato.

 Ma quella sfida registrò comunque una appendice clamorosa, in quanto il Nacional nella stagione successiva ancora si manifestò come la bestia nera dell’Inter, infliggendo a quella squadra una nuova e cocente sconfitta. Nonostante l’Internacional si presentasse a quel doppio confronto con il biglietto da visita di essere sia campione della Copa Libertadores sia Campione del Mondo, dopo aver battuto addirittura il Barcellona. Ma a Montevideo di fronte ai tricolores guidati da un giovane Godin, l’Inter crollò malamente per 3-1 e nonostante la vittoria di misura casalinga il club Campione del Mondo in carica non ce la fece a qualificarsi.