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martedì 21 gennaio 2020

La libertà del gol di Viorel Nastase


di Vincenzo Paliotto
La conosceva in qualche modo la sua libertà Viorel Nastase. La assaporava ogni volta che scendeva sul terreno di gioco. I bene informati, del resto, affermavano che se non avesse avuto la passione sia per le donne che per le birre il suo nome sarebbe riecheggiato a lungo nella storia del calcio mondiale. Invece, soltanto in parte fu così. Era nato a Bucarest nel 1953 e di professione faceva l’attaccante con il fiuto del gol. Cominciò a 16 anni nel piccolo Progresul nella capitale rumena, ma ben presto nel 1971 divenne uno degli oggetti del desiderio di una delle squadre più potenti del paese: la Steaua, la squadra dei militari, con cui giocò fino al ’79, mettendo a segno soltanto in campionato ben 77 reti. Il suo approdo in nazionale fu precoce, ma alquanto breve. Dopo l’esordio nel 1971 contro l’Albania, vi ritornò soltanto una volta nel 1977 per poi uscirvi ancora una volta definitivamente. Raggiunse una popolarità enorme pari al suo talento nel momento in cui in Coppa delle Coppe con la sua Steaua eliminò nel 1971/72 il quotato e ricco Barcellona, che non aveva ancora vinto a livello continentale, ma era stato affidato alla guida tecnica di RinusMichels. Viorel Nastase nell’arco delle due partite inflisse ben 3 gol ai malcapitati catalani, condannandoli ad un’eliminazione storica ed inopinata. Eliminò il Barcellona da solo o quasi, mentre tra i pali Coman compieva miracoli, così come si esaltò il giovane Hajdu che lo rilevò nella ripresa per infortunio. Al primo turno la Steaua aveva eliminato a fatica i maltesi dell’Hibernians Paola, ma contro il Barcellona realizzarono l’impresa. Vittoria per 1-0 al Camp Nou, gol di Nastase al 12’, che trafisse Sadurni su assist dell’altro giovane AnghelIordanescu. Il risultato con effetti miracolosi si sarebbe ripetuto anche a Bucarest, nonostante il Barca fosse passato in vantaggio al 50’ con Asensi. Si pensava ad una quasi logica rimonta del Barcellona, ma lo stesso Nastase impattò dopo appena tre minuti ed egli stessi rifinì poi il punteggio con il gol del definitivo 2-1 al 60’. Nastase aveva appena 18 anni, la sua carriera stava esplodendo in maniera vigorosa.

 Dal 1979 in poi cominciò la sua fuga verso la libertà, di cui si sentiva privato in patria. In occasione di un’altra partita di Coppa delle Coppe giocata a Berna contro la Young Boys e pareggiata per 2-2 Nastase decise di scappare e di non far più ritorno in patria, divincolandosi dagli agenti della Securitate di Ceausescu. Si era così macchiato di altro tradimento o meglio defezione, qualcosa di imperdonabile nei paesi socialisti. A chi chiedeva di lui si diceva addirittura che fosse morto. Dopo un anno di stop imposto per squalifica dalla UEFA, fece riaffiorare nuovamente le sue tracce ed  andò a vestire la maglia del Monaco 1860, realizzando anche 15 gol in Bundesliga, tanti ma non sufficienti alla salvezza della formazione bavarese. Il suo stile di vita proprio in Baviera cominciò ad essere sregolato. Lo stile di vita occidentale lo stava lentamente divorando tra alcool, diverse amanti e la relazione con una bellissima assicuratrice tedesca che viveva in città. Nastase godeva sempre meno di quel guizzo che lo aveva reso un campione nel suo paese, ma nonostante tutto gli riservò fiducia il Catanzaro, dopo che in Italia avevano riaperto le frontiere. Lo pagarono 400 milioni di lire, ma dopo poche partite si fece male seriamente a Como sotto le cure difensive di Silvano Fontolan, proprio dopo aver segnato il suo primo gol italiano. I suoi gol furono rari, ma quasi permise al Catanzaro nel 1982 di raggiungere la finale di Coppa Italia, dopo che con un suo gol avevano espugnato il San Paolo di Napoli. Dall’81 all’84 in Italia collezionò 31 presenze con 3 reti, prima di partire per l’Austria in direzione Salisburgo. A soli 31 anni si ritirò dalle scene calcistiche e quasi da quelle della vita, travolto dall’alcol e dalla cleptomania. Un giorno si ritrovarono le sue tracce dalle parti di Bucarest, da dove era scappato e dove era ritornato per allenare una squadra minore.

domenica 29 dicembre 2019

I McAdam, fratelli contro nel clima infuocato dell’Old Firm

di Vincenzo Paliotto

 E’ il derby con sfondo di passione religiosa più importante al mondo, ma allo stesso tempo si candida come tra le stracittadine più sentite in assoluto e non potrebbe che essere diversamente. Del resto, Celtic e Rangers Glasgow da sempre si dividono quasi equamente il bottino da spartirsi in territorio scozzese e la posta in palio non fa altro che aumentare una rivalità atavica ed anche alquanto violenta. Franklin Foer, autore di libri sul fenomeno dell’Old Firm, ha portato avanti anche una contabilità alquanto raccapricciante sugli scontri e le vittime relative al derby di Glasgow. Una cifra drammaticamente alta, che rende in qualche modo anche impensabile il fatto che due fratelli si siano potuti affrontare sul terreno insidioso di questa supersfida. Furono all’inizio degli anni Ottanta i fratelli Colin e Tom Mc Adam, che difesero in un primo momento insieme i colori del Dumbarton, prima di spiccare il volo in direzioni diverse: Colin verso i Rangers e Tom a disposizione del Celtic. I brothers si sarebbero affrontati all’interno dell’Old Firm in ben 8 occasioni, registrando peraltro 4 successi di squadra a testa senza nessun pareggio. I duelli in famiglia si chiusero nel 1984 con la finale di League Cup, peraltro vibrante, vinta dai blues per 3-0 e con un epico hattrick di Ally McCoist.
 Tom, il minore dei due, approdò al Celtic nel 1977, dopo un’esperienza non proprio proficua nel Dundee United, e con i biancoverdi cambiò anche ruolo, abbandonando la prima linea dell’attacco e riciclandosi come ottimo difensore, vestendo la maglia del Celtic in 261 occasioni. Vinse in 3 occasioni il campionato e quindi una Coppa di Scozia ed una Coppa di Lega. Fu Billy McNeill, il successore di Jock Stein, ad intravedere le sue qualità difensive e nel 1979, proprio al centro della difesa, guidò il Celtic alla vittoria del campionato, passando attraverso una vittoria decisiva per 4-2 ai danni dei Rangers del fratello Colin. Tom segnò anche un gol in una partita in cui i Rangers potevano anche solamente pareggiare per vincere il campionato.
 Colin McAdam, invece, si accasò ai Rangers nel 1980 totalizzando 65 e scomparse purtroppo prematuramente nel 2013. Dal Dumbarton si spostò poi prima al Motherwell e successivamente al Parthick Thistle, prima di firmare per i Rangers. Giocarono per un periodo insieme nelle file del Dumbarton, ma tuttavia furono le sfide fratricide a segnare in qualche modo la loro epoca calcistica. Tutto si poteva immaginare nell’Old Firm, ma forse meno che due fratelli si potessero affrontare in mezzo al campo ed a viso aperto.


venerdì 20 dicembre 2019

La maglia n.6 di Maradona

di Vincenzo Paliotto

 Nel calcio la numerologia calcistica è una scienza esatta o quasi, e da sempre, nonostante le nuove mode del calcio moderno, al calciatore più rappresentativo e di maggior classe della squadra viene assegnato il n. 10. Diego Armando Maradona fu probabilmente il miglior n. 10 di sempre, il calciatore di maggior talento della storia, anche se agli albori di una carriera già luminosa quella maglia non sempre gli venne assegnata. Accadde che il 2 agosto del 1979 in occasione di una gara di Copa America che l’Argentina doveva giocare in Brasile Julio Cesar Menotti ricorse anche alle prestazioni di Dieguito, che in quel momento della sua carriera, non aveva nemmeno 19 anni, faceva la spola tra la nazionale maggiore e quella juniores. Menotti no lo aveva convocato per il Mundial casalingo del 1978, ma in seguito aveva dovuto integrarlo in seno alla Selecciòn per forza di cose ed a furor di popolo. Al Maracanà Menotti mise in campo il seguente undici: Vidallè, Passarella, Van Tuyne, Bordon, Gaspari, Barbas, Coscia, Osvaldo Diaz, Gaitan, Maradona e Larraquy. Ma contrariamente a quanti in tanti si aspettavano, a Maradona non fu assegnata la maglia n. 10, ma bensì un inedito n. 6 sulle sue spalle. La 10 andò per l’occasione a Gaspari, mentre Coscia, calciatore del San Lorenzo, che peraltro in quella partita segnò il punto del momentaneo pareggio biancoceleste proprio su assist del giovane Maradona. Il Brasile vinse per 2-1, con i gol firmati da Zico e Tita e nonostante le pesanti critiche rivolte alla vigilia di quel match infuocato all’indirizzo di Claudio Coutinho, il DT brasiliano che aveva preferenze per i calciatori del Flamengo, in quanto dirigeva allo stesso tempo anche le vicende tecniche del club carioca. Coutinho escluse da quella sfida sia Falcao che Socrates e le polemiche aumentarono dopo che lo stesso Coutinho al termine del Mundial del 1978 aveva dichiarato la sua squadra vincitrice morale di quella Coppa, in quanto l’Argentina clamorosamente aiutata a battere per 6-0 il Perù. Forse Coutinho non aveva tutti i torti. Tuttavia, quella numerazione che poteva sembrare strana non era invece del tutto casuale, in quanto la federazione argentina in quel periodo assegnava i numeri di maglia della Selecciòn per le varie competizioni in ordine alfabetico. Pertanto Maradona anche in una seconda occasione scese in campo con la maglia n. 6 ed in occasione della seconda partita di quella Copa America che l’Argentina giocò e vinse nella cancha del Velez per 3-0 ai danni della Bolivia. E Maradona in quella circostanza siglò il primo gol della partita ed il suo primo personale in Copa America. Il giovane Dieguito, ancora agli ordini di Menotti, andò a giocare poi il Mondiale Juniores, che l’Argentina vinse in maniera spettacolare grazie ad un grande Maradona. La federazione argentina anche per le successive manifestazioni usò l’ordine alfabetico dei cognomi dei suoi giocatori per assegnare i numeri di maglia, ma questa volta aveva preveduto un’eccezione, assegnando la maglia n. 10 d’ufficio a Maradona, ritenuto e non a torto il calciatore per forte del paese.

giovedì 12 dicembre 2019

Lakhdar Belloumi e la Juve


di Vincenzo Paliotto
 Ci poteva essere un nome algerino prima di quello di Zidane nella storia della Juventus, ma questa incontro con la storia non avvenne per poco o quasi, o per le sfortune agonistiche del campione in questione. Lakhdar Belloumi, meglio noto anche come Le Magicien, era il vero fuoriclasse del calcio algerino all’inizio degli Anni Ottanta, forse anche più del talentuoso Rabah Madjer, meglio noto come il Tacco di Allah. Ma la sorte lo avrebbe tradito nel momento migliore della sua carriera. Nato a Mascara, a nord-ovest di Algeri, era il vero orgoglio della popolazione locale, che peraltro portò al successo nel campionato nazionale del 1984, quando da sempre il massimo torneo del paese era spesso o quasi sempre ad appannaggio delle compagini della capitale. Si spostò poi nel corso della sua carriera anche ad Orano ed ad Algeri stessa, ma la sua vita e la sua carriera agonistica erano legate ad un filo doppio ed inscindibile con la sua città natale. Il titolo arrivò peraltro con una sola lunghezza di vantaggio nei confronti dell’USM El Harrach e di due sul Jet Tizi-Ouzu. Era oltretutto anche la stella indiscussa della nazionale algerina, che nel 1982 conquistò la sua prima storica qualificazione alla Coppa del Mondo, dove venne eliminata soltanto per la losca combine tra Austria e Germania Ovest, dopo che gli stessi algerini avevano messo in riga i portenti teutonici con i gol proprio di Belloumi e di Madjer. Aveva in precedenza conquistato il 2° posto alla Coppa d’Africa del 1980. In nazionale avrebbe totalizzato ben 100 presenze con 27 gol all’attivo.  Il calcio giocato da Belloumi era essenzialmente estroso, ricco di tecnica e di talento, dove abbondavano giocate sopraffine, un fase di palleggio persino minuziosa ed estremamente tecnica ed in cui primeggiavano le virtuose giocate con l’esterno del piede e con il colpo di tacco. La sua classe venne premiata con il Pallone d’Oro africano del 1981, uno tra i tanti riconoscimenti ricevuti in carriera. Secondo i bene informati, tra gli inventori del blind pass, cioè il passaggio come dire “no look”.
 Il 5 febbraio del 1985, ad ogni modo, la Grande Juve di Michel Platini e Zibì Boniek tra gli altri, scese nel gremitissimo Stadio 5 luglio 1962 di Algeri per un’amichevole di cartello contro la nazionale algerina. La Juventus del Trap era detentrice dello Scudetto ed aveva vinto la Coppa delle Coppe a Basilea ed ancora da poche settimane si era fregiata della Supercoppa Europea, dopo aver battuto il Liverpool. La trasferta nordafricana ovviamente riservava un lauto ingaggio da parte della federazione algerina e quindi l’intento di sostenere buoni rapporti con un movimento calcistico africano sempre più importante. Di certo la Juventus non si attendeva di essere messa in seria difficoltà dalla nazionale algerina, che vinse quell’incontro per 3-2 tra il tripudio anche giustificato della sua gente. Aprì le marcature Maroc al 7’, ma Boniek impattò al 41’ e quindi Prandelli firmò il gol del sorpasso al 54’. Lo stesso Belloumi ristabilì la parità al 57’, prima che Meghichi all’80’ firmasse il definitivo punto del 3-1.  La prestazione di Belloumi, comunque, fu talmente esaltante che proprio la Juventus si mise sulle tracce del numero 10 dell’Algeria, scoprendo al contempo che anche il Barcellona così come il Paris Saint Germain avevano fatto richieste al fantasista del Mascara. La Juve temeva che prima o poi Platini avesse accettato le laute richieste di altri club, soprattutto stranieri, che ogni giorno pervenivano alla sede bianconera e quel Belloumi, che veniva dal deserto del Nord Africa, poteva essere il suo sostituto ideale.

 Belloumi era, però, impegnato a livello di club con il suo Mascara anche nella faticosa Coppa dei Campioni d’Africa, che nei sedicesimi vedeva opposta la sua squadra agli ostici libici dell’Itihad di Tripoli. In particolare i derby tra le formazioni nordafricane da sempre sono molto combattuti dal punto di vista fisico ed estremamente spigolosi dal punto di vista ambientale. Fu così che intorno al 20’ il difensore libico ed anche della nazionale Bani con un intervento rude e scomposto attentò alla incolumità stessa del centrocampista algerino. Un intervento durissimo che provocò la rottura della tibia destra di Belloumi. La diagnosi al termine della partita fu impietosa, con Belloumi costretto a rimanere lontano dal terreno di gioco per almeno 8 mesi. Il grave infortunio allontanò dal suo nome le pretendenti, in particolare di quella Juventus che lo avrebbe portato in Italia a far brillare la sua classe ed il suo talento. Belloumi rinunciò a quel grande sogno e decise di servire quanto più a lungo possibile la causa del suo Mascara, dove chiuse la carriera a 41 anni suonati tra il tripudio della sua gente. Dispensò ancora numeri di alta classe fino al ritiro definitivo dalle scene calcistiche. Per tutta l’Africa, che lo vide giocare in ogni angolo del continente, rimarrà per sempre Le Magicien. Il Magico.

giovedì 3 ottobre 2019

Copa Libertadores 2019, l'incubo Gremio per il Flamengo

il gol poderoso di Hugo De leon sotto gli occhi
di Baltazar

di Vincenzo Paliotto
 Lo chiamavano o artilheiro de Deus, il bomber goiano Blatazar, che fece fortuna pure in Europa con l’Atletico Madrid, ma che era stato un cannoniere implacabile al Gremio. E al Gremio con un suo gol aveva consegnato il titolo nazionale nel 1981 contro il Sao Paulo. Nel 1983, però, Baltazar decise di accettare le offerte del Flamengo ed in Copa Libertadores finì per trovarsi di fronte alla sua ex-squadra, particolarmente agguerrita peraltro contro la formazione carioca. Fu una vendetta vera e propria ci tengono a specificare quelli del Gremio. Era, infatti, accaduto che il Flamengo nel 1982 avesse sfilato il titolo del Brasileirao alla compagine di Porto Alegre grazie alla compiacenza dell’arbitro Scolfaro. Tuttavia, proprio in Copa Libertadores la formazione gremista riuscì a mettere alle corde la compagine di Rio de Janeiro. Pareggio a Porto Alegre e quindi sontuosa vittoria per 3-1 in un Maracanà rimasto ammutolito. Nella partita di andata nel Rio Grande do Sul proprio Baltazar portò in vantaggio il Flamengo con un’autentica prodezza su assist di Zico, prima del pareggio nel finale dell’uruguagio Hugo De Leon con un gran tiro dal limite. Quello di Baltazar fu un gol doloroso, in quanto realizzato da ex di turno e quasi irriverente nei confronti della sua ex-tifoseria. Nella gara di ritorno il Gremio calpestò gli avversari con i gol di Tita, Osvaldo e Caio.  Ma non fu una vittoria casuale. Il Gremio si era rinforzato con il rude uruguagio Hugo De Leòn e si fece trascinare da Renato Portaluppi. Non a caso il Gremio vinse poi con quella squadra la sua prima Copa Libertadores ai danni del Penarol.

 Nel 1984, però la sfida si ripetè questa volta nel girone di semifinale, in quanto il Flamengo aveva conquistato il titolo nazionale battendo il Santos. Ma dal suo canto aveva perso Zico che era andato all’Udinese, rendendo triste Rio ed i suoi tifosi. Il Flamengo acquistò come portiere l’argentino Fillol ed in attacco Joao Paulo, ma non bastava.  A Porto Alegre vennero strabattuti per 5-1 e l’unico gol rubronegro era di Tita, che tornò ad essere ex di turno, ritornato a Rio per sostituire Zico. Il Flamengo riuscì però a vincere la partita in casa per 3-1 e si dispose per la bella, che si gioca al Pacaembu di San Paolo del Brasile, cioè molto più vicino a Rio che a Porto Alegre. Uno 0-0 finale fu però un risultato che premiava per differenza-reti il Gremio, che giocò una nuova finale pur perdendola contro l’Independiente di Bochini. Il Flamengo ritorna in semifinale di Copa Libertadores dopo 35 anni e probabilmente si trova ad affrontare l’avversario storicamente più ostico.

mercoledì 6 febbraio 2019

Road to Europe: Ipswich Town

Ipswich Town-Real Madrid
Storie di squadre britanniche nelle competizioni europee
di Vincenzo Paliotto
 Non aveva alcuna esperienza europea l’Ipswich Town e forse il suo nome era poco noto persino all’interno dei confini inglesi. Tuttavia, nel 1962 i tractor boys vinsero un campionato nazionale miracoloso, trionfando addirittura nei panni della neopromossa. Quel successo ovviamente valse all’Ipswich Town il debutto nelle coppe europee, attraverso l’ambito palcoscenico della Coppa dei Campioni.  Il sorteggio risultò benevolo con l’abbinamento nel primo turno ai maltesi del Floriana, compagine che di certo non avrebbe creato grossi grattacapi- Il 18 settembre del 1962 la squadra di Ramsey scese in campo con: Bailey, Malcolm, Compton, Baxter, Nelson, Elsworthy, Stephenson, Moran, Crawford, Phillips e Backwood. L’Ipswich vinse facile per 4-1 e quindi sette giorni più tardi travolse i malcapitati maltesi per 10-0 di fronte agli oltre 25.000 spettatori. Ray Crawford, dopo la doppietta dell’andata, fece al parte del leone segnando ben 5 reti. Il secondo turno della grande Coppa fu però meno agevole, con l’Ipswich Town che andò ad incrociare le ambizioni del Milan di Nereo Rocco. A San Siro i blu persero per 3-0, compromettendo il loro cammino anche se tra le mura amiche riportarono un successo di prestigio per 2-1. Dopo il vantaggio di Barison, replicarono ancora Crawford e quindi Blackwood. Ma quell’avventura al momento finiva lì.
Lazio-Ipswich Town
1973/74, la battaglia dell’Olimpico
 L’Ipswich Town sarebbe poi ritornato sulla ribalta europea non prima della stagione del 1973/74, attraverso la sua prima partecipazione alla Coppa UEFA. Il 4° posto maturato in campionato portò i blu a sfidare nel primo turno nientemeno che il Real Madrid, forse in quel periodo un po’ lontano dai fasti di un tempo ma pur sempre il Real Madrid. A Portman Road l’Ipswich prevalse di misura grazie ad un’autorete di Rubinan e quindi guadagnò un prodigioso 0 a 0 al Bernabeu, sotto gli occhi degli ultimi franchisti. Il secondo turno allo stesso modo risultò decisamente impegnativo con l’Ipswich chiamato a passare il turno di fronte alla Lazio, squadra che stava andando molto bene nel campionato italiano. Nella partita di andata comunque la squadra inglese visse un’autentica serata di gloria, vincendo per ben 4-0 e tutti i gol portavano la firma del fantastico Trevor Whymark. Una vera impresa la sua, tanto che i tifosi romanista a Roma lo omaggiarono di un premio speciale per aver fatto tanto male ai cugini laziali. Tutto questo, però, surriscaldò eccessivamente gli animi in vista della gara di ritorno all’Olimpico, anche perché quella laziale di quegli anni era uno squadra decisamente dal carattere forte. Tant’è che comunque la Lazio si portò in vantaggio di due reti dopo neppure mezz’ora, facendo così intravedere larghi margini per una rimonta clamorosa. Gol di Garlaschelli e Chinaglia, prima che salisse in cattedra il direttore di gara l’olandese Van der Kroft, che negò un netto rigore ai romani per fallo di mani di Hunter proprio sulla linea di porta dopo una rovesciata di Chinaglia. Ad ogni modo, il fischietto olandese completò la sua opera, decretando un dubbio rigore agli ospiti, che, un altro olandese, Viljoen trasformò al 70’. La Lazio segnò altre due volte con due rigori di Chinaglia, ma la gara era nettamente sfuggita di mano al direttore di gara che la portò a termine per evitare ulteriori invasioni di campo dei tifosi laziali. Alla fine l’Ipswich Town perse 4-2 ma passò il turno, andando ad affrontare il Twente Enschede, ostico avversario olandese di ben tutto rispetto. E la squadra di Robson superò anche quell’ostacolo, questa volta senza aiuti esterni del direttore di gara. Il doppio confronto al cospetto degli olandesi fece conoscere al calcio inglese direttamente il talento di Frans Thjssen  ed Arnold Muhren che poco più tardi approderanno proprio all’Ipswich. Tuttavia, in quella stagione il cammino dei biancoblu si arrestò in maniera forse un po’ inattesa all’altezza dei quarti di finale di fronte alla Lokomotive Lipsia, la squadra della DDR capace di ribaltare la situazione ai calci di rigore nella gara di ritorno casalinga. Il calcio d’oltrecortina era comunque particolarmente temibile in quegli anni.
Il colpo gobbo di Happel
 L’Ipswich Town ad ogni modo si qualificò per la Coppa UEFA anche per la stagione successiva, ma questa volta fu proprio il Twente a prendersi la rivincita a distanza di un anno. Gli olandesi ebbero ragione con due pareggio e per la regola dei gol doppi segnati lontano da casa. 2-2 finì a Portman Road ed 1-1 ad Enschede. Sugli scudi il nordirlandese Billy Hamilton, autore di due gol. Nel 75/76, invece, l’Ipswich Town registrò un nuovo sussulto internazionale, eliminando al primo turno della Coppa UEFA il Feyenoord, già vincitore in quegli anni di una Coppa dei Campioni e di una Coppa UEFA. La squadra di Robson vinse prima 2-1 in Olanda e poi riportò un altro successo per 2-0 sul terreno amico. Una brutta sorpresa arrivò comunque nel turno successivo al cospetto del forte Bruges di Happel. Non fu sufficiente il successo interno per 3-0 aperto da un gol di Gates, in quanto al ritorno nelle Fiandre i nerazzurri del Belgio capovolsero il punteggio con un eloquente 4-0.
La sindrome Barcellona
 L’Ipswich Town ritornò poi sul palcoscenico europeo nel 1977/78, ancora attraverso la Coppa UEFA e visse la non felice esperienza di uscire fuori dall’Europa per due anni consecutivi per mano del Barcellona, peraltro rinforzato da Cruyff. Comunque Trevor Whymark tornò nuovamente a far parlare dei suoi gol in maniera trionfale, in quanto contro gli svedesi un po’ malconci del Landskrona Bois segnò nuovamente una quaterna, così come era accaduto contro la Lazio, e nello stesso match andò in gol per la prima volta nche Paul Mariner, che Robson aveva fortemente voluto dal Plymouth Argyle.  Dopo aver eliminato anche il Las Palmas, arrivò quindi l’ostacolo del Barcellona. I catalani furono sonoramente sconfitti in Inghilterra per 3-0 (altro gol di Whymark), ma al Camp Nou il Barca di Cruyff rimontò il punteggio parziale e completò la sua rimonta ancora attraverso i rigori ancora una volta fatali ai britannici. Il copione fu più o meno lo stesso nella stagione del 1978/79 con l’Ipswich impegnato però in Coppa delle Coppe, dopo che a Wembley aveva battuto nella finale di FA Cup l’Arsenal, gol di Roger Osborne. L’Ipswich eliminò in successione l’AZ 67 Alkmaar e l’Innsbruck, sfruttando anche i gol dello scozzese John Wark, poi nei quarti ancora l’ostacolo rappresentato dal Barca. A Portman Road vinsero i padroni di casa con doppietta di Eric Gates, ma in Catalogna prevalse ancora il Barca con il gol decisivo di Migueli.
Ipswich Town 1981
1980/81, la grande vittoria in Coppa UEFA
 Breve risultò anche l’esperienza europea della Coppa UEFA del 1979/80 con l’Ipswich uscito di scena precocemente al secondo turno per mano del Grasshoppers e senza subire sconfitte. Fu fatale il pareggio per 1-1 riportato in casa. Nel 1980/81 comunque l’Ipswich Town visse la sua stagione europea più importante con una cavalcata inarrestabile che arrivò fino alla doppia finale, vinta in maniera netta contro i già noti dell’AZ 67 Alkmaar. Robson aveva terminato di costruire una squadra fantastica intorno ai veterani Mick Mills ed Eric Gates, a cui si aggiunse il portiere Cooper, arrivato in prestito nel ’74 dal Birmingham City e mai più andato via e quindi dei talenti prodotti in casa quali Mc Call, Osman, John Wark, Brazil, Beattle ed il gigantesco difensore Terry Butcher. Quindi Mariner era diventato un imprescindibile punto di riferimento, mentre le chiavi del centrocampo passarono in mano ai fenomenali Thijssen e Arnold Muhren. Nel primo turno l’Ipswich town demolì per 5-1 l’Aris Salonicco con ben 4 gol di Wark ed 1 di Mariner. Tuttavia, nella bolgia ellenica al ritorno l’Aris arrivò fino al 3-0, prima che Gates segnasse il provvidenziale e decisivo gol che frenò l’esuberanza dei greci. Al secondo turno risultò decisivo il fattore campo anche contro i ceki del Bohemians Praga di Antonin  Panenka. Ancora due gol di Wark ed uno di Beattle per spegnere la rivelazione praghese, che comunque in casa giunse fino ad un inutile 2-0. Una vera prova di forza arrivò invece al terzo turno contro il Widzew Lodz di Boniek, che fu travolto per 5-0 grazie ai gol di Brazil, Mariner e alla tripletta di John Wark, il solito John Wark. In Polonia gli inglesi persero, ma appena per 1-0. Nei quarti anche il Saint Etienne di Platini fu a sua volta maltrattato, anche più dei polacchi. L’Ipswich Town vinse 4-1 in casa e quindi 3-1 anche in Francia con altri due gol di Wark. La semifinale contro il Colonia invece rispecchiò l’assoluto equilibrio tra le squadre in campo. In Inghilterra i biancoblu vinsero di misura con gol di Wark e si ripeterono anche in Germania con rete decisiva di Terry Butcher. La doppia finale poi confermò effettivamente la forza di quella squadra, capace di vincere ed ipotecare il titolo in casa, dopo un eloquente 3-0, propiziato da Wark, Thijssen e Mariner. Nel ritorno giocato ad Amsterdam gli inglesi smorzarono i fervori di rivincita degli olandesi con i gol di Thijssen  e del solito Wark, che realizzò 14 gol complessivi vincendo anche il titolo di capocantiere del torneo. Era dai tempi di Altafini che un giocatore non segnava così tanto in Europa.
Finidi George e Sereni, gli ultimi fuochi
 Quel grande successo europeo venne in qualche modo vanificato nei due anni successivi, in quanto quella grande squadra che aveva toccato il tetto europeo uscì per due volte al primo turno: nel 1981/82 per mano dell’Aberdeen e nel 1982/83 contro la Roma di Liedholm. Del resto l’Ipswich Town si apprestò ad affrontare una parabola discendente della sua storia ed infatti i tractor boys tornarono a calcare i campi europei soltanto nel 2000/2001, affrontando subito al primo turno la temibile Torpedo Mosca. L’Ipswich Town firmò una sua nuova impresa europea, eliminando i russi. Dopo l’1-1 dell’andata, infatti la formazione inglese la spuntò a Mosca con i gol del nigeriano Finidi George (ex-Ajax) e di Stewart. Quindi l’Ipswich ebbe ragione anche degli svedesi dell’Helsingborgs, prima di cedere di fronte alla forte Inter di Hector Cooper, non prima di aver vinto almeno la gara di andata in casa con gol di Armstrong. protagonisti tra gli altri in quella squadra furono sia Finidi George che il portiere italiano Sereni, che risultarono gli acquisti più onerosi di sempre nella storia del club. La storia europea del club si chiuse momentaneamente nella stagione successiva ancora in Coppa UEFA di fronte al non irresistibile Slovan Liberec, dopo aver eliminato i lussemburghesi dell’Avenir Beggen e il Sartid Smederevo.


sabato 17 febbraio 2018

La libertà è un colpo di tacco

di Vincenzo Paliotto
 La libertà è un colpo di tacco rappresenta allo stesso tempo un libro ed una di quelle storie che vorresti che non finissero mai. La ricuce e la costruisce in maniera magistrale Riccardo Lorenzetti, che celebra un esempio di democrazia nel calcio che costituisce qualcosa di unico e persino di irripetibile. L’autore ricostruisce in maniera romanzata ed appassionante la vicenda dei brasiliani del Corinthians, prestigiosa squadra del popolo di San Paolo del Brasile, che agli inizi degli Anni Ottanta intraprende l’esperienza vibrante ed emozionante della Democracia Corinthiana. In pratica tutti i tesserati del club partecipano con pari diritto di voto a tutte le scelte sia tecniche che societarie della vita della squadra, coinvolgendo anche Presidente e Direttore Sportivo ed ovviamente il tecnico Travaglini. I protagonisti sono più o meno quattro: l’arrembante fludificante Wladimir, il giovane centravanti Casagrande, l’elegante centrocampista Zenon ed il numero 8 della squadra, tale doutor Socrates, la cui specialità è proprio il colpo di tacco e che vanta anche studi universitari di non poco conto. 
 Lorenzetti ricostruisce questa storia snodando il racconto tra le vicende tra l’altro vincenti del Corinthians che vince due volte il Paulistao nel 1982 e nel 1983 e quelle di un giornale locale Il Cardellino, che ha il torto in quegli anni in cui il Brasile deve sottostare ad una feroce dittatura militare, di essere un giornale dei sindacalisti. Gente insomma che vorrebbe far rispettare i diritti dei lavoratori, ma che invece deve sottostare alla gogna dittatoriale, che ogni tanto chiude con la forza i battenti del giornale. Tuttavia, sulle colonne de Il Cardellino si cimenta un certo Alvaro Cunha, il migliore dei giornalisti sportivi, capace di raccontare come nessun altro le vicende del Timao, cioè il meraviglioso Corinthians.

 Il libro ricostruisce in maniera meravigliosa una delle vicende calcistiche più belle degli Anni Ottanta, dando spazio alle imprese calcistiche di quel Corinthians e del suo maggior alfiere quale Socrates e allo stesso tempo ricostruendo quella che era l’atmosfera sociale e della quotidianità del popolo brasiliano, estremamente povero economicamente e di diritti umani, ma così legato alle mirabilie del futebol, unica cosa sacra per gli stessi brasiliani.

mercoledì 10 febbraio 2016

Alla faccia del calcio


di Vincenzo Paliotto

Ho provato decisamente emozione a ripercorrere le tappe della carriera e soprattutto i gol di John Aldridge, eroe non dimenticato del Liverpool e della nazionale irlandese, in particolare perché si trascinava dietro racconti piacevolissimi del calcio degli Anni Ottanta e Novanta. Giovanni Fasani e Matteo Maggio sono due blogger di notevole spessore che da tempo si divertono a scrivere racconti di calcio. Racconti dettagliati, belli, che hanno approfondito vari temi con lo spirito degli intenditori. E finalmente questi loro racconti dettagliati e molto documentati sono diventati una realtà, un vero libro edito da Urbone Publishing. Alla faccia del calcio è il titolo del loro volume di 140 pagine che raccoglie 20 racconti provenienti dal calcio degli Anni 80 e 90, un calcio che tanto piaceva e piace a tutti noi. Maggio e Fasani hanno il merito di sviscerare storie belle e straordinarie, spesso immeritatamente dimenticate nelle pagine degli almanacchi e degli annuari della storia del calcio, ma che indirettamente ci fanno riflettere anche sul calcio di oggi.

Da Alex Ferguson al magico Gonzalez. Si parte con il Vecchio Continente, rispolverando Alex Ferguson alla guida del miracoloso Aberdeen, ma anche con il sovietico Alexander Mostovoi, il bulgaro Kostadinov, Robert Prosinecki ed il meraviglioso John Aldridge, un irlandese goleador con il Liverpool e che fu anche il primo straniero ad andare a giocare a San Sebastian in Spagna con la maglia della Real Sociedad, che aveva scelto al via autarchica come l’Athletic Bilbao.  Il viaggio poi prosegue attraverso le Americhe con el magico Gonzalez, mirabolante calciatore salvadoregno, che fece miracoli calcistici a Cadice e che portò l’El Salvador ai Mondiali del 1982 in Spagna. Poi ci sono anche Branco ed  Ardiles e un ritratto inedito del Canada che andò ai Mondiali del Messico nel 1986, una nazionale che clamorosamente non poteva attingere risorse umane neanche da un campionato nazionale vero e proprio.

Un altro Zidane. Ad ogni modo, probabilmente la parte più succosa ed inedita del libro rimanda alle pagine dedicate al calcio africano, asiatico e dell’Oceania, rispolverando icone mitiche di un calcio rivelazione che per la prima volta si avvicinava al grande calcio. Insomma proviamo a rivisitare e rileggere le gesta di Steve Summer, il capitano della Nuova Zelanda in Spagna ’82, oppure il primo “samurai” del calcio europeo e per finire con gli eroi africani di Zambia, Algeria e Camerun. Proprio della nazionale algerina gli autori esaltano le prestazioni della squadra che nel 1982 battè ai Mondiali la Germania Ovest, anche grazie alla forza e alla sagacia tecnica di Djemal Zidane, uno che con un cognome così non ebbe le stesse fortune economiche di Zinedine Zidane, ma che a suo modo firmò una delle più grandi imprese del calcio mondiale.

 Alla faccia del calcio vi piacerà per la sua originalità e per la tenerezza con cui i suoi autori vi riporteranno all’interno di un calcio che purtroppo non c’è più, ma che rimane pur bello da rileggere e se possibile da rivivere. Affascinante anche la copertina realizzata da Stefano De Marchi


Fasani-Maggio, Alla faccia del calcio, 138 pp. 12,00 euro, Urbone Publishing

 

venerdì 22 maggio 2015

FA Cup 1988, il miracolo del Wimbledon


di Giuseppe Platania (www.calciofuorimoda.blogspot.com)

Quel pomeriggio, il vecchio Wembley risplendeva di sole. Era il 14 maggio 1988 e quello era solo il capitolo finale di un’altra, incredibileedizione di FA Cup. Il cammino di coppa aveva visto sia l’avanzata straordinaria di alcune squadre, sia lo svolgersi di alcune sfide epiche: il Luton Town, dopo aver eliminato Southampton, Queens Park Rangers e Portsmouth, era riuscito ad arrivare in semifinale, dove si era imbattuto nel Wimbledon. Il Liverpool, dopo esser passato sul campo dell’Everton per 0-1 nel quinto turno – una sorta di preludio alla finale dell’89 – in una cavalcata strepitosa che ha visto anche l’eliminazione del Nottingham Forest in semifinale, aveva conquistato per l’ennesima volta il pass per Wembley. Ma se la Coppa d’Inghilterra 1988 ha un sapore e un profumo particolari è stato solo per merito dei Dons, che dopo aver eliminato il Luton sul campo neutro di White Hart Lane in semifinale, approdavano per la prima volta nella loro storia nella finale più prestigiosa, per affrontare gli allora campioni d’Inghilterra alla ricerca del double.

Quel pomeriggio, a Londra nord si stava per realizzare uno dei Giant Killing più famosi della storia calcistica d’oltremanica.

mercoledì 6 maggio 2015

EuropaLegaue2015: Semifinale Viola


Fiorentina-Rangers Glasgow 2008
di Vincenzo Paliotto
L’ultima semifinale del 2008. Per la settima volta nella sua più che gloriosa storia la Fiorentina approda ad una semifinale di una competizione europea e nello specifico per la terza volta in quella di Europa Legaue, che un tempo tutti sappiamo era semplicemente Coppa UEFA. I toscani non tagliano questo traguardo tanto prestigioso dalla stagione del 2007/2008, quando la strada per la finale gli venne sbarrata dagli scozzesi del Rangers Glasgow. In due partite, supplementari compresi, nessuna delle due contendenti riuscì a violare la porta avversaria e la contesa si risolse soltanto con i tiri dagli undici metri. Liverani e Vieri sbagliarono per la formazione di Cesare Prandelli, mentre il penalty decisivo dei gers fu messo a segno dallo spagnolo Novo. Un’eliminazione decisamente amara per una squadra che avrebbe avuto le carte in regola per giocare quella finale contro lo Zenit San Pietroburgo.

I leoni di Brema. Nel 1989/90, invece, la Fiorentina che da Bruno Giorgi era passata sotto la guida di Ciccio Graziani, ben prima di quella che fu la sua esperienza al timone del Cervia per la performance televisiva di Campioni, prevalse al cospetto dei favoriti del Werder Brema in virtù del gol doppio segnato fuori casa. Al Weserstadion il biondo Marco Nappi portò in vantaggio la Viola, raggiunta poi allo scadere soltanto da una malaugurata autorete di Landucci. Tuttavia, nel retour-match la Fiorentina custodì il prezioso gol esterno, raggiungendo attraverso un pareggio a reti inviolate la finale contro al Juventus.

Antoninho, Petris e Hamrin. Tuttavia, la sua prima semifinale continentale la Fiorentina la giocò nel ’58 in Coppa dei Campioni, eliminando la fortissima Stella Rossa di Belgrado con un gol di Maurilio Prini all’87’ nella trasferta jugoslava. Poi a Firenze tennero lo 0-0. Quindi, nel ’61 in Coppa delle Coppe la Fiorentina anche prevalse in semifinale, schiantando gli ostici croati della Dinamo Zagabria, battuti per 3-0 a Firenze (Antoninho, Da Costa e Lazzotti), prima di rifarsi parzialmente sul 2-1 tra le mura amiche. Petris segnò il gol della provvidenza dopo la pericolosa rimonta quasi risucita degli zagrebesi. Nel ’62, invece, i viola la spuntarono contro i forti magiari dell’Ujpest Dozsa, battuti da una doppietta dell’uccellino Hamrin a Firenze e quindi di misura a Budapest, da un gol del turco Can Bartù, ex-cestista ma con una grande attitudine per il calcio. L’ultima semifinale in Coppa delle Coppe la Fiorentina la giocò poi nel 1996 di fronte al Barcellona di Ronaldo. Dopo l’1-1 del Camp Nou, gol di Nadal e quello mitico di Batistuta, con l’esultanza che ammutoliva i catalani, il Barca si impose a Firenze con i gol di Couto e Pep Guardiola. Ma l’arbitro svedese Frisk ci mise del suo e l’Artemio Franchi si incavolò non poco.

Malasuerte iberica. Oltretutto la Fiorentina vanta poche giornate positive al cospetto delle spagnole. Una sola volta la formazione toscana è riuscita a qualificarsi contro una compagine iberica. Nella Coppa UEFA del 1989/90 superò l’Atletico Madrid di Futre e Baltazar, ma soltanto con i tiri dagli undici metri. Decisivo fu Roberto Baggio dal dischetto, dopo che Landucci aveva neutralizzato il tiro di Manolo. I viola giocano per la prima volta contro il Siviglia, ma i maggiori dispiaceri sono derivati in precedenza da Real Madrid, Atletico Madrid, Barcellona e Valencia.

sabato 2 maggio 2015

Il campionato più bello del mondo: Gli amarcord Napoli-Milan


Napoli-Milan al San Paolo, i capitani Maradona e Baresi
di Vincenzo Paliotto

 Il dualismo per lo Scudetto tra la Roma e la Juventus dell’inizio degli Anni Ottanta fu ripreso nel giro di poche stagioni da il Napoli ed il Milan, che avevano ereditato i rispettivi ruoli di nuova grande del Centro-Sud che andava a sfidare i potenti dell’Italia Settentrionale. Anche se in questa bellissima sfida si sono sovrapposte anche tematiche diverse. Il Milan che puntava al gioco ed al collettivo che  andava a contendere il primato alla sacralità di Diego Armando Maradona ed al suo gruppo che aveva creato al Napoli. In tutto questo Napoli-Milan era diventata una sfida imprescindibile per le sorti del campionato italiano e  con numerosi ed inattesi capitoli. Nel 1986/87 il Napoli ottiene il primo storico Scudetto della sua storia e due punti decisivi arrivano in un match interno in cui gli azzurri di Bianchi superano i rossoneri. Maradona sigla probabilmente nell’occasione uno dei gol più belli della sua vita, evitando in dribblin gran parte della difesa rossonera. Gli altri gol di giornata sono di Andrea Carnevale e quello inutile di Virdis. Ma il Milan è ancora lontano dalle vette. Vi ci arriva nella stagione successiva in cui, dopo un lungo inseguimento, va a contendere proprio il titolo al Napoli. In realtà sono i partenopei che sono colti da una strana e poco concepibile distrazione proprio nel momento topico della stagione. Il vantaggio è cospicuo, ma il Milan risucchia punti e si presenta al San Paolo in corsia di sorpasso. Gli uomini di Sacchi vanno in vantaggio con Virdis, poi pareggia Maradona con una punizione magistrale. Dieguito è l’unico a non arrendersi in un Napoli arrivato sorprendentemente stanco nelle ultime giornate. Maradona ha provato a scuotere l’ambiente con le sue famose dichiarazioni ad effetto: “Non voglio vedere bandiere rossonere in casa mia”, ma il Milan dimostra maggior freschezza atletica e velocità di idee, vincendo per 3-2 con un altro gol di Virdis ed un di Van Basten, rientrato in campo dopo un lunghissimo infortunio. E’ il 1° maggio del 1988. Nonostante la acerrima rivalità, il pubblico del San Paolo riconosce la superiorità del Milan ed applaude i rossoneri, ormai prossimi vincitori del titolo, alla fine di quella partita, rendendo omaggio al grande calcio espresso dal Milan di Sacchi.

 Il Napoli attende la sua rivincita. Nel 1988/89, a pochi mesi da quella cocente sconfitta interna, il Napoli al San Paolo rifila un sonoro 4-1 al Milan, decretandone lo stato di crisi della truppa di  Arrigo Sacchi. Maradona con un geniale colpo di testa scavalca l’avventata uscita dai pali di Giovanni Galli. Poi segnano Careca, Francini ed ancora Careca, con il gol della bandiera di Virdis dagli undici metri. Ma una vera rivincita avviene nel 1989/90. Questa volta è il Napoli a sorpassare in graduatoria il Milan alla penultima giornata. I rossoneri cascano a Verona, mentre il Napoli espugna Bologna per 4-2. Segnano Careca, Maradona, Francini ed Alemao. La dipartita di Maradona dall’Italia consegna però dopo il 1991 una sfida al campionato italiano, comunque, vibrante, ma senza troppi importanti protagonisti. Anche se la sfida Milan-Napoli rimarrà pur sempre tra le più calde del nostro campionato.

 Dagli Anni Ottanta in poi Napoli-Milan diventa una sfida da non perdere per il campionato italiano ed un’appendice succosa la scrive Paolo Di Canio il 27 marzo del 1994, con un gol fantastico per il quale è ancora tanto amato dai napoletani. L’ex-laziale quasi sulla linea di fondo beffa gli insormontabili difensori rossoneri e poi fa gol a Sebastiano Rossi da posizione impossibile. E’ il Milan invincibile o quasi di Capello, mentre il Napoli ritrova la strada per l’Europa grazie a Marcello Lippi. Come dire che Napoli-Milan è pur sempre da raccontare.

 

giovedì 9 aprile 2015

Il campionato più bello del mondo: Baggio e Maradona, storie di N. 10


di Vincenzo Paliotto

 La prima volta che il loro genio calcistico si incontrò su un campo di calcio fu in un’occasione a dir poco importante: era il 10 maggio del 1987 e in un San Paolo stracolmo il Napoli festeggiava matematicamente il suo 1° Scudetto. Dieguito sapeva già di essere Maradona, il N. 1 al mondo, in quanto reduce da un titolo iridato strabiliante. Roberto Baggio dal suo canto non sapeva ancora di essere Baggio. Era da poco rientrato da un infortunio, ma bagnò quella partita di Napoli con un pregevole gol su punizione per l’1-1 finale. Maradona e Baggio avrebbero scritto pagine importanti per il calcio italiano e non solo e sarebbero stati i più amati di un calcio che non c’è più. Un calcio legato esclusivamente alle prodezze dei giocatori in campo, un calcio ancora dedito alla bellezza estetica del gesto tecnico, un calcio leale o quasi.

 Le sfide tra i due N. 10 avrebbero del resto goduto sempre di un certo fascino. Maradona era l’extraterrestre del pallone effettivamente quasi inarrivabile, Baggio l’italiano che sapeva giocare meglio al calcio, anche se molte volte escluso da allenatori e direttori tecnici, ma soprattutto l’italiano che meglio sapeva giocare in stile sudamericano. Era di Caldogno in provincia di Vicenza, ma rivelò il suo talento a Firenze. Nel gennaio dell’88 il suo talento però affogò al San Paolo di fronte ad un Napoli straripante che vinse 4-0 (un gol di Maradona), mentre nel girone di ritorno ottenne una vittoria di prestigio per 3-2 a Firenze, che tolse definitivamente il titolo ai partenopei. Nell’88/89, invece, il bilanco tra Dieguito ed il Divin Codino fu tutto in favore dell’argentino con due vittorie abbastanza nette in campionato.

 Poi venne la sfida del 17 settembre del 1989, 5° giornata del campionato di Serie A. Il Napoli affidato ad Albertino Bigon era partito bene in campionato, seppur dovendo rinunciare in parte a Maradona, arrivato in sovrappeso e con la voglia di lasciare Napoli. Non riusciva sopportare più la pressione della città e del calcio italiano. Ma Ferlaino lo convinse con le buone e con le cattive a restare e a non andare a Marsiglia e Diego si presentò con qualche kilo di troppo. In quel pomeriggio di sole Baggio cominciò a fare il Maradona all’altezza del 22’. Il suo gol era di chiaro stampo maradoniano. Partenza in slalom e dribbling da centrocampo fino ad arrivare nei pressi della porta di Giuliani. Inarrestabile, 1-0 per i Viola al San Paolo. Poi lo stesso Baggio raddoppiò dagli undici metri. Maradona però era ancora il Dio del pallone. Subentrò al 46’ a Mauro ed impose al Napoli ritmi ossessivi. La Fiorentina si impressionò e crollò anche per sfortuna: autorete di Pioli, pareggio roboante di Careca e gol della vittoria di Corradini a tre dal termine. Anche il retour-match fu in favore del Napoli, gol di Luca Fusi in trasferta.

 Ma in realtà quella sfida tra N. 10 del San Paolo sembrò non essere mai finita. In quanto il 3 luglio del 1990 Baggio e Maradona si affrontarono finalmente anche con la maglia della Nazionale.Era la semifinale della Coppa del Mondo. Maradona riuscì a schierare il pubblico del San Paolo dalla sua parte: “I napoletani sanno per chi tifare. Li insultano in tutti gli stadi e adesso vorrebbero il loro sostegno contro l’Argentina”. Napoli non seppe dire di no al suo Dio. Azeglio Vicini, invece, lasciò Baggio ancora in panchina, subentrò soltanto al 75’ in luogo di Giannini. L’Argentina vinse come tutti sanno ai rigori.

 Passarono pochi mesi, era il 1° settembre del ’90 e Baggio e Maradona si ritrovarono ancora al San Paolo, ma questa volta il Divin Codino aveva una maglia diversa, quella della Juventus. Il suo passaggio da Firenze a Torino ha fatto tanto discutere: cifra da capogiro e gran tradimento viola verso i colori più odiati. Sarà l’ultima volta che i due geni del calcio si sfideranno sul campo. Vinse Diego largamente per 5-1. La Juve di Maifredi faceva acqua da tutte le parti. Maradona inventò per Careca e Silenzi. Baggio segnò il gol della bandiera. Come dire, storie di Numeri 10.

giovedì 2 aprile 2015

Il campionato più bello del mondo: Lo Sciagurato Egidio stende il Milan


Calloni supera Piotti
di Vincenzo Paliotto

 Ne coniò tanti di appellativi quasi tutti legati al mondo del calcio Gianni Brera dalle colonne per i quotidiani su cui scriveva. Alcuni di questi sono rimasti indelebili per la storia del calcio italiano, anzi in qualche caso trapiantati direttamente nel dizionario calcistico ufficiale del nostro sport. Come nel caso dello “Sciagurato Egidio” affibiato al centravanti milanista Calloni, che arrivato dal Varese ebbe il torto di sbagliare qualche gol clamoroso di troppo e di essere etichettato non si sa se troppo frettolosmanete come un brocco.  Il pubblico di San Siro, dal palato in qualche caso troppo fine, non si affezzionò a quell’attaccante generoso, dalle movenze un po’ arruffoni in alcuni casi. Dal ’74 al ’78 in 101 presenze Calloni realizzò 31 gol, ma alla storia passarono soprattutto quelli mancati. Non bastò la vittoria nella Coppa Italia del ’77 in finale ai danni dell’Inter e Calloni passò a vestire i panni dello sfortunato e sciagurato personaggio dei promessi sposi. La sua vena realizzativa appassì lentamente fino ad essere ceduto mestamente dalla società rossonera.

 Ma anche per Calloni arrivò il tempo della vendetta. Dopo aver indossato le maglie di Verona e Perugia in verità senza eccessivi sussulti, nell’estate del 1980 passò al Palermo, che sotto la guida sapeinta di Franco Veneranda  nutriva non poche ambizioni in cadetteria. Nel ’79 i siciliani avevano perso la finale di Coppa Italia contro la Juventus, ma puntavano molto al ritorno in Serie A. E proprio la casacca rosanero gli diede la possibilità di attuare la grande rivincita per Egidio Calloni. Il Milan, infatti, fu retrocesso d’ufficio in Serie B per la nota vicenda del calcioscommesse e trovò sulla sua strada anche il Palermo già dal girone eliminatorio estivo della Coppa Italia. In pochi giorni, infatti, il Palermo sconfisse sia l’Inter che il Milan e con Calloni sugli scudi, che condannò i nerazzurri a San Siro ed i rossoneri in una Favorita strapiena. Calloni divenne già un idolo per questo per i palermitani, ma il bello doveva ancora venire. Il 29 marzo del 1981, infatti, il Palermo piegò in campionato tra le mura amiche con un perentorio 3-1 proprio il Milan grazie ad una magica tripletta di quella che era sto lo “Sciagurato Egidio”. Tre gol nel primo tempo intervallati dal punto della bandiera di Ruben Buriani. Calloni aprì le marcature al 5’, quindi replicò al 22’ dagli undici metri e chiuse definitavamente la pratica al 38’, dopo che come detto al 33’ Buriani su rigore aveva provato a riaprire il match.

 Al termine di quella stagione il Milan sarebbe ritornato in Serie A, mentre il Palermo continuò a ristagnare in cadetteria, ma quella di Calloni rimase una delle vendette più clamorose della storia milanista. Anche se quel campionato, peraltro con 11 gol all’attivo, rimase l’unico di Calloni giocato con la maglia rosanero

giovedì 26 febbraio 2015

Esterophilia: Schalke 04-Werder Brema


di Vincenzo Lacerenza

Schalke 04-Werder Brema 1-4 (21/05/1988, Bundesliga, trentaquattresima giornata)

Schalke 04
: Schumacher, Wollitz (Hermann 83'), Schipper, Klinkert, Fichtel, D. Wollitz, Nielsen, Mirbach (Opitz 66'), Mielers, Tschiskale, Edelmann. Allenatore: Horst Franz

Werder Brema: Reck, Schaaf, Sauer, Otten (Burgsmüller 46'), Kutzop, Brafseth, Borowka, Votava, Hermann (Elits 80'), Riedle, Ordenewitz. Allenatore: Otto Rehhagel

Marcatori: Riedle 6', 17', Ordenewitz 26', 44', Tschiskale

Arbitro: Hans Peter Dellwing

Chiuso il 1987 con un piazzamento Uefa e salutato Rudi Völler, uomo simbolo della squadra accasatosi alla Roma, il Werder Brema, per il nuovo torneo, scommette sul promettente Karl Heinz Riedle, giovane attaccante di belle speranze e dal già discreto senso del goal, prelevato dal Blau-Weiß Berlin. Oltre al baffuto attaccante, fanno le valigie anche alcuni veterani come Hans Benno Möhlmann, mediano dalle spiccate attitudini offensive, che dopo nove anni di onorato servizio si trasferisce all'Amburgo, e Dieter Schlindwein, difensore bocciato dalla società e spedito a farsi le ossa all'Eintracht Francoforte.

A prendere il posto dell'oggetto misterioso arriva Uli Borowka, poliedirco terzino ingaggiato dal Borussia Moenchengladbach, capace di diventare un elemento cardine dei Grün-Weißen, fino a meritarsi anche la convocazione della nazionale, con cui scenderà in campo sei volte. Anche se la perdita di due calciatori carismatici come Völler e Möhlmann, potrebbe far pensare ad un indebolimento della rosa, il campo sembra ragione alla dirigenza e ad Otto Rehhagel, tecnico pragmatico tornato a sedere sulla panchina biancoverde dopo un fugace passaggio nel 1976 e noto al grande pubblico soprattutto per aver condotto la nazionale greca ad uno storico trionfo continentale nel 2004.

mercoledì 11 febbraio 2015

Reinaldo è nosso Rei- 2a parte


Reinaldo, Paulo Isidoro e Marcelo
di Vincenzo Paliotto
O rubo do Brasileirao

 Tuttavia, quella in prospettiva iberica fu soltanto l’ultima delle punizioni che il regime militare brasiliano riservò al Rei di Belo Horizonte. Reinaldo aveva, infatti, vissuto soltanto poche stagioni prima delle autentiche repressioni agonistiche da parte del regime. L’Atletico Mineiro  per due volte giunse ad un passo dalla vittoria nel massimo campionato nazionale e per due volte il titolo gli fu letteralmente depredato e negato. I mezzi utilizzati dalla CBF, la federcalcio brasiliana, e dai suoi mandanti si rivelarono addirittura grotteschi ed anche, nella loro evidente malafede, poco elaborati. La più clamorosa si registrò proprio nel 1977, una stagione in cui peraltro la dittatura organizzò un campionato con ben 62 squadre ai nastri di partenza, ovviamente distribuite in varie fasi e vari raggruppamenti. Il poco più che ventenne Rei stava guidando il suo Atletico Mineiro in una stagione strabiliante del Brasileirao. Reinaldo stava andando in gol con una media realizzativa straordinaria. Dal primo turno di campionato alle semifinali Reinaldo timbrò il cartellino dei marcatori praticamente per 28 volte in 18 occasioni, stritolando ogni record del torneo nazionale. Il Rei andò in gol nel primo turno contro il Remo, poi suggellò il suo momento magico con una cinquina rifilata al Fast e poi castigò tutte le grandi del calcio nazionale. Reinaldo decise quasi da solo anche la semifinale contro il Londrina, rifilando ai malcapitati avversari una sontuosa tripletta ed il Galo giunse ad ogni modo alla grande finale da imbattuto, in attesa di contendere il titolo al Sao Paulo, che nella sua semifinale aveva eliminato l’Operario. Ma la più clamorosa ed allo stesso tempo indecente  delle decisioni adottò in quel momento la CBF. La federcalcio auriverde, infatti, squalificò per la grande finale Reinaldo, facendogli scontare con un sistema di sanzioni disciplinari cervellotico un turno di squalifica che era un residuo della prima fase del campionato. Era chiaro l’intento della CBF di privare l’Atletico Mineiro del suo giocatore più importante, senza il quale i bianconeri avrebbero avuto una vita difficilissima al cospetto del Sao Paulo. Fu un modo indegno per bilanciare la grande assenza nelle file pauliste che corrispondeva al nome di Serginho Chalupa. Il regime, però, riuscì a raggiungere il suo intento, completando la sua opera affidando la direzione di gara a Cesar Coelho, che arbitrò nettamente in favore dei paulisti. Il tecnico del Sao Paulo Rubens Minelli, infatti, nei giorni che precedevano la gara riconobbe l’inferiorità della propria squadra rispetto agli avversari e puntava su una condotta di gara difensivista in attesa di approdare ai calci di rigore. Coelho codardamente acconsentì al gioco duro ed ostruzionistico del Sao Paulo, culminato nell’intervento da codice penale di Chicao, che comportò la rottura dei legamenti del brillante Angelo. La partita non si sbloccò da un pareggio a reti bianche con il nervosismo dell’Atletico ed il Sao Paulo finì per prevalere con i tiri dagli undici metri in un Mineirao gremito di oltre 100.000 spettatori. Il Sao Paulo vinse un titolo nazionale pur avendo perso  per ben 4 volte, mentre l’Atletico Mineiro fu vicecampione ma imbattuto, amara consolazione per la squadra decisamente più forte del Brasile.  Lo stesso cannoniere dell’Atletico molti anni più tardi in un’intervista (a Placar nel 2012) tornò nuovamente su quanto accadde in quei primi mesi del 1978 (anche se si trattava del titolo del ’77): “Nel ‘77, la dittatura fu esplicita. Fui expulso nella primea fase del campionato, ma mi fecero scontare quella squalifica, evitandomi di giocare la finale”.

sabato 7 febbraio 2015

Aprile '81: pareggio genoano all'Olimpico


di Vincenzo Paliotto (I giorni del Grifone, rubrica di amarcord dedicata al club più antico d’Italia)

26/04/1981 Lazio-Genoa 2-2

Lazio: Marigo; Pighin, Citterio, Perrone, Pochesci, Simoni (34' Ghedin), Garlaschelli, Manzoni, Chiodi, Viola, Greco. A disposizione. Nardin, Scarsella, Cenci e Marronaro. Allenatore: Castagner.
Genoa: Martina; Testoni, Caneo, Corti, Onofri, Nela, C. Sala, Lorini, Russo (88' Manueli), Manfrin, Todesco (60' Boito). A disposizione: Favaro, Conti e Odorizzi. Allenatore: Simoni.
Arbitro: Bergamo di Livorno.
Marcatori: 20' Greco, 42' Corti (GE), 64' Russo (GE), 75' Greco.

 
Il gol del vantaggio di Russo
Fu anche quella una domenica cruciale per le sorti del Grifone di quella stagione. Del resto la Serie B edizione 1980/81 veniva proposta in versione di lusso: Milan, Lazio, Genoa e Samp tra le altre ai nastri di partenza erano un motivo sufficiente per considerarlo una edizione come dire gold della cadetteria. Gigi simoni d’altra parte si presentò all’Olimpico con al chiara intenzione di fare risultato. I rossoblu a lunghi tratti misero in evidente difficioltà i romani, anche se furono costretti ad inseguire per un gol di Greco, arrivato nell’unica distrazione difensiva della prima frazione di gioco. Ma al 42’ il veloce Corti in un ribaltamento offensivo trovò il pareggio sperato, aggirando l’opposizione del giovane Marigo. Ad ogni modo, all’inzio della ripresa il Genoa ispirato da un immenso Claudio Sala, che mise costantemente in affanno al retroguardia laziale, tanto che Castagner dopo neanche un tempo fu costretto a sostituire il frastornato Simoni con il più rude Ghedin. Al 64’, quindi, Russo, ispirato ancora dall’ottimo Corti siglò il raddoppio genoano. Tuttavia, il Genoa non riuscì a conservare quel prezioso vantaggio e nel finale ancora Greco impattò per il 2-2 finale, grazie alla notevole complicità di Bergamo di Livorno. Gli sfavori arbitrali nei confronti del Genoa erano allora già una realtà.

 
Il Genoa avrebbe comunque conquistato la Serie A in compagnia di Milan e Cesena, mentre la Lazio rimase in B, forse anche per quel pareggio casalingo. Il Genoa si era rinforzato bene con gli arrivi estivi di Martina, Caneo, Corti, Claudio Sala e Todesco. La promozione arrivò grazie alla sapiente guida tecnica di Gigi Simoni. Il bombero Russo contribuì alla promozione con ben 13 centri, formando un’ottima coppia con Boito. Poi le loro fortune genoane si sarebbero esaurite di lì a poco, ma per colpe non loro.

giovedì 5 febbraio 2015

Esterophilia: Galatasaray-Bursaspor


di Vincenzo Lacerenza (www.calciofuorimoda.blogspot.com)

 
Galatasaray-Bursaspor 5-2 (04/10/1987), sesta giornata, Lega turca)

Galatasaray
: Simovic, Tanman, Yuvakuran, Demiriz, Altintas, Onal, Prekazi, M. Altintas, Colak (77' Tufekci), Tutuneker (77' Demirel), Kovacevic. All. Jupp Derwall

Bursaspor: Kardesler, Gunduz (46' Salimoglu), Otlan, Sen, Kayan, Erdem, Ulusavas, Caliskan, Kilic, Biyedic (46' Ertas), Hattat. All. Nevzat Guzelirmak

Marcatori: Colak rig. 11', Biyedic 23', Tanman 24', Colak 26', Prezaki 37', Onal 44', Ulusavas 69'.

Arbirtro: Ilyas Ayan

Per il Galatasaray la stagione 1987/1988 deve rappresentare quella della riconferma in campionato, magari dando anche un occhio di riguardo alla Coppa dei Campioni. Campione in carica al fotofinish, a scapito del Besiktas, formazione giunta a soltanto una lunghezza di distanza dai giallorossi, ai nastri di partenza i Cimbom si presentano grossomodo con lo stesso organico. Pochi sono i nomi a movimentare il mercato ed a infuocare l'estate di Istanbul. Su tutti l'acquisto di Tanju Colak, capocannoniere delle precedenti due edizioni del torneo prelevato dal Samsuspor e che all'Ali Sami Yen si consacrerà come uno dei migliori attaccanti turchi di tutti i tempi. Insieme a lui, sempre dalla stessa compagine, approda sul Bosforo anche Savas Demiral, mediano tutta corsa e polmoni pagato circa cento milioni di lire turche. Sarà una stagione a senso unico per gli Aslanlar.
Timonati dal serafico Jupp Derwall, tecnico campione d'Europa nell'80 con la Germania Ovest e vicecampione planetario due anni più tardi in Spagna, i Leoni iniziano il campionato a spron battuto, dando subito una sterzata decisiva alla manifestazione: in cinque giornate vincono quattro vole, solo il Samyer, tra le mura amiche, riesce a strappare un pareggio, stoppando la marcia, fin lì inarrestabile, dei capitolini. L'avversario più credibile è ancora una volta il Besiktas, capace di reggere il ritmo infernale impresso dai giallorossi e staccato soltanto di una lunghezza: un gap, tutto sommato, colmabile. Alla sesta giornata il calendario mette sulla strada degli uomini di Derwall il Bursaspor di Nevzat Guzelirmak, turco di origini macedoni siedutosi in panchina dopo una carriera interamente votata alla causa del Gotztepe Izmir, espressione calcistica della sua città natale. Salvatosi per un pelo l'anno precedente, il Bursaspor, con l'affacciarsi del nuovo torneo, sembra aver invertito la rotta: dieci punti racimolati, media di due a partita, tre vittorie, terzo posto e soltanto tre gradini di distanza dalla vetta occuppata dal Galatasaray. Quello che va in scena all'Ali Sami Yen, il 4 Ottobre 1987, è una sorta di scontro diretto di inizio stagione, di quelli impronosticabili, offerti dalle dinamiche della prima ora. Se da un parte per il Galatasaray può essere l'occasione per provare a scappare in vetta alla graduatoria, sperando magari in un passo falso del Besiktas, dall'altra, per i biancoverdi di Bursa, la sfida è un esame probante per testare le rinnovate ambizioni della società. Il canovaccio dell'incontro si intuisce sin da subito, e non corrisponde a quello sperato alla vigilia dai Timsahlar. Non passano neanche quindici giri di lancette che il Gala è già avanti: dal dischetto Colak non perdona. Proprio quando il più appare ormai fatto, con la strada spianata per i padroni di casa, l'Imperatore, al secolo Nejat Biyedic, fromboliere bosniaco naturalizzato turco, autore quell'anno di ben diciassette centri, rovina i piani di Derwall, riportando in equilibrio le sorti dell'incontro. Nemmeno il tempo di metabolizzare il cambiamento di risultato, che un nuovo ribaltone è dietro l'angolo: palla al centro e dopo neanche sessanta secondi ecco servita la rete del vantaggio giallorosso siglata da Cuneyt Tanman, mordace difensore centrale col vizietto del goal rimasto sempre fedele, tranne una fugace parentesi della durata di una stagione al Giresunspor, ai colori giallorossi. Ma non è finita.