mercoledì 6 febbraio 2019

Road to Europe: Ipswich Town

Ipswich Town-Real Madrid
Storie di squadre britanniche nelle competizioni europee
di Vincenzo Paliotto
 Non aveva alcuna esperienza europea l’Ipswich Town e forse il suo nome era poco noto persino all’interno dei confini inglesi. Tuttavia, nel 1962 i tractor boys vinsero un campionato nazionale miracoloso, trionfando addirittura nei panni della neopromossa. Quel successo ovviamente valse all’Ipswich Town il debutto nelle coppe europee, attraverso l’ambito palcoscenico della Coppa dei Campioni.  Il sorteggio risultò benevolo con l’abbinamento nel primo turno ai maltesi del Floriana, compagine che di certo non avrebbe creato grossi grattacapi- Il 18 settembre del 1962 la squadra di Ramsey scese in campo con: Bailey, Malcolm, Compton, Baxter, Nelson, Elsworthy, Stephenson, Moran, Crawford, Phillips e Backwood. L’Ipswich vinse facile per 4-1 e quindi sette giorni più tardi travolse i malcapitati maltesi per 10-0 di fronte agli oltre 25.000 spettatori. Ray Crawford, dopo la doppietta dell’andata, fece al parte del leone segnando ben 5 reti. Il secondo turno della grande Coppa fu però meno agevole, con l’Ipswich Town che andò ad incrociare le ambizioni del Milan di Nereo Rocco. A San Siro i blu persero per 3-0, compromettendo il loro cammino anche se tra le mura amiche riportarono un successo di prestigio per 2-1. Dopo il vantaggio di Barison, replicarono ancora Crawford e quindi Blackwood. Ma quell’avventura al momento finiva lì.
Lazio-Ipswich Town
1973/74, la battaglia dell’Olimpico
 L’Ipswich Town sarebbe poi ritornato sulla ribalta europea non prima della stagione del 1973/74, attraverso la sua prima partecipazione alla Coppa UEFA. Il 4° posto maturato in campionato portò i blu a sfidare nel primo turno nientemeno che il Real Madrid, forse in quel periodo un po’ lontano dai fasti di un tempo ma pur sempre il Real Madrid. A Portman Road l’Ipswich prevalse di misura grazie ad un’autorete di Rubinan e quindi guadagnò un prodigioso 0 a 0 al Bernabeu, sotto gli occhi degli ultimi franchisti. Il secondo turno allo stesso modo risultò decisamente impegnativo con l’Ipswich chiamato a passare il turno di fronte alla Lazio, squadra che stava andando molto bene nel campionato italiano. Nella partita di andata comunque la squadra inglese visse un’autentica serata di gloria, vincendo per ben 4-0 e tutti i gol portavano la firma del fantastico Trevor Whymark. Una vera impresa la sua, tanto che i tifosi romanista a Roma lo omaggiarono di un premio speciale per aver fatto tanto male ai cugini laziali. Tutto questo, però, surriscaldò eccessivamente gli animi in vista della gara di ritorno all’Olimpico, anche perché quella laziale di quegli anni era uno squadra decisamente dal carattere forte. Tant’è che comunque la Lazio si portò in vantaggio di due reti dopo neppure mezz’ora, facendo così intravedere larghi margini per una rimonta clamorosa. Gol di Garlaschelli e Chinaglia, prima che salisse in cattedra il direttore di gara l’olandese Van der Kroft, che negò un netto rigore ai romani per fallo di mani di Hunter proprio sulla linea di porta dopo una rovesciata di Chinaglia. Ad ogni modo, il fischietto olandese completò la sua opera, decretando un dubbio rigore agli ospiti, che, un altro olandese, Viljoen trasformò al 70’. La Lazio segnò altre due volte con due rigori di Chinaglia, ma la gara era nettamente sfuggita di mano al direttore di gara che la portò a termine per evitare ulteriori invasioni di campo dei tifosi laziali. Alla fine l’Ipswich Town perse 4-2 ma passò il turno, andando ad affrontare il Twente Enschede, ostico avversario olandese di ben tutto rispetto. E la squadra di Robson superò anche quell’ostacolo, questa volta senza aiuti esterni del direttore di gara. Il doppio confronto al cospetto degli olandesi fece conoscere al calcio inglese direttamente il talento di Frans Thjssen  ed Arnold Muhren che poco più tardi approderanno proprio all’Ipswich. Tuttavia, in quella stagione il cammino dei biancoblu si arrestò in maniera forse un po’ inattesa all’altezza dei quarti di finale di fronte alla Lokomotive Lipsia, la squadra della DDR capace di ribaltare la situazione ai calci di rigore nella gara di ritorno casalinga. Il calcio d’oltrecortina era comunque particolarmente temibile in quegli anni.
Il colpo gobbo di Happel
 L’Ipswich Town ad ogni modo si qualificò per la Coppa UEFA anche per la stagione successiva, ma questa volta fu proprio il Twente a prendersi la rivincita a distanza di un anno. Gli olandesi ebbero ragione con due pareggio e per la regola dei gol doppi segnati lontano da casa. 2-2 finì a Portman Road ed 1-1 ad Enschede. Sugli scudi il nordirlandese Billy Hamilton, autore di due gol. Nel 75/76, invece, l’Ipswich Town registrò un nuovo sussulto internazionale, eliminando al primo turno della Coppa UEFA il Feyenoord, già vincitore in quegli anni di una Coppa dei Campioni e di una Coppa UEFA. La squadra di Robson vinse prima 2-1 in Olanda e poi riportò un altro successo per 2-0 sul terreno amico. Una brutta sorpresa arrivò comunque nel turno successivo al cospetto del forte Bruges di Happel. Non fu sufficiente il successo interno per 3-0 aperto da un gol di Gates, in quanto al ritorno nelle Fiandre i nerazzurri del Belgio capovolsero il punteggio con un eloquente 4-0.
La sindrome Barcellona
 L’Ipswich Town ritornò poi sul palcoscenico europeo nel 1977/78, ancora attraverso la Coppa UEFA e visse la non felice esperienza di uscire fuori dall’Europa per due anni consecutivi per mano del Barcellona, peraltro rinforzato da Cruyff. Comunque Trevor Whymark tornò nuovamente a far parlare dei suoi gol in maniera trionfale, in quanto contro gli svedesi un po’ malconci del Landskrona Bois segnò nuovamente una quaterna, così come era accaduto contro la Lazio, e nello stesso match andò in gol per la prima volta nche Paul Mariner, che Robson aveva fortemente voluto dal Plymouth Argyle.  Dopo aver eliminato anche il Las Palmas, arrivò quindi l’ostacolo del Barcellona. I catalani furono sonoramente sconfitti in Inghilterra per 3-0 (altro gol di Whymark), ma al Camp Nou il Barca di Cruyff rimontò il punteggio parziale e completò la sua rimonta ancora attraverso i rigori ancora una volta fatali ai britannici. Il copione fu più o meno lo stesso nella stagione del 1978/79 con l’Ipswich impegnato però in Coppa delle Coppe, dopo che a Wembley aveva battuto nella finale di FA Cup l’Arsenal, gol di Roger Osborne. L’Ipswich eliminò in successione l’AZ 67 Alkmaar e l’Innsbruck, sfruttando anche i gol dello scozzese John Wark, poi nei quarti ancora l’ostacolo rappresentato dal Barca. A Portman Road vinsero i padroni di casa con doppietta di Eric Gates, ma in Catalogna prevalse ancora il Barca con il gol decisivo di Migueli.
Ipswich Town 1981
1980/81, la grande vittoria in Coppa UEFA
 Breve risultò anche l’esperienza europea della Coppa UEFA del 1979/80 con l’Ipswich uscito di scena precocemente al secondo turno per mano del Grasshoppers e senza subire sconfitte. Fu fatale il pareggio per 1-1 riportato in casa. Nel 1980/81 comunque l’Ipswich Town visse la sua stagione europea più importante con una cavalcata inarrestabile che arrivò fino alla doppia finale, vinta in maniera netta contro i già noti dell’AZ 67 Alkmaar. Robson aveva terminato di costruire una squadra fantastica intorno ai veterani Mick Mills ed Eric Gates, a cui si aggiunse il portiere Cooper, arrivato in prestito nel ’74 dal Birmingham City e mai più andato via e quindi dei talenti prodotti in casa quali Mc Call, Osman, John Wark, Brazil, Beattle ed il gigantesco difensore Terry Butcher. Quindi Mariner era diventato un imprescindibile punto di riferimento, mentre le chiavi del centrocampo passarono in mano ai fenomenali Thijssen e Arnold Muhren. Nel primo turno l’Ipswich town demolì per 5-1 l’Aris Salonicco con ben 4 gol di Wark ed 1 di Mariner. Tuttavia, nella bolgia ellenica al ritorno l’Aris arrivò fino al 3-0, prima che Gates segnasse il provvidenziale e decisivo gol che frenò l’esuberanza dei greci. Al secondo turno risultò decisivo il fattore campo anche contro i ceki del Bohemians Praga di Antonin  Panenka. Ancora due gol di Wark ed uno di Beattle per spegnere la rivelazione praghese, che comunque in casa giunse fino ad un inutile 2-0. Una vera prova di forza arrivò invece al terzo turno contro il Widzew Lodz di Boniek, che fu travolto per 5-0 grazie ai gol di Brazil, Mariner e alla tripletta di John Wark, il solito John Wark. In Polonia gli inglesi persero, ma appena per 1-0. Nei quarti anche il Saint Etienne di Platini fu a sua volta maltrattato, anche più dei polacchi. L’Ipswich Town vinse 4-1 in casa e quindi 3-1 anche in Francia con altri due gol di Wark. La semifinale contro il Colonia invece rispecchiò l’assoluto equilibrio tra le squadre in campo. In Inghilterra i biancoblu vinsero di misura con gol di Wark e si ripeterono anche in Germania con rete decisiva di Terry Butcher. La doppia finale poi confermò effettivamente la forza di quella squadra, capace di vincere ed ipotecare il titolo in casa, dopo un eloquente 3-0, propiziato da Wark, Thijssen e Mariner. Nel ritorno giocato ad Amsterdam gli inglesi smorzarono i fervori di rivincita degli olandesi con i gol di Thijssen  e del solito Wark, che realizzò 14 gol complessivi vincendo anche il titolo di capocantiere del torneo. Era dai tempi di Altafini che un giocatore non segnava così tanto in Europa.
Finidi George e Sereni, gli ultimi fuochi
 Quel grande successo europeo venne in qualche modo vanificato nei due anni successivi, in quanto quella grande squadra che aveva toccato il tetto europeo uscì per due volte al primo turno: nel 1981/82 per mano dell’Aberdeen e nel 1982/83 contro la Roma di Liedholm. Del resto l’Ipswich Town si apprestò ad affrontare una parabola discendente della sua storia ed infatti i tractor boys tornarono a calcare i campi europei soltanto nel 2000/2001, affrontando subito al primo turno la temibile Torpedo Mosca. L’Ipswich Town firmò una sua nuova impresa europea, eliminando i russi. Dopo l’1-1 dell’andata, infatti la formazione inglese la spuntò a Mosca con i gol del nigeriano Finidi George (ex-Ajax) e di Stewart. Quindi l’Ipswich ebbe ragione anche degli svedesi dell’Helsingborgs, prima di cedere di fronte alla forte Inter di Hector Cooper, non prima di aver vinto almeno la gara di andata in casa con gol di Armstrong. protagonisti tra gli altri in quella squadra furono sia Finidi George che il portiere italiano Sereni, che risultarono gli acquisti più onerosi di sempre nella storia del club. La storia europea del club si chiuse momentaneamente nella stagione successiva ancora in Coppa UEFA di fronte al non irresistibile Slovan Liberec, dopo aver eliminato i lussemburghesi dell’Avenir Beggen e il Sartid Smederevo.


mercoledì 23 gennaio 2019

Copa Libertadores 2019, si riparte

di Vincenzo Paliotto
 Riparte subito o quasi la nuova edizione della Copa Libertadores, lasciandosi alle spalle la doppia finale più problematica della sua storia e tanto per cominciare sarà quella del 2019 l’edizione in cui la finale si disputerà in partita unica, all’Estadio Nacional di Santiago del Cile.
 Tuttavia, nei turni preliminari scenderanno in campo già compagini quotate, come il Sao Paulo, l’Atletico Mineiro e l’Atletico Nacional de Medellin, che la Copa l’hanno vinta rispettivamente tre, una  e due volte a testa. Ma anche i preliminari saranno preceduti da altre tre sfide. Il Bolivar infatti affronta gli uruguagi del Defensor Sporting, in quella che almeno sulla carta è l’incrocio più prestigioso. Le due squadre si sono affrontate nella Copa Sudamericana del 2015 con un netto successo per 3-0 della violeta di Montevideo. Il Bolivar va alla ricerca comunque di un successo prestigioso e si è portato dalla Spagna anche il fratello di Callejon, ma difficile che possa bastare da solo contro i tignosi uruguagi. Il Bolivar è l’unica formazione boliviana ad aver raggiunto una finale continentale: nel 2004 affrontò e perse di misura il Boca Juniors in Copa Sudamericana, ma anche in Copa Libertadores i celesti qualche volta sono avanzati, forse anche di più degli eterni rivali del Th Strongest. Il defensor è invece composto interamente da uruguagi, ad eccezione del panamense Cecilio Waterman. Nel 2014 giunse fino alle semifinali della Copa Libertadores ed ha vinto 4 titoli nazionali, di cui il primo nel 1976 negli anni della dittatura militare. Quella squadra stessa fu un atto di ribellione ai militari, abituati a veder trionfare Penarol e Nacional. Per festeggiare si misero a percorrere la vuelta olimpica in senso contrario e tra i suoi giocatori l’autorevole Pedro Graffigna era un noto militante di sinistra. Una squadra che segnò un’epoca, anche per la presenza di Luìs Cubilla.
 Delfin Manta (che in pratica dal 1989 sono l’ex 9 de Octubre, ma che in patria non ha mai vinto niente) se la vedranno con i paraguayani del Nacional Asuncion, squadra che nel 2014 addirittura arrivò fino in finale per poi perdere contro il San Lorenzo de Almagro. Ma in Paraguay in finale ci è sempre ed arrivato solamente l’Olimpia Asuncion, con il Nacional che costituisce un’eccezione o qualcosa di più. Nato nel 1904 nel Barrio Obrero, il Nacional ha vinto in patria 9 titoli nazionali ed è l’unica squadra che ha avuto il piacere di schierare l’idolo Arsenio Erico, che poi giocò per il resto dei suoi anni all’Independiente de Avellaneda.
 Quindi gli ecuadoregni del
  Chiude questa parte breve ed iniziale del tabellone la sfida tra i venezuelani del Deportivo La Guaira e i peruviani della Real Garcilaso, squadra che gioca dal 2009 sulle alture di Cuzco e che la momento si fa preferire per i suoi risultati al Cienciano, vincitore nel 2002 di una storica edizione della Copa Sudamericana. Come per dire che il miracolo può avvenire ovunque o quasi. Nel 2011 ha vinto la sua prima ed unica edizione della Copa Perù e nel 2013 addirittura è arrivato ai quarti della Copa Libertadores eliminato dai colombiani dell’Independiente Santa Fè de Bogotà. Un risultato a dir poco sensazionale. 

 Le vincenti dei tre confronti andranno poi a completare il tabellone del secondo turno preliminare. La vincente di Bolivar-Defensor affronta poi il Barcelona Guayaquil, quella tra Delfin e Nacional Asuncion trova il Caracas FC, mentre La Guiara-Real Garcilaso l’Atletico Nacional de Medellìn. Poi successivamente la Copa Libertadores entra nella sua fase a gironi, quindi nel suo vivo, prima della lunga scaletta dei confronti diretti.

mercoledì 9 gennaio 2019

Iran-Iraq, la rivalità oltre il calcio

di Vincenzo Paliotto
 Un tempo la chiamavano Friendship Cup, ovvero Coppa dell’Amicizia, ed i rapporti diplomatici e di buon vicinato tra Iran ed Iraq erano ottimali. Anzi nella Friendship Cup del 1969 celebrarono quella che era la loro via di contatto verso i paesi dell’est Europa, garantita dalla presenza dello Spartak Mosca, che poi vinse il quel torneo, quindi dai turchi del Mersin Yurdu e dal Pakistan. Le due squadre si erano affrontate per la prima volta nel 1962, peraltro con una vittoria irachena, abbastanza sporadica nella storia e soprattutto in quegli anni. L’Iran, infatti, lungo l’arco degli Anni Settanta dominò le sorti di quella sfida, imponendosi in tutte o quasi gli incontri più importanti nel corso dell’Asian Cup, delle qualificazioni alla Coppa del Mondo e nelle qualificazioni ai Giochi Olimpici. Le vittorie spesso risultavano schiaccianti.
 Ma la supremazia calcistica dell’Iran non costituiva certo una novità per quegli anni. L’Iran del resto vinse per tre edizioni consecutive la Asian Cup tra il 1968 ed il 1976 e partecipò anche alla Coppa del Mondo del 1978, come prima volta nella sua storia calcistica. Nella Asian Cup di Bangkog del 1972 l’Iran si impose con un largo 3-0, con tre reti di Hossein Kalani, bandiera del Persepolis Teheran. Nei Giochi Asiatici di due anni dopo invece la contesa fu risolta da Rowshan, che andò in gol anche nel 2-0 dell’Asian Cup del 1976. Hassan Rowshan, che invece militava nel Taj e che poi avrebbe realizzato un gol anche nella Coppa del Mondo del 1978 in Argentina contro la Scozia. L’Iraq riuscì a strappare soltanto un pareggio nel 1974 nelle qualificazioni per l’Olimpiadi di Montreal.
Ahmed Radhi
 La rivincita irachena arrivò molti anni più tardi. Soltanto nel 1993 in campo neutro a Doha in una partita di qualificazione ai Mondiali. Segnò Amed Radhi, uno che doveva andare  a giocare nel Nacional Montevideo, ma che Uday Hussein tenne vincolato a Baghdad e al suo Al Rasheed (squadra fondata e portata alla gloria dallo stesso figlio del dittatore iracheno), quindi pareggiò Ali Daei e poi punto decisivo di Kadim. Risultato analogo anche nell’altra partita di Dubai nel quadro dell’Asian Cup a dicembre del 1993, ancora con un successo iracheno per 2-1. Dopo il 1976, le due nazionali non si erano più affrontate. L’esplosione di un sanguinoso e lungo conflitto bellico tra i due paesi tenne lontano qualsiasi tipo di contatto tra il 1980 ed il 1988. Teheran e Baghdad divennero delle pedine fondamentali nello scacchiere internazionale di quegli anni ed attraverso la loro questione di confine e di supremazia territoriale si annodavano le alleanze e le rivalità più cruenti del mondo intero.
 Le due squadre tornarono ad affrontarsi soltanto il 5 novembre del 1989 a Kuwait City nella Peace Cup in una partita terminata 0-0, ma quel confronto Iran-Iraq anche nel calcio non sarebbe mai più stata una partita come le altre.
 
Ali Daei
L’Iran comunque tornò al successo nel 2000 nel quadro dell’Asian Cup in Libano ed ancora una volta la vittoria fu propiziata da Ali Daei, bomber che con 4 reti detiene il record si segnature in questo derby. Daei che in nazionale iraniana ha segnato ben 109 gol e che ha militato in Germania con Arminia Bielefeld, Bayern Monaco ed Hertha Berlino. Un vero mito nazionale. Nella gara di qualificazioni ai Mondiali del 2002 l’Iran anche andò a vincere per 2-1 in Iraq, ancora con un punto decisivo di Daei a sette minuti dal termine. L’Iran tornò a giocare in quell’occasione una gara a Baghdad dopo ben 37 anni. Nella gara di ritorno a Teheran l’Iran vinse ancora 2-1, con gol decisivo di Karimi, e la partita si giocò dinanzi a ben 100.000 spettatori nell’immensità dell’Azadi.

 Ad ogni modo, in 27 match l’Iraq ha vinto soltanto 5 volte e l’ultima della serie nell’Asian Cup del 2015 a Canberra. Un successo arrivato peraltro dopo un pirotecnico pareggio per 3-3, ma in rimonta e dagli undici metri. Fu ritenuto un grave smacco quello per la nazionale guidata dal lusitano Carlos Queiroz, per un Iran accreditato di maggior livello tecnico ed organizzativo. Anche se c’è da ricordare che l’Iran, nonostante sia stato presente alla fase finale della Coppa del Mondo, non vince l’Asian Cup dal 1976, successo invece nel 2007 per l’Iraq (gol decisivo di Younes Mahmoud nella finale contro l’Arabia Saudita) e quindi di gran lunga più recente. Ed anche questo si rivela come un ulteriore motivo di grane rivalità tra i due paesi. Anche se in questo caso la vera rivalità per forza di cose risale ad un conflitto bellico che nessuno ha mai dimenticato e che mai dimenticherà per i tanti morti e per le tante atrocità.

mercoledì 2 gennaio 2019

Asian Cup. Vite di commissari tecnici nel continente

Srecko Katanec alla guida dell'Iraq
di Vincenzo Paliotto
 Cronologicamente nacque addirittura anche prima della Coppa Europa, la sua prima edizione risale infatti al 1956, ed anche prima della Coppa d’Africa, ma l’Asian Cup è un prodotto calcistico ancora non troppo conosciuto in ambito internazionale. Eppure la competizione è arrivata alla sua 17esima edizione e chiama ormai in causa un numero sempre maggiore di partecipanti. Dalle ex-repubbliche sovietiche all’Australia è un torneo per squadre nazionali con un vasto numero di partecipanti in lizza ed al contempo con il maggior numero di questioni politiche in sospeso.
 Si gioca dal 5 gennaio al 2 febbraio del 2019 in quattro città degli Emirati Arabi Uniti con 24 partecipanti, arrivate alla fase finale attraverso le qualificazioni a cui hanno preso parte 45 squadre, con non poche novità. Il Libano ed il Vietnam si sono qualificate per la prima volta da paesi non ospitanti, così come lo Yemen, che nel 1976 partecipò come Yemen del Sud. Qualificate invece per la prima volta in assoluto il Tagikistan, il Kyrgistazn e le Filippine.
 Ma le novità e le storie di maggior interesse legate alle sorti di queste competizioni scaturiscono in particolar modo dalla guide tecniche delle varie nazionali, in cui vanno ad intrecciarsi storie di vario genere, investimenti per certi versi insospettabili e carriere terminate in maniera forse troppo precoce nel calcio occidentale ed invece riprese dall’atra parte del mondo, dove il calcio vive la sua fase di lancio più intensa.
Vite italiane. C’è una bella fetta di calcio italiano nella prossima Asian Cup, a partire da Alberto Zaccheroni, chiamato alla guida degli Emirati Arabi Uniti da poche settimane. Il tecnico di Cesenatico, abile timoniere tra le altre di Venezia, Milan, ma anche Inter e Lazio, in realtà la Coppa d’Asia l’ha già vinta una volta e con precisione nel 2011 alla guida del Giappone. Zaccheroni era uscito in maniera traumatica da un traghettamento in casa juventina, dove aveva subito una cocente eliminazione in Coppa UEFA, uscendo per mano del Fulham a Craven Cottage. Poi il suo trasferimento nel giro di pochi mesi in Giappone e quindi la vittoria in finale a Doha nei tempi supplementari ai danni dell’Australia con punto decisivo di Lee. Ma sarà in buona, anzi in ottima compagnia a cominciare da Marcello Lippi, arrivato in Estremo Oriente a sua volta anche nel 2011, ma in Cina per guidare il Guangzhou Evergrande, la maggiore formazione del calcio cinese, portata anche alla vittoria in Champions League nel 2013. Alloro che gli valse un ingaggio milionario nel 2016 alla guida della nazionale cinese. Un bilancio al momento non proprio eccezionale, visto che Lippi ha mancato la qualificazione al Mondiale del 2018. Questa Coppa d’Asia è motivo di rilancio per il tecnico italiano, ancora comunque tanto stimato a Pechino. Un parterre arricchitosi, ad ogni modo, anche di un altro nome di notevole prestigio, come quello di Sven Goran Eriksson, che il 28 ottobre scorso ha firmato un contratto per guidare la squadra delle Filippine. Dan Palami, il boss del calcio locale lo ha scelto in luogo del connazionale Scott Cooper, andato negli USA. Il settantenne svedese era in procinto di andare sia in Iraq o in Camerun, ma poi ha accettato le offerte, a quanto pare convincenti, dei filippini. Ed in Asian Cup ci sarà anche Hector Cuper, alla guida dell’Uzbekistan già da quest’anno, giusto in tempo di ben figurare, dopo l’esperienza non proprio esaltante con l’Egitto ai Mondiali. L’eterno secondo Cuper ci riprova in una squadra nuova ed emergente, lui che ha girato tanto il mondo in attesa del tanto agognato successo. Il più atteso di tutti potrebbe essere però lo sloveno ed ex-sampdoriano Srecko Katanec, che a settembre ha accettato al guida tecnica dell’Iraq, dicendosi comunque estremamente entusiasta dell’incarico e della sua nuova esperienza in Medio Oriente.
Bernd Stange
Bernd Stange, le vite degli altri. La storia più curiosa e per certi versi coinvolgente potrebbe allacciarsi intorno al nome di Bernd Stange, che negli Anni Settanta ed Ottanta prese in carico la guida tecnica della rivelazione Carl Zeiss Jena in Oberliga, vincendo 2 titoli ed altrettante coppe nazionali, e poi della stessa nazionale maggiore della DDR. Stange figurava tra i tecnici più brillanti ed evoluti del calcio al di là del Muro. Nel 1992 ottenne un incarico dall’altra parte del Muro appunto alla guida dell’Hertha Berlino, ma silurato dopo poche partite non per un bilancio tecnico, ma a quanto pare per un suo passato nelle file della Stasi, la polizia politica di Berlino Est. Anzi ritrovarono negli archivi anche si il suo nome in codice di informatore. Tuttavia, Stange, nonostante tutto, ha continuato ad avere estimatori in ogni angolo del pianeta e nel 2002 andò a firmare un contratto con la federazione irachena, proprio nel momento in cui George W. Bush, alla guida del governo nordamericano, dichiarava guerra a Baghdad. Stange pretese nella firma del contratto tutele particolare per gli eventi bellici e che soprattutto non dovesse fare interviste di contenuto politico e sugli eventi della guerra stessa. Ma la sua permanenza a Baghdad non fu agevole per vari motivi. Una sua foto in compagnia del Ministro degli Esteri britannico Jack Straw scatenò quasi una caccia all’uomo nei suoi confronti, mentre una ulteriore fotografia con sullo sfondo l’immagine di Saddam Hussein gli comportò un boicottaggio della stampa e dell’opinione pubblica europea. Nel 2006 vinse, comunque, all’Apollon Limassol un titolo da imbattuto, dopo 12 anni di astinenza da parte del club. Poi alla guida della nazionale della Bielorussia si trovò sotto il rischio degli strascichi della dittatura di Lukashenko. Si era ormai ritirato dalle scene calcistiche, il suo ultimo incarico lo aveva terminato con la nazionale di Singapore, quando è arrivata la chiamata della federazione siriana per una nuova sfida. Imprese in condizioni ambientali particolari a cui Stange è decisamente abituato, considerato il clima non proprio pacifico che si respira dalle parti di Damasco.
Stephen Constantine
 Constantine, in panchina la vita è un giro del mondo. La guida tecnica che in qualche modo sa di una vera e propria impresa è però quella affidata all’India all’inglese Stephene Constantine, la cui vita calcistica è un romanzo o qualche cosa di più. Il Wall Street Journal una volta nel 2004 gli dedicò un articolo dal titolo inequivocabile: “The coach of lost causes”. E Constantine in tal proposito non ha tardato a scrivere un libro sulla sua particolare vita da allenatore dal titolo From Delhi to the Den, football’s most travelled manager. Ed in effetti il titolo rispecchia fedelmente il contenuto del libro. Nato a Londra nel 1962, ha allenato dal 1999 in poi: il Nepal, l’India, poi il Millwall, il Malawi, il Sudan, poi a Cipro l’Apep, il Nea Salamina, l’Ethnikos Achna e l’Apollon Smyrne, prima di trasferirsi nel 2014 in Rwanda. Dal 2015 è ritornato a Delhi per pilotare, forse con buone prospettive, l’India. Constantine guadagna 20.000 dollari al mese per il suo sapere calcistico ed una vita a dir poco stravagante. E’ sposato con tre figli e la sua famiglia si è stabilita a Cipro.

martedì 18 dicembre 2018

Storie di Amarcord, Catania-Cavese

di Vincenzo Paliotto
 La Cavese non incrocia le ambizioni del Catania dalle parti del Cibali praticamente da venti anni, ma nonostante tutto la rivalità tra le due squadre e soprattutto tra le opposte tifoserie rimane particolarmente alta. Ad ogni modo, nella stagione di Serie C2 del 1998/99 gli aquilotti riuscirono a strappare un prezioso punto alle falde dell’Etna, dove più volte in verità erano rimasti sconfitti, qualche volta in maniera anche netta. Dinanzi ad un caldissimo pubblico di oltre 10.000 spettatori la Cavese di Ezio Capuano riuscì ad imbrigliare l’armata catanese di Pierino Cucchi, agli ordini Trefoloni di Siena, uno insomma che sarebbe arrivato nel grande calcio. Il pareggio fu abbastanza rocambolesco e soprattutto merito del giovane portiere Luca Siringo, ex-Andria, capace di sventare ben due tiri dagli undici metri: il primo al 7’ di Passiatore ed il secondo al 73’ di Tarantino. Dopo un lungo assedio comunque il Catania era passato in vantaggio al 43’ proprio con Passiatore. Ad ogni modo, a sei minuti dal termine in una sortita offensiva metelliana orchestrata dal sempre ficcante Giovanni Piemonte, Roberto Ria deviò giusto di quel tanto il pallone di testa, ingannando Bifera e facendo esplodere la gioia dei circa 100 cavesi al seguito della squadra in Sicilia. Il Catania ed i suoi tifosi assaporarono la beffa, sfociando la loro rabbia in una lunga sassaiola all’indirizzo dei tifosi metelliani. Capuano quel girono schierò la squadra così: Siringo, Vezzosi, Illario, Marzano, Chiappetta, Arcuti, Cianciotta, Piemonte, Spilli, Ferraro, Ria.
 La prima volta della Cavese al Cibali fu comunque nel Campionato di Serie C del 1977/78 con i metelliani che rimediarono una sconfitta di misura, propiziata da un gol al 68’ di Frigerio. Un anno più tardi, quindi, una nuova sconfitta al cospetto degli etnei questa volta per 2-1. Gol decisivo di Giovanni Bertini, nonostante il gol del sempre prezioso Vanni Moscon. Nel 1979/80, invece, l’inatteso pareggio per 1-1 nella gara di esordio del Campionato di Serie C1 Girone B. Rossoazzurri in vantaggio al 18’ con Damiano Morra e pareggio della Cavese dopo pochi minuti grazie ad una malaugurata autorete questa volta proprio di Giovanni Bertini.
 Il Catania vinse comunque quel campionato di terza serie ed approdò in Serie B, trovando la compagnia della Cavese nella stagione del 1981/82. Gli aquilotti si recarono al Cibali alla penultima giornata di campionato, con una salvezza acquisita o quasi. Infatti, la squadra di Rino Santin rimediò il brusco passivo di 4-1. Vella, Crialesi con due gol e quindi Cantarutti fecero il bello e cattivo tempo dalle parti di Franco Paleari e Claudio De Tommasi segnò per i metelliani il gol della bandiera. Nel 1982/83 le due squadre si ritrovarono a lottare per il vertice del campionato e nel girone di ritorno al Cibali la Cavese subì un’altra sconfitta, questa volta con un secco 2-0, a firma di Ennio Mastalli e Barozzi, passato e presente della stessa Cavese, che firmarono i due gol nella prima mezz’ora della partita. Barozzi era passato al Catania di Gianni Di Marzio in estate proprio dalla Cavese insieme a Crusco e Chinellato, mentre Mastalli approderà ai bianco blu qualche anno più tardi. Molti sono stati infatti i giocatori che hanno vestito le maglie di entrambi i club proprio dagli Anni Settanta in poi: Crusco, Chinellato, Barozzi, Onorati, Frazzetto, Fabrizio Cipriani, Del Rosso, Garzieri, Pierozzi, Mastalli, Polenta, Marigo, Del Vecchio, Pidone, Bilardi, Mandressi, Dino De Rosa, Alessandro Ambrosi e probabilmente qualche altro ancora.

 
Alessandro Ambrosi
Nella sconfitta ancora per 4-1, invece, della sfida di Serie C2 del 1997/98 da parte metelliana l’unico cosa positiva della giornata fu il gol di Alessandro Ambrosi. Uno dei suoi 16 gol di quella stagione che lo portarono a laurearsi capocannoniere del campionato. Lo stesso Ambrosi qualche anno più tardi si accasò proprio al Catania, come detto in precedenza. 

martedì 27 novembre 2018

Il fascino di Catanzaro-Reggina, 'U classicu

 
Il derby 'u classicu nella stagione di Serie B del 1970/71
Tratto dal libro I Derby d'Italia, le rivalità del calcio italiano di Vincenzo Paliotto
Catanzaro-Reggina, ‘u classicu

 Il derby Catanzaro-Reggina, invece, denominato in stretto dialetto calabrese come “’u classicu” va a lacerare una ferita già ampiamente aperta per entrambe la città. Ed il contrasto in questo caso prettamente politico ed amministrativo si inasprì intorno al 1970, nel momento in cui la sede del capoluogo di regione venne spostato da Reggio Calabria a Catanzaro. Gravi disordini si verificarono a Reggio Calabria, capeggiati dal militante di destra Ciccio Franco al grido di “Boia chi molla”. Dal luglio del 1970 al febbraio del 1971 Reggio era una città praticamente assediata dai disordini e dalla guerra civile, che contò anche diversi morti, che acuirono ovviamente il clima già teso di quelle giornate. Soprattutto i partiti della destra appoggiarono la rivolta, che in un secondo momento vide coinvolte anche i gruppi anarchici ed alcune correnti della sinistra. In quel periodo ovviamente Reggina e Catanzaro vissero una forte rivalità ed i due incontri del campionato del 1970/71 si giocarono in campo neutro per evitare disordini. Le due tifoserie successivamente hanno poi vissuto rapporti di cordialità, scalfiti di tanto in tanto da qualche malinteso. I reggini ricucirono a loro modo un rapporto, presentandosi al Ceravolo con uno striscione alla memoria di Massimo Capraro. 

domenica 30 settembre 2018

Historial Boca Juniors-Cruzeiro

Gol di Carlos Veglio 
di Vincenzo Paliotto
 Piacevoli ricordi evoca senza dubbio il nome del Cruzeiro in casa del Boca Juniors. Soprattutto perché gli zeneises vinsero ai danni della squadra di Belo Horizonte la loro prima storica Copa Libertadores nel 1977. Il Boca Juniors si aggiudicò in casa la finale di andata alla Bombonera grazie ad un gol di Carlos Veglio, ex San Lorenzo de Almagro, dopo appena tre minuti. Un gol arrivato in mischia in area di rigore, mentre gli argentini nel ritorno del Mineirao lasciarono l’imbattibilità di fronte ad un magnifico calcio di punizione del terzino Nelinho, che con una traiettoria improbabile, lunghissima ed arcuata sorprese il pur bravo Hugo Gatti. Si andò dunque a giocare la bella al Centenario di Montevideo. Agli ordini del venezuelano Llobregat, Juan Carlos Lorenzo propose una formazione in cui si affidava al vero loco per eccellenza Gatti, ad Alberto Tarantini e Mouzo in difesa, quindi al fine Nicasio Zanabria (ex-Newell’s Old Boys) e al supporto Sunè in mediana, sfociando in attacco nel tridente Mastrangelo, Veglio e Felman. I detentori del trofeo del Cruzeiro comunque non lasciarono troppi spazi e per forza di cose la gara transitò verso i supplementari e quindi ai rigori. I tiratori boquensi furono tutti perfetti: da Mouzo a Pernia, passando per Tesare, Zanabria e Felman. Anche i brasiliani non sbagliarono un colpo con Darci, Neca, Moraes e Livio. Fu fatale per loro però l’ultimo tiro di Vanderley, che Gatti sventò proteso in tuffo, regalando la prima Copa alla sua squadra.  Per Hugo Gatti neutralizzare un tiro dagli undici metri non era una novità, anzi con il suo rivale Ubaldo Matildo Fillol è colui che ne ha parati di più nella storia del calcio argentino. Nel cielo di Montevideo dunque il Boca Juniors sollevò la sua prima Copa Libertadores.
 
Ronaldo, il Fenomeno
La rivincita del Cruzeiro arrivò soltanto nell’edizione della Copa del 1994 con i brasiliani e gli argentini che si ritrovarono insieme nel Grupo 2. Il Cruzeiro regalò due dispiaceri alla squadra zeneise, espugnando la Bombonera con gol magistrale su punizione di Paulo Roberto (non bastò in tal caso un gol di Beto Acosta per gli argentini), mentre al Mineirao fece la parte del leone con un gol decisivo del giovane Ronaldo, il vero fenomeno prossimo ormai ad approdare in Europa al PSV Eindhoven. Nella stessa partita lo stesso Ronaldo colpì una clamorosa traversa con un tiro da metà campo quasi. Il Boca Juniors non andò l’ultimo posto nel girone ed abbandonò malinconicamente la manifestazione.

 Nel 2008 il Boca Juniors guidato da Carlos Ischia si impose nuovamente al Cruzeiro, vincendo per due volte per 2-1 e guadagnando l’accesso ai quarti di finale. Del resto quel Boca Juniors avrebbe vinto anche quella edizione della Copa.