Lo sport nella DDR costituiva un parametro imprescindibile per stabilire la superiorità del socialismo reale nei confronti del capitalismo. I successi riportati in campo sportivo erano tra i maggiori motivi di vanto del credo politico della Germania Est ed anche il calcio occupò un posto peculiare in quelle priorità prestabilite. Trionfare ai danni delle squadre dell’ovest era un risultato a cui le istituzioni tenevano moltissimo, e che anzi lavoravano ai fini del raggiungimento di quei successi stessi. Vincere poi contro le formazioni della Germania Ovest aveva un significato politico e sociale ancora maggiore. Era la guerra fredda del football, che avrebbe occupato un ruolo di non poco conto nella delicata fase storica delle due Germanie.
http://www.urbone.eu/obchod/ddr-la-guerra-fredda-del-football
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martedì 5 novembre 2019
DDR, la guerra fredda del football
venerdì 2 giugno 2017
Lipsia, dal calcio comunista a quello del franchising
di Vincenzo Paliotto
Il retaggio comunista. Non a caso e senza troppa enfasi Lipsia
viene definita una delle culle del calcio tedesco. Del resto nel 1903 proprio
l’undici locale vinse il primo campionato teutonico della storia, battendo in
finale ad Amburgo con un sonoro 7-2 il DFC Prag e dando seguito poi a quel
successo con altri due titoli nazionali conseguiti nel 1906 e nel 1913. Mentre
la prima ed unica DFB Pokal giunse nel 1936, ma con una vittoria epocale per
2-1 di fronte al fortissimo Schalke 04 e dinanzi ad oltre 70.000 spettatori
all’Olympiastadion di Berlino. Il Vfb Lipsia e la città avevano un ruolo
pressoché predominante nel calcio tedesco. Eppure, malgrado tutto, qualcosa in questo vasto angolo di Germania è quasi costretto a cambiare dal punto di
vista dell’identity calcistica, anche se il cambiamento in questo caso
scaturisce da una vera e propria imposizione commerciale. Quella della Red Bull, per intenderci, che con i
soldi ed il potere vuole schiacciare, o quantomeno prova a farlo, la vera
identità calcistica della città, ad appannaggio da sempre della Lokomotive e
del Chemie e forse più lontanamente della Rot Stern, un club minore. Dopo il
passaggio sotto le insegne governative della DDR, l’identità calcistica della
città venne difesa dalla Lokomotive Lipsia, che prese l’eredità del Vfb Leipzig
e che nella gerarchie del regime comunista doveva essere la squadra più forte
della città, e la Chemie Lipsia, invece la squadra minore che aveva ereditato
la storia del Britannia nato nel 1899, ma forse inconsapevolmente più vicina
alle ragioni del popolo. In realtà i gialloblu della Lokomotive non vinsero mai
il titolo della Oberliga, pur sfiorandolo più volte, accontentandosi però di
vincere 4 volte la coppa nazionale e di arrivare ad una finale di Coppa delle
Coppe nel 1987, poi persa contro l’Ajax. Tuttavia, la Lokomotive Lipsia era a
sua volta una delle vittime preferite degli equilibri del potere. La Dynamo
Berlino ed Erich Mielke, il capo della Stasi che presiedeva anche la squadra di
calcio più odiata, gli strapparono un titolo già quasi vinto nel 1986, con
quello che venne definito “il rigore della vergogna”. Un rigore fischiato in
favore della Dynamo proprio contro la Loko a tempo abbondantemente scaduto
dall’arbitro Stumpf, che poi si scoprì essere un agente della stessa Stasi e
quindi influenzato da Mielke. Quelli del Chemie invece il campionato lo vinsero
e pure in due occasioni, nel 1951 e nel 1964, scatenando anche un clamoroso
sussulto nella storia. Il secondo titolo, infatti, destò uno scalpore
autentico, in quanto fu raggiunto dai biancoverdi, che sconfissero i rivali
cittadini della Lokomotive mettendo praticamente in campo gli scarti degli
avversari stessi.
I nuovi padroni della Red Bull. Ad ogni modo, da qualche anno l’identità
calcistica di Lipsia stenta a ritrovarsi, ma non è scomparsa del tutto. La
Lokomotive ed il Chemie sono malinconicamente confinate nelle divisioni
inferiori della Sassonia, mentre alla ribalta sono salite in tutta fretta le
insegne del calcio-franchising della Red Bull, che ha impiantato in città una
propria sede calcistica. Anche se il trasloco nella città tedesca non è stato
facile come i soldi a disposizione della Red Bull avrebbero potuto far credere.
Il colosso taurino avrebbe in un primo momento voluto accamparsi a Dresda, rilevando la
Dynamo, scontrandosi però con la volontà di una tifoseria irrequieta e da
sempre vicina alle tradizioni del club, che non ne ha permesso la
trasformazione in franchising. Quindi successivamente avrebbe voluto comprare
la tradizione del Chemie, ricevendo però in tal proposito il secco ed anche
scomposto rifiuto della stessa tifoseria biancoverde. Tuttavia, i soldi da investire
di Mateschitz, il capo della Red Bull, avrebbero poi trovato terreno fertile
nelle vicinanze di Lipsia e precisamente a Markettstadt per comprare il titolo
della sconosciuta formazione locale e trasferirlo quindi nella maggiore città
della Sassonia. I vertici della DFB non furono proprio entusiasti dell’idea, ma
nel tempo, dopo il 2006, si sarebbero convinti di accettare il calcio in
franchising propinato dalla Red Bull. Per aggirare i regolamenti federali la
squadra si sarebbe chiamata Rasen Ball Leipzig e che quindi avrebbe conservato
l’acronimo di RB, mentre i colori sociali furono inevitabilmente biancorossi
così come pure lo stadio si sarebbe chiamato Red Bull Arena, facendo inorridire
quanti nel 1953 lo avevano battezzato Zentralstadion, un impianto in cui furono
trascorse tante belle storie e tante belle notti del calcio europeo.
I numeri di quello che fu lo
Zentralstadion. Non
è più tanto facile decifrare l’identità calcistica di Lipsia al momento. La RB
Leipzig, dopo essere stata in testa alla Zweite Bundesliga, ha guadagnato lo
storico approdo nella massima divisione. Una mazzata tremenda da digerire per
gli idealisti e puristi del calcio teutonico. La media-spettatori è aumentata
fino a poco oltre le 20.000 unità, ma la squadra non ha fatto proprio breccia
nella città. Oltretutto è la più odiata del calcio tedesco, tanto da indurre un
bel numero di tifoserie a schierarsi nel fronte anti-Red Bull. Uno schieramento
di non poco conto anche per la sicurezza totale del sistema calcistico tedesco.
Del resto la tradizione appartenuta sia alla Lokomotive che al Chemie è enorme.
Nel 2004 un nutrito gruppo di tifosi ha rifondato la Lokomotive ripartendo
dall’11esima divisione nazionale. Al suo esordio 12.421 spettatori hanno
assistito alla sfida contro l’Eintracht
Grossdeuben. Un fatto eccezionale. Ma in tanti ci tengono a sottolineare che
allo Zentralstadion nel 1987 per la semifinale di Coppa delle Coppe contro il
Bordeaux erano in 100.000 e lo stadio era una bolgia così come lo fu al tempo
contro l’Ipswich Town nel ’74 ed in tante innumerevoli sfide continentali, dove
la Loko ha incrociato le proprie ambizioni con Barca, Napoli, Torino, Tottenham
Hotspur, Benfica. Cioè quanto di meglio il gotha del calcio europeo ha saputo
esprimere in ogni sua epoca calcistica.
Tuttavia, qualcosa nello scenario globale
della città è cambiato sotto il profilo
calcistico. La storia e la tradizione battezzano inevitabilmente la Lokomotive
e la Chemie come i portacolori della città, ma intanto il blasone quasi
inevitabilmente sembra voglia andare a premiare quelli della Red Bull, che
nessuno vuole ma che invece saranno l’incomodo ed indesiderato ospite non solo
di turno del calcio tedesco. Una storia del resto già vista in Austria e negli
Stati Uniti e che qualcuno prevede in prospettiva anche in altri paesi a forte
tradizione calcistica. Ce la farà la Germania a resistere all’assalto del
calcio-franchising? In un paese in cui peraltro la tradizione ed il blasone non
mancano? Molto dipenderà dai soldi della Red Bull, ma non solo. Intanto Lipsia
ha in qualche modo reagito alla liofilizzazione cittadina della RB. La media
degli spettatori per il nuovo club taurino ha subito un’oscillazione improvvisa
e tangibile dal 2010/11 alla stagione del 2015/16, passando dai 4.206 del primo
anno ai 25.025. E probabilmente con la promozione in Bundesliga sarà ancora di
più incrementata. Insomma un incremento sensibile, che nei numeri e nelle
prospettive si pone in netto contrasto con l’ostracismo nei confronti dei
biancorossi che si respira e non a caso in tutta la Germania. Anche perché il
numero degli spettatori rimane un dato tutt’altro che da trascurare. Del resto
quelli della Red Bull hanno cambiato anche il nome a quella splendida creatura
dello Zentralstadion, trasformandolo in un più consumistico e moderno Red Bull
Arena, ma in questo caso in Germania sono rimasti con l’amaro in bocca un po’
tutti.
Difficile dirlo o prevederlo, ma l’identity
calcistica di Lipsia ha cambiato almeno esteriormente i propri connotati, anche
se nell’anima della città c’è chi resiste con ardore. Del resto è pur vero che
i giocatori, gli allenatori e i presidenti da sempre nel corso della storia
cambiano e forse anche determinate tipologie di squadre, ma le istituzioni dei
club storici quelli no, difficilmente cambieranno e passeranno mai di moda.
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venerdì 12 maggio 2017
Storie e leggende della FA Cup
La FA Cup è la competizione calcistica più antica del mondo e già questo basta probabilmente per caricare questa manifestazione di tutto il fascino possible. Ad ogni modo, ripercorrerne la storia, le leggende e le imprese è eccezionalmente emozionante soprattutto passando attraverso i suoi aneddoti, le storie improbabili ed in particolar modo i giant killing, che rendono la Coppa d’Inghilterra unica ed inarrivabile. La FA Cup costituisce l’essenza del calcio e degli amanti di un football che forse non c’è più e che stenta anche a sopravvivere, ma che in questa Coppa miracolosamente ancora esiste.
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giovedì 7 luglio 2016
15 aprile 1989, la verità sul disastro di Hillsborough
L'infaticabile Indro Pajaro è arrivato già alla pubblicazione del suo secondo libro. Dopo i Derby in UK, Pajaro ci propone questo interessantissimo libro inchiesta edito da Urbone Publishing. Di grande livello.
Sheffield, stadio di Hillsborough, 15 aprile 1989. Novantasei tifosi del Liverpool muoiono schiacciati e soffocati nel settore Leppings Lanedurante la semifinale di Coppa d’Inghilterra contro il Nottingham Forest. Sei minuti dopo il calcio d’inizio, l’arbitro sospende la partita. Si è appena verificato il maggiore disastro nella storia dello sport britannico.
Le autorità, la stampa e il governo Thatcher addossano immediatamente la responsabilità agli stessi tifosi, vedendo nella furia di hooligan ubriachi e senza biglietto il perfetto capro espiatorio. Ma la realtà dei fatti è ben diversa, destinata a rimanere nascosta per molto tempo da una coltre di accuse infamanti, false verità e depistaggi. A distanza di quasi trent’anni dal disastro che cambiò per sempre il calcio inglese, il libro offre la cronaca di quanto avvenne prima, dopo e durante quel giorno. In maniera emozionale, senza filtri o censure, svelando retroscena e avvalendosi di testimonianze in prima persona per fare piena luce sulla vicenda all’indomani della fine del processo più lungo nella storia legale britannica.
http://www.urbone.eu/obchod/15-aprile-1989-la-verit%C3%A0-sul-disastro-di-hillsborough_1
venerdì 3 giugno 2016
Leicester. Un sogno diventato realtà
Raccontare le favole non è mai stato facile, ma è sempre stato meravigliosamente bello. E quella del Leicester è una delle favole più belle che il calcio abbia raccontato nell’ultimo decennio. Ripercorrere la stagione trionfale della squadra guidata dal nostro Claudio Ranieri è stato divertente ed emozionante: le prime vittorie, la consapevolezza di poter riuscire a compiere un’impresa epica e quel sogno che, passo dopo passo, si avvicinava sempre più per poi concretizzarsi e regalare un’indimenticabile esplosione di gioia a tutti i tifosi del Leicester e a tutti coloro che, come noi, si sono appassionati alla cavalcata inarrestabile di questa squadra straordinaria. I protagonisti, le partite, le emozioni: ecco la favola del Leicester 2015-2016 racchiusa in un libro che non può mancare nella biblioteca personale di ogni vero appassionato di calcio.
http://www.urbone.eu/obchod/leicester-il-sogno-diventa-realt%C3%B9
lunedì 2 maggio 2016
Moore than a football club
Il
West Ham United è un club senza dubbio di grande blasone e di grande seguito
non soltanto nel Regno Unito, ma può contare molti adepti e tifosi in tutto il
mondo. Del resto i londinesi vengono considerati un po’ come dire un club cult
nella cultura calcistica british. Gli hammers
non hanno mai vinto il campionato inglese, ma hanno trionfato in FA Cup, forse
più nobile dello stesso campionato, ed hanno vinto anche in Europa la Coppa
delle Coppe ed in un’altra occasione nella stessa competizione sono arrivati in
finale. Oltretutto è l’ultimo club in ordine temporale ad aver vinto la FA Cup,
pur militando nella Second Division (la Serie B inglese), nel 1980 battendo
l’Arsenal a Wembley.
Roberto Pivato ci porta in viaggio verso Upton
Park e non solo attraverso al magia di questo club e delle sue imprese europee.
Una ricostruzione accurata e fedelissima di tutte le partecipazioni e partite
europee del club, ma passando per forza di casa anche accanto alle vicende di
campionato e di coppa nazionale. Il racconto di Pivato è molto preciso e
dettagliato. Del resto l’autore cura in maniera impeccabile anche le pagine di
calciofuorimoda.blogspot.com, uno dei migliori blog dedicato al calcio e alla
sua materia storica.
Il
libro si concentra sulla storica vittoria del West Ham nella Coppa delle Coppe
del 1964, ma poi passa in rassegna tutte le partecipazioni continentali degli hammers, tra numerosi aneddoti e campioni. Moore
than a football club era un titolo in questo caso quasi dovuto. Da sempre o
quasi questo slogan campeggiava nei dintorni delle tribune di Upton Park ed era
dedicato con un chiaro riferimento a Bobby Moore, forse il giocatore più importante e carismatico nella storia del club.
Vincitore di quella Coppa delle Coppe, ma anche del titolo mondiale nel 1966.
Il
libro esce mentre il West Ham United sta traslocando definitivamente da Upton
Park e sta per tornare a giocare nuovamente in Europa. Un racconto storico e
non solo che affascina nelle sua varie sfumature.
Il link della casa editrice per ordinare
e leggere una parte in anteprima del libro:
http://www.urbone.eu/obchod/moore-than-a-football-club_1
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giovedì 7 aprile 2016
La prima volta dell'Irlanda del Nord
di Vincenzo Paliotto (il mio pezzo per il 1° numero di UK Football Stories)
La
prima volta. Non era
mai capitato che le nazionali di Eire ed Irlanda del Nord si qualificassero
insieme per un appuntamento importante a livello internazionale. Del resto, le
stesse qualificazioni dell’Irlanda del Nord ad una fase finale della Coppa del
Mondo si contano appena sulle dita di una mano, tre in totale e l’ultima delle
quali nel 1986. E quindi quella odierna rappresenta oltretutto l’esordio
assoluto ad una fase finale degli Europei, che avviene proprio nel 2016 in
Francia. Un evento di assoluta importanza e di indubbia sensazione. L’Irlanda
del Nord era finita nei bassifondi del ranking non solo europeo, ma mondiale, e
questo risultato di prestigio giunge dopo una lunga serie di risultati
mortificanti. Ma l’undici di Belfast guadagna un traguardo di assoluto
prestigio e in buona parte inatteso.
Il
miracolo di Bingham.
L’Irlanda del Nord nella Coppa Europa non è andata mai molto lontano. Nel 1980
nel girone di qualificazione incrociò proprio l’Eire, pareggiando a reti
inviolate a Dublino e vincendo in casa di misura con gol di Armstrong. Ma nel
girone la squadra di Bingham giunse seconda alle spalle dell’Inghilterra. Fu proprio
quel girone di qualificazione, sotto la guida di Danny Blanchflower, il viatico
importante per la squadra migliore nella storia del calcio nordirlandese. Nel 1982, infatti, la Green and White Army approdò alla fase finale del Mundial spagnolo,
bissando una partecipazione iridata dopo quella ottenuta nel ‘58. L’Irlanda del
Nord ebbe la meglio in un girone non facile ai danni del Portogallo e della
Svezia, passando insieme ai cugini scozzesi. Decisiva fu una vittoria ottenuta
in casa di misura contro Israele. Ed anche il suo viaggio in Spagna non fu di
poco conto. Inserita nel raggruppamento della Spagna, l’Irlanda del Nord
ottenne il passaggio del turno, battendo proprio gli iberici padroni di casa
con gol ancora una volta di Gerry Armstrong, il baffuto attaccante del Watford.
La squadra di Bingham si segnalò oltretutto per i buoni giocatori messi in
mostra dal già noto Pat Jennings a Martin e Jimmy O’Neill, ad Armstrong ed
Hamilton, McIlroy e soprattutto il 17enne Norman Whiteside, fresco e pimpante
talento del Manchester United, rivelazione del torneo. Whiteside aveva nelle
gambe pochi minuti di gioco nelle file del Manchester United, ma Bingham lo
gettò in campo da titolare contro la Jugoslavia, non tradendo le attese e
diventando il più giovane ad esordire ad un Mondiale. Più giovane dello stesso
Pelè. Poi arrivò la sconfitta contro la Francia ed un pareggio contro
l’Austria, ma i nordirlandesi avevano già fatto tantissimo. Così come del resto
accadde quattro anni più tardi, nel momento in cui Bingham riuscì a portare
quella squadra anche in Messico. Il punto decisivo arrivò addirittura a Wembley
contro l’Inghilterra, match che passò alle cronache per le parate strepitose
del veterano Pat Jennings, che difendeva anche i pali del Tottenham Hotpsur.
Nella partita precedente a Bucarest il punto decisivo fu questa volta ad opera
di Whiteside.
Da
un Mundial all’altro, tuttavia, l’Irlanda del Nord di quel mago che era Bingham
sfiorò anche la qualificazione ad Euro 1984, prendendosi il lusso di battere
addirittura in trasferta la Germania Ovest vice-Campione del Mondo. Anche
questa volta un gol di Whiteside firmò la grande impresa. Ma la delusione
arrivò poi proprio sul filo di lana e la qualificazione non arrivò in virtù di
un inopinato pareggio al cospetto della debole Turchia. Inoltre due successi in pochi anni giunsero
nell’ambito Home Championship nel 1980 e nell’84, tra l’altro quest’ultimo
avrebbe rappresentato anche l’ultima edizione di questo torneo che aveva
debuttato nel 1883. Nell’80 la squadra di Bingham battè 1-0 la Scozia (rete di
Hamilton), impattò 1-1 a Wembley (gol di Cochrane) e quindi espugnò Cardiff con
rete di Noel Brotehrston, centrocampista del Blackburn Rovers. Nel 1984,
nonostante la sconfitta di misura a Wembley, risultò decisiva una vittoria con
lo scarto di due reti a Belfast contro la Scozia in virtù delle segnature di
Whiteside e di McIlroy. Peccato che poi quel torneo non si fosse più disputato,
in quanto andava ad intasare un calendario già ricchissimo di impegni.
L’anima
cattolica di Michael O’Neill.
Nato a Portadown il 5 luglio del 1969, Michael O’Neill è il nome nuovo del calcio
nordirlandese. Nuovo soprattutto sotto il profilo delle imprese, in quanto
quando nel 2011 fu nominato selezionatore della nazionale, la squadra
dell’Ulster era messa veramente male. Rare le vittorie ed addirittura utopiche
le possibilità di mettersi in corsa per la qualificazione ad un Europeo o un
Mondiale. Ma l’8 ottobre del 2015,
battendo per 3-1 la Grecia a Belfast, O’Neill e la sua squadra hanno coronato
un sogno quasi impensabile, qualificandosi per gli Europei di Francia.
O’Neill ha debuttato con la maglia del
Coleraine, ma poi ha indossato le casacche di Newcastle United, Dundee United,
Hibernian Edimburgo, Coventry City, Aberdeen, Reading, Wigan Athletic, St. Johnstone
Perth, Clydebank, Glentoran e Ayr United, non dopo un’esperienza negli States a
Portland. Ma nella sua carriera di centrocampista ha giocato anche 31 volte con
4 gol nella nazionale maggiore. La sua carriera di manager è cominciata poi in
Scozia con il Brechin City nel 2006 fino al 2008, quindi sulla panchina dello
Shamrock Rovers tra il 2009 ed il 2011 ha vinto due campionati e la Setanta Cup
nel 2011, mentre in Europa League nello stesso raggiunse la fase a giorni dopo
aver eliminato il Partizan Belgrado. La sua esperienza guadagnata sul campo è
stata vastissima, così come in panchina, ma alle cronache è balzata soprattutto
la sua anima cattolica, che a Belfast rappresenta da sempre una questione mai
sopita del tutto.
Lafferty,
genio e sregolatezza e gli altri protagonisti. Il merito di O’Neill è stato senza
dubbio quello di assemblare una squadra senza stelle particolari, ma che
sposassero la causa imprescindibile dell’Irlanda del Nord. Su tutti si è
esaltato Kyle Lafferty, che nel 2013/14 ha giocato anche per un anno in Serie B
con il Palermo, lasciando un ottimo ricordo. Poi è transitato in Inghilterra
nel Norwich City ed attualmente difende i colori del Caykur Rizespor nella
Super Lig turca. Ha segnato 16 volte in Nazionale ed ha giocato anche a Glasgow
nei Rangers. Tra i pali fa ancora breccia il 38enne del Notts County Roy Carroll,
che ha difeso tra le altre i pali del Manchester United e dell’Olympiakos
Pireo. Il pacchetto arretrato si regge soprattutto sulle prestazioni di Chris
Baird del Derby County e Shane Ferguson del Millwall, appoggiati dal duo del
West Bromwich Albion composto da MacAuley e Jonny Evans, quest’ultimo svezzato
nel Manchester United. McAuley, invece, ha giocato lungamente in patria con il
Linfiled, il Crusaders ed il Coleraine, fino al suo sbarco nel piccolo Lincoln
City, da dove ha guadagnato consensi per poi misurarsi nel Leicester City,
nell’Ipswich Town e nel WBA. E non
dimentichiamoci di Cathcart del Watford. A centrocampo c’è poi il capitano
Steven Davies, che milita nel Southampton. Con 78 presenze per lui una
buonissima carriera a livello di club con Aston Villa, Fulham e soprattutto
Rangers Glasgow. Nella zona nevralgica del campo troverà spazio anche Aaron
Hughes, che è andato a giocare in Australia con i Melbourne City. Con 96
presenze Hughes vuole attaccare il primato assoluto che appartiene al mitico
Jennings con ben 119 gettoni. A centrocampo trovano spazio anche Corry Evans e
Chris Brunt, un altro del WBA, mentre dovrebbe esserci obbligatoriamente anche
Paddy McCourt, detto il “DerryPelè”, per le sue eccelse qualità tecniche. La
spalla ideale di Lafferty in attacco e Nial McGinn dell’Aberdeen. Lo stesso
Lafferty con 16 gol però è molto lontano da David Healy con 36 centri, che nel
2004 siglò uno storico gol che permise all’Irlanda del Nord di battere a
Belfast l’Inghilterra. Attenzione poi anche a Ward del Nottingham Forest e a
Macgennis del Kilmanrock.
McGinn e Lafferty hanno cominciato con un gol
a testa il loro cammino nelle qualificazioni, espugnando il terreno
dell’Ungheria e poi lo stesso Lafferty ha segnato nella vittoriosa trasferta di
Atena, questa volta supportato da Ward. Dopo la sconfitta rimediata a Bucarest
contro la Romania, poi proprio lo stesso Lafferty ha segnato un gol decisivo a
Belfast contro l’Ungheria, che si era portata in vantaggio.
Arriverà in Francia con grande entusiasmo la
squadra di Michael O’Neill, nella prospettiva di fare quanto meglio sapere
possibile per la Green and White Army
e per la storia. Certe imprese a Belfast e dintorni non si dimenticano.
mercoledì 30 marzo 2016
il nuovo concorso letterario della Urbone Publishing
La
casa editrice Gianluca Iuorio, Urbone Publishing organizza il secondo premio
letterario "Professione Bomber”. Il premio è rivolto a tutti, esordienti e
non. Ogni autore potrà partecipare con un’opera inedita, originale e in lingua
italiana. Il premio "Professione Bomber” prevede una sezione unica: -
Racconto (min. 10.000, max 15.000 battute).
Ogni autore potrà inviare una sola opera assolutamente inedita. Il racconto dovrà parlare di un singolo giocatore, un attaccante che ha fatto la storia di un club che ha militato o milita nel calcio professionistico, dalla serie A alla Lega Pro, quella che una volta si chiamava serie C. Una storia che ovviamente non è fatta soltanto dal numero delle reti segnate ma anche dall'attaccamento ai colori sociali e alla città in questione.
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Le migliori opere verranno scelte dall’editore e sottoposte al giudizio della giuria, formata da blogger e appassionati di calcio. Tramite una votazione la giuria stabilirà i vincitori. Le migliori 15 opere verranno pubblicate in una raccolta che verrà commercializzata dall’editore e gli autori saranno premiati con un "contratto di edizione".
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martedì 16 febbraio 2016
UK Football Stories
UK
Football Stories si presenta indiscutibilmente come tra le maggiori novità
editoriali nell’ambito calcistico di questo ultimo periodo. L’editore emergente
Urbone Publishing specializzato in pubblicazioni di carattere calcistico,
infatti, ha pensato bene e quindi pubblicato una rivista interamente dedicata
al calcio britannico in lingua italiana per soddisfare quanti nel nostro paese
amano, seguono quotidianamente e giustamente venerano il calcio d’oltremanica.
La rivista che esce nel primo numero con 144 ricchissime pagine affronta
argomenti di vario tipo, spaziando dal calcio attuale a quello vintage, che
tanto fa impazzire gli appassionati. Platania, Felici, Girola, Paliotto,
Lacerenza, Pajaro, Mazzetti, Tuttobene, Acerbis, Galleri, Savarese, Maisani,
Galeotti, Cappelli e Scibona ci portano nel fantastico mondo del calcio
britannico. Nel N.1 troverete:
INDICE:
- Introduzione
- FACE to FACE : Mourinho vs Wenger di Giuseppe Platania
- Bobby Moore, Il piglio del tackledi Vincenzo Felici
- La tragedia di Monaco! di Simone Galeotti
- IL DERBY DI GLASGOW di Ale8ssandro Girola
- The Cup was let out of England: la favola del Cardiff di Vincenzo Lacerenza
- Intervista a Roberto Gotta di Indro Pajaro
- La prima volta dell’Irlanda del Nord di Vincenzo Paliotto
- Leicester, con Ranieri si sogna in grande di Francis McLeac
- L’Ambizione di ripartire, sempre (AFC Bournemouth) di Marco Mazzetti
- Paul Gascoigne di Renato Maisani
- This is Anfield di Emilio Scibona
- Gli anni ‘80 del British Football: trionfi e tragedie tra i diktat della Thatcher di Angelo Tuttobene
- Quando le banane conquistarono gli stadi di Giorgio Acerbis
- Da Londra nord a Gaza di Gianni Galleri
- Il Fenomeno Salford City di Davide Cappelli
- Prodezze e nefandezze anglosassoni in Italia (1 puntata Trevor Francis) di Luca Savarese
- Lo sapevi che?
- book corners
- Introduzione
- FACE to FACE : Mourinho vs Wenger di Giuseppe Platania
- Bobby Moore, Il piglio del tackledi Vincenzo Felici
- La tragedia di Monaco! di Simone Galeotti
- IL DERBY DI GLASGOW di Ale8ssandro Girola
- The Cup was let out of England: la favola del Cardiff di Vincenzo Lacerenza
- Intervista a Roberto Gotta di Indro Pajaro
- La prima volta dell’Irlanda del Nord di Vincenzo Paliotto
- Leicester, con Ranieri si sogna in grande di Francis McLeac
- L’Ambizione di ripartire, sempre (AFC Bournemouth) di Marco Mazzetti
- Paul Gascoigne di Renato Maisani
- This is Anfield di Emilio Scibona
- Gli anni ‘80 del British Football: trionfi e tragedie tra i diktat della Thatcher di Angelo Tuttobene
- Quando le banane conquistarono gli stadi di Giorgio Acerbis
- Da Londra nord a Gaza di Gianni Galleri
- Il Fenomeno Salford City di Davide Cappelli
- Prodezze e nefandezze anglosassoni in Italia (1 puntata Trevor Francis) di Luca Savarese
- Lo sapevi che?
- book corners
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mercoledì 10 febbraio 2016
Alla faccia del calcio
di Vincenzo Paliotto
Ho provato decisamente emozione a
ripercorrere le tappe della carriera e soprattutto i gol di John Aldridge, eroe
non dimenticato del Liverpool e della nazionale irlandese, in particolare
perché si trascinava dietro racconti piacevolissimi del calcio degli Anni
Ottanta e Novanta. Giovanni Fasani e Matteo Maggio sono due blogger di notevole
spessore che da tempo si divertono a scrivere racconti di calcio. Racconti
dettagliati, belli, che hanno approfondito vari temi con lo spirito degli
intenditori. E finalmente questi loro racconti dettagliati e molto documentati
sono diventati una realtà, un vero libro edito da Urbone Publishing. Alla faccia del calcio è il titolo del
loro volume di 140 pagine che raccoglie 20 racconti provenienti dal calcio
degli Anni 80 e 90, un calcio che tanto piaceva e piace a tutti noi. Maggio e
Fasani hanno il merito di sviscerare storie belle e straordinarie, spesso
immeritatamente dimenticate nelle pagine degli almanacchi e degli annuari della
storia del calcio, ma che indirettamente ci fanno riflettere anche sul calcio
di oggi.
Da
Alex Ferguson al magico Gonzalez.
Si parte con il Vecchio Continente, rispolverando Alex Ferguson alla guida del
miracoloso Aberdeen, ma anche con il sovietico Alexander Mostovoi, il bulgaro
Kostadinov, Robert Prosinecki ed il meraviglioso John Aldridge, un irlandese
goleador con il Liverpool e che fu anche il primo straniero ad andare a giocare
a San Sebastian in Spagna con la maglia della Real Sociedad, che aveva scelto
al via autarchica come l’Athletic Bilbao.
Il viaggio poi prosegue attraverso le Americhe con el magico Gonzalez, mirabolante calciatore salvadoregno, che fece
miracoli calcistici a Cadice e che portò l’El Salvador ai Mondiali del 1982 in
Spagna. Poi ci sono anche Branco ed Ardiles e un ritratto inedito del Canada che
andò ai Mondiali del Messico nel 1986, una nazionale che clamorosamente non
poteva attingere risorse umane neanche da un campionato nazionale vero e
proprio.
Un
altro Zidane. Ad
ogni modo, probabilmente la parte più succosa ed inedita del libro rimanda alle
pagine dedicate al calcio africano, asiatico e dell’Oceania, rispolverando
icone mitiche di un calcio rivelazione che per la prima volta si avvicinava al
grande calcio. Insomma proviamo a rivisitare e rileggere le gesta di Steve Summer,
il capitano della Nuova Zelanda in Spagna ’82, oppure il primo “samurai” del
calcio europeo e per finire con gli eroi africani di Zambia, Algeria e Camerun.
Proprio della nazionale algerina gli autori esaltano le prestazioni della
squadra che nel 1982 battè ai Mondiali la Germania Ovest, anche grazie alla
forza e alla sagacia tecnica di Djemal Zidane, uno che con un cognome così non
ebbe le stesse fortune economiche di Zinedine Zidane, ma che a suo modo firmò
una delle più grandi imprese del calcio mondiale.
Alla faccia del calcio vi piacerà per la
sua originalità e per la tenerezza con cui i suoi autori vi riporteranno
all’interno di un calcio che purtroppo non c’è più, ma che rimane pur bello da
rileggere e se possibile da rivivere. Affascinante anche la copertina
realizzata da Stefano De Marchi
Fasani-Maggio, Alla faccia del calcio, 138 pp. 12,00 euro, Urbone Publishing
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sabato 30 gennaio 2016
Football Fans sul Corriere dello Sport
di Massimo Grilli
Corriere dello Sport, venerdì 29 gennaio 2016 16:34
Facile
fare i saputoni sciorinando numeri e curiosità del Clasico di Spagna tra
Barcellona e Real Madrid oppure della sfida tra i due Manchester. Più difficile
mostrarsi davvero informati magari sul derby del Brabante, NAC Breda contro
Willem II Tilburg, oppure dimostrare di conoscere l’origine dei “troubles”,
cioè dei guai che hanno spesso caratterizzato gli incontri tra Dundalk e
Linfield in particolare e più in generale i match in Irlanda. Questo libro è il
racconto straordinario e documentatissimo delle rivalità grandi e piccole - e
sono i capitoli più gustosi per l’appassionato - che popolano il calcio in
Europa. Ci sono i derby, certo, con il loro carico infinito di campanilismo e
anche di fanatismo, ma ci sono anche e soprattutto le diversità politiche, i
contrasti religiosi (basti pensare all’Old Firm di Glasgow, tra i protestanti
Rangers e il Celtic dei cattolici) che rendono certi incontri un autentico
terreno minato, dove il confronto tra le squadre e le tifoserie travalica
pesantemente il semplice risultato sportivo. E’ un viaggio intrigante e
divertente, perché si passa dai campi più sperduti alle grandi arene
immortalate dalla televisione e dalle grandi competizioni. Leggendo delle sfide
più sentite, dall’Albania all’Inghilterra, da Israele ai campi di casa nostra,
dalla Guerra Sacra di Cracovia alle pagine più nere del calcio turco, si coglie
in pieno il ruolo sociale che ancora questo sport svolge, nel bene e nel male.
FOOTBALL FANS, di Vincenzo Paliotto; Urbone Publishing, 403 pagine, 16 euro.
FOOTBALL FANS, di Vincenzo Paliotto; Urbone Publishing, 403 pagine, 16 euro.
http://www.corrieredellosport.it/news/libreria/2016/01/29-7998493/derby_e_rivalita_in_europa_e_la_scienza_dei_numeri_applicata_al_calcio/
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sabato 16 gennaio 2016
La barba al palo: Stasi Football Club
La barba al palo A cura di Italo Cucci
15/01/2016
Titolo Articolo
Il libroCalcio e regime, al di là del Muro
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Contenuto pagina
di Mimmo Mastrangelo
Lutz Eigendorf nella seconda metà degli anni Settanta fu una stella della Dinamo Berlino e della nazionale della Ddr. A centrocampo metteva ordine e per questo lo chiamavano “il Beckenbauer dell'Est”. Come altri atleti della Germania dell'Est malsopportava l'ingerenza di governanti che si servivano dello sport per la propaganda di regime. Nel 1979, dopo un' amichevole giocata all' Ovest contro il Kaiserslautern, decise di non rientrare più in patria. Approfittò di una sosta e dal pullman della Dinamo saltò in un taxi. Nell'altra Germania venne accolto da rifugiato politico e, scontata la squalifica di un anno, fece ritorno in campo con la maglia del Kaiserlautern. Ma quella fuga e i continui attacchi pubblici che rivolse al governo di Honecker, non gli furono perdonati, gli agenti della Stasi (la polizia segreta della Ddr) lo braccarono senza tregua. La sera del 5 marzo 1983, dopo la partita tra il Bochum e l' Eintracht Braunschweig (dove intanto si era trasferito), Lutz perse la vita, con la sua macchina andò a schiantarsi contro un albero. Nel 2000 il documentario “Morte del traditore” del giornalista Herbert Schwarn farà luce sull'incidente: agenti della Stasi alla fine della partita col Bochum sequestrarono il calciatore e, prima di lasciarlo partire con la sua Alfa Romeo, lo costrinsero ad ingerire forti dosi di alcol e droghe. Erich Mielke, spietato uomo dei servizi segreti e dirigente della Dinamo Berlino, venne ritenuto il mandante dell'azione punitiva sul ventisettenne calciatore. La tragedia di Eigendorf la ritroviamo nelle pagine di Stasi Football club del giornalista campano Vincenzo Paliotto il quale apre una finestra sul calcio giocato al di là del Muro e sulla funzione sociale che ricoprì per diversi decenni, sebbene non fosse uno degli sport su cui la politica rivolse più attenzione per vendere (anche attraverso il doping di Stato) la propria immagine nel mondo. Le pagine di Paliotto raccontano delle vite controllate dei calciatori, la corruzione di arbitri che nella vita lavoravano per i servizi segreti, la rivalità tra la Dinamo Berlino che, grazie alle direzioni di gara favorevoli, vinceva gli scudetti e le altre squadre che con le loro forze non sfiguravano nelle competizioni europee: dal Magdeburgo alla Dinamo Dresda, dal Carl Zeiss Jena al Lokomotive Lipsia. Ma cinquant'anni di calcio “oltrecortina” furono contrassegnati pure da importanti successi internazionali: la Nazionale si assicurò diverse medaglie alle Olimpiadi e nel 1974 il Magdeburgo alzò al cielo la Coppa delle Coppe battendo per 2-0 il Milan di Rivera. Il secondo gol lo realizzò il centrocampista Jurges Sparwasser che nello stesso anno ai Mondiali di Monaco firmò lo storico 1-0 tra la Ddr e i fortissimi cugini dell'Ovest. Con la caduta del Muro, il campionato dell'Oberliga venne archiviato definitivamente, lo stesso destino toccò alla squadra blu della Nazionale. Ultima partita l'amichevole del 1990 col Belgio vinta per 2-0 con doppietta di Matthias Sammer.
Vincenzo Paliotto
Stasi football club
Il calcio al di là del Muro
Urbone Editore. Pagine100. Euro 12,00
Lutz Eigendorf nella seconda metà degli anni Settanta fu una stella della Dinamo Berlino e della nazionale della Ddr. A centrocampo metteva ordine e per questo lo chiamavano “il Beckenbauer dell'Est”. Come altri atleti della Germania dell'Est malsopportava l'ingerenza di governanti che si servivano dello sport per la propaganda di regime. Nel 1979, dopo un' amichevole giocata all' Ovest contro il Kaiserslautern, decise di non rientrare più in patria. Approfittò di una sosta e dal pullman della Dinamo saltò in un taxi. Nell'altra Germania venne accolto da rifugiato politico e, scontata la squalifica di un anno, fece ritorno in campo con la maglia del Kaiserlautern. Ma quella fuga e i continui attacchi pubblici che rivolse al governo di Honecker, non gli furono perdonati, gli agenti della Stasi (la polizia segreta della Ddr) lo braccarono senza tregua. La sera del 5 marzo 1983, dopo la partita tra il Bochum e l' Eintracht Braunschweig (dove intanto si era trasferito), Lutz perse la vita, con la sua macchina andò a schiantarsi contro un albero. Nel 2000 il documentario “Morte del traditore” del giornalista Herbert Schwarn farà luce sull'incidente: agenti della Stasi alla fine della partita col Bochum sequestrarono il calciatore e, prima di lasciarlo partire con la sua Alfa Romeo, lo costrinsero ad ingerire forti dosi di alcol e droghe. Erich Mielke, spietato uomo dei servizi segreti e dirigente della Dinamo Berlino, venne ritenuto il mandante dell'azione punitiva sul ventisettenne calciatore. La tragedia di Eigendorf la ritroviamo nelle pagine di Stasi Football club del giornalista campano Vincenzo Paliotto il quale apre una finestra sul calcio giocato al di là del Muro e sulla funzione sociale che ricoprì per diversi decenni, sebbene non fosse uno degli sport su cui la politica rivolse più attenzione per vendere (anche attraverso il doping di Stato) la propria immagine nel mondo. Le pagine di Paliotto raccontano delle vite controllate dei calciatori, la corruzione di arbitri che nella vita lavoravano per i servizi segreti, la rivalità tra la Dinamo Berlino che, grazie alle direzioni di gara favorevoli, vinceva gli scudetti e le altre squadre che con le loro forze non sfiguravano nelle competizioni europee: dal Magdeburgo alla Dinamo Dresda, dal Carl Zeiss Jena al Lokomotive Lipsia. Ma cinquant'anni di calcio “oltrecortina” furono contrassegnati pure da importanti successi internazionali: la Nazionale si assicurò diverse medaglie alle Olimpiadi e nel 1974 il Magdeburgo alzò al cielo la Coppa delle Coppe battendo per 2-0 il Milan di Rivera. Il secondo gol lo realizzò il centrocampista Jurges Sparwasser che nello stesso anno ai Mondiali di Monaco firmò lo storico 1-0 tra la Ddr e i fortissimi cugini dell'Ovest. Con la caduta del Muro, il campionato dell'Oberliga venne archiviato definitivamente, lo stesso destino toccò alla squadra blu della Nazionale. Ultima partita l'amichevole del 1990 col Belgio vinta per 2-0 con doppietta di Matthias Sammer.
Vincenzo Paliotto
Stasi football club
Il calcio al di là del Muro
Urbone Editore. Pagine100. Euro 12,00
http://www.avvenire.it/rubriche/Pagine/La%20barba%20al%20palo/Il%20libroCalcio%20e%20regime%20al%20di%20la%20del%20Muro_20160115.aspx?rubrica=La%20barba%20al%20palo
giovedì 7 gennaio 2016
Storia dell'Inter nelle Coppe Europee
Non lo scopriamo di certo noi che l’Inter è
una delle squadre più prestigiose non solo del calcio italiano, ma anche e
soprattutto di quello europeo. Del resto i nerazzurri milanesi nella loro
bacheca possono vantare ben 3 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 1
Mondiale per Club e 3 Coppa UEFA. Insomma un palmarès di tutto rispetto che ha
fatto anche la storia del calcio.
Tommaso de Lorenzis per Urbone Publishing in
proposito ha scritto questo bellissimo volume: Storia dell’Inter nelle Coppe
Europee, che ripropone tutta l’epopea nerazzurra nelle varie manfestazioni
internazionali. Il libro di 280 pagine in formato A4 raccoglie tutti i
tabellini e le statistiche possibili delle performance nerazzurre in Europa.
Oltretutto ogni partita con il suo relativo tabelino è corredata dal commento,
che ripercorre le azioni salienti, i gol e gli aneddoti delle tantissime
partite dei nerazzurri.
Il
primo tabellino è del 15 luglio del 1930 con l’Ambrosiana Inter corsara a
Budapest per 4-2 sul campo dell’Ujpest Dozsa. Poi da quella trasferta magiara
in poi tante partite e tante vittorie indimenticabili per il grande club
milanese. Dai trionfi con Herrera e Mourinho, passando per quel con Giovanni
Trapattoni, Giampiero Marini e Gigi Simoni, in una storia attraversata sia da
indelebili trionfi, ma anche da qualche cocente sconfitta.
Chi ama l’Inter, amerà senza dubbio avere
questo libro negli scaffali della propria libreria.
Tomamso De Lorenzis, Storia dell’Inter
nelle coppe europee, Urbone Publishing, 2015, 284 pp., 14,00 euro
mercoledì 23 dicembre 2015
Gli 11 libri sportivi da regalare a Natale 2015
La
redazione della prestigiosa rete televisiva Eurosport segnala in questo
articolo i migliori libri sportivi da regalare nel periodo natalizio. Grande
soddisfazione per la segnalazione in tal caso di Stasi Football Club di
Vincenzo Paliotto e di Local Derbies in UK di Pajaro e Graino, entrambi editi
dalla Urbone Publishing.
Dal
"Codice Del Piero"
a "Herr Pepp", passando per l'inchiesta su Lance Armstrong e
l'autobiografia di Paolo Bertolucci: il periodo natalizio non è mai stato così
ricco di libri sportivi da regalare ad amici e parenti
"Omertà" di Andrew Jennings (Rizzoli)
Un’inchiesta
giornalistica di altissimo livello, quella che ha portato all’esplosione dello
scandalo FIFA degli ultimi mesi. Un lavoro iniziato più di dieci anni fa dal
giornalista inglese Andrew Jennings che, finalmente, è stato premiato
dall’inchiesta coordinata dall’FBI a partire proprio dalle informazioni da lui
raccolte. Un libro determinante per capire come ha lavorato il governo del
calcio internazionale sin dai tempi di Joao Havelange, un testo fondamentale
per tutti gli addetti ai lavori e gli appassionati. Con un tocco molto
britannico nella scrittura, che aggiunge ironia a un tema altrimenti piuttosto
pesante. (Mattia Fontana)
"Stasi Football Club - Il calcio al di là del muro" di
Vincenzo Paliotto (Urbone Publishing)
Il calcio al
tempo del regime. La DDR ha da sempre considerato centrale il ruolo dello sport
all'interno della propria filosofia: atletica leggera e sport olimpici su
tutti, ma anche il pallone si è ritagliato una fetta di interesse non
indifferente all'interno del regime "al di là del muro". Vincenzo Paliotto,
partendo dalla drammatica storia di Lutz Eigendorf, giocatore della Dinamo Berlino
(uno dei primi a passare oltre il famoso muro) traccia un profilo di quella che
era la dura vita degli sportivi ai tempi della polizia segreta, che tutto vedeva
e tutto teneva sotto controllo. Senza lesinare sul doping, altro tema centrale
del tempo, e la spasmodica ricerca di una perfezione così lontana dai concetti
di sport che noi tutti conosciamo e condividiamo. Da quando il muro è caduto le
differenze tra Ovest e Est si stanno elidendo, anche se c'è ancora tanta strada
da fare. (Davide Bighiani)
martedì 22 dicembre 2015
Football Fans
Football Fans è uno straordinario tuffo nel calcio
europeo attraverso le sue storie, le tradizioni, le rivalità più o meno
ataviche e i contrasti religiosi e quelli politici, senza tralasciare i tifosi,
che rendono ancora umano in qualche modo il gioco del calcio. Nonostante la sua
scriteriata modernizzazione, il calcio continua a rappresentare un legame quasi
inscindibile con gli ambienti sociali e della politica ed in particolar modo
con la natura del tifo calcistico stesso. Football
Fans ha la pretesa non facile di elevare il calcio all’unica forma
di sacralità che ancora persiste nel mondo.
Ringraziamenti
Questo libro non sarebbe potuto essere stato
realizzato senza la preziosa collaborazione di amici, giornalisti, blogger e
semplici appassionati, che con le loro idee ed il loro imprescindibili suggerimenti
hanno conferito qualità di informazioni al volume e ne hanno caldeggiato
moralmente la sua realizzazione: Uvil Zajmi (ex-arbitro e giornalista-Albania),
Victor Gomez Muniz (blogger- Spagna), Carles Vinyas (giornalista e
scrittore-Spagna) Alessandro Colombini, Francesco Pietrella, Lorenzo Pecci,
Vincenzo Lacerenza, Roberto Pivato, Nebojsa Jakovliejevic e Bata Stojic
(blogger ex-Jugoslavia), Cri Fos e Grigoris Zach (Gate 4 PAOK
Salonicco-Grecia), Niklas Wildhagen (giornalista- Germania), Christian Nyari
(giornalista- Germania), Frederick Mansell (giornalista-Olanda), Danny O’
Donnell (Shideside Dundalk-EIRE), Enzo Cestaro (preparatore atletico Rep. Ceca
e Malta), Gianni Galleri, Simone Galeotti, Vesselin Veselinov
(blogger-Bulgaria), Giuseppe Sturiale, Francesco Licordari, Alex Palosanu
(scrittore-Romania), Richard Lebowski (giornalista-Germania), Brian Seal
(ThisDayInFootballHistory)
Autore: Vincenzo
Paliotto
Pagine: 403
Prezzo di
copertina: 16,00 euro
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Football Rivalries,
libri,
Urbone Publishing
lunedì 23 novembre 2015
L'Urbone Publishing e Il Fatto Quotidiano
Gabriella
Greison, giornalista e scrittrice romana, il 21 novembre scorso ha parlato all’interno
del suo blog Sport e miliardi de Il Fatto Quotidiano delle case editrici
emergenti ed in particolare della Urbone Publishing, dando risalto ai libri
Stasi Football Club ed Estadio Nacional. Non sono mancati poi i riferimenti
agli altri titoli della stessa casa editrice diretta da Gianluca Iuorio.
In questo mare di case editrici che chiudono, di librerie che
chiudono, di librai che cambiano lavoro, di scrittori che non trovano pace, di
cronisti che non riescono a pubblicare libri-reportage perché le loro proposte
sono poco commerciali, ho trovato una fiammella di luce, di speranza. Si tratta
di un posto nuovo, giovane e bello, si tratta di una casa editrice che ha
dietro menti fresche e brillanti, che si svegliano già con le maniche
rimboccate, e si danno da fare per pubblicare cose di livello, di assoluta
qualità, e resistono e vivono. Con l’argomento calcio come pretesto, per
raccontare altro, per raccontare storie di vita. E’ la Urbone Publishing, con due titoli di
spessore, scritti da Vincenzo Paliotto: si tratta di ‘Stasi Football Club’ (un libro che
racconta il calcio nella ex-Ddr, al di là del muro
di Berlino) e ‘Estadio Nacional’ (con
il Cile protagonista,
e le sue terre sotto la dittatura militare sanguinosa). Ma ci sono anche “Storie di tifosi dipendenti dai sogni” (di
Simone Togna) e ‘Il ragazzo che non giocò
la finale’ (di Danilo de Nardis), il primo è un libro sulla passione
per il mondo del calcio e sulla capacità dei protagonisti delle trenta storie
narrate di aver conseguito quella felicità che pervade il corpo grazie al
raggiungimento di un obiettivo che poteva sembrare quasi utopistico per
attraversato fisicamente tutto il globo terrestre per poter assistere ad uno
specifico match, con l’importanza di essersi aperti al mondo, in angolo della
terra. Il secondo con l’isola di Montserrat nel Mar dei Caraibi e l’eruzione
del suo vulcano, e la partita di calcio alle pendici dell’Himalaya in
concomitanza con la finale dei Campionati del mondo di Corea e Giappone in quel
di Yokohama, che deciderà qual è la squadra più debole del ranking Fifa.
Pubblicità
Poi c’è la ‘Herkules Book‘, che
ha appena pubblicato la seconda edizione del mio ‘Prossima fermata Highbury’ con al prefazione
prestigiosa diDesmond Morris: è una
casa editrice appena nata, guardate il loro sito, vedrete di cosa parlo. E
infine c’è la ‘HellNation libri‘ che
fa parte del marchio Red Star Press, che ha già alcuni titoli molto
interessanti all’attivo: tra cui ‘Essere
Skinhead‘ (di Ruggero Daleno) e Ultrà (di
Valerio Marchi). Se avete nuove case editrici da segnalarmi, luoghi di lettura
poco conosciuti, nuovi ritrovi, aspetto vostre indicazioni per andarli ad
esplorare. Nel web o reali. Tanto è la stessa cosa…
lunedì 26 ottobre 2015
Football Fans, il nuovo libro è in arrivo
Grazie ancora una volta a Gianluca Iuorio, editore di Urbone Publishing, è in dirittura d'arrivo Football Fans, il nuovo volume di Vincenzo Paliotto. L'autore, sulle orme di Football Rivalries, ripercorre la tematica dei derby e delle rivalità nel Vecchio Continente, allargando però ovviamente con maggiore ampiezza i contenuti e le prospettive. Football Fans è un libro che parla essenzialmente di calcio, dei suoi miti, delle sue squadre leggendarie, ma soprattutto del suo rapporto con i tifosi. Del resto il calcio senza di loro non esisterebbe.
Al momento vi anticipiamo la copertina, il volume stesso dovrebbe essere in vendita nel giro al massimo di un paio di settimane.
giovedì 1 ottobre 2015
Il gol più triste
di Francesco Pedemonte (www.pagina2cento.it)
Dopo aver effettuato il sopralluogo all’Estadio
Nacional di Santiago nell’ottobre ’73, i commissari Fifa dichiararono di non aver trovato nulla di
particolare. Conclusero la loro ispezione con una conferenza stampa, a cui
presenziò anche il comandante Patricio Carvajal (investito della presidenza del
Ministero della Difesa): «tranquillità totale – dissero – non spaventatevi della campagna dei giornalisti in tutto
il mondo contro il Cile. Anche al Brasile è successo la stessa cosa, ma non c’è
nulla da preoccuparsi».Purtroppo, però, le mura dello stadio della capitale
andina, che fino ad allora avevano visto i trionfi del Colo Colo, dell’Universidad de Chile e della Roja (ai mondiali del ’62), tra l’11 settembre e il
7 novembre 1973 si erano trasformate in un campo di concentramento in cui
vennero rinchiusi quasi 15.000 cileni: gli uomini sul campo da gioco e negli
spogliatoi, le donne nelle palestre e negli uffici. I commissari Albilio D’Almeida, brasiliano, e Helmut Kaeser, svizzero, non sentirono l’odore
dell’urina e della merda, non videro il sangue delle torture. Tutto era stato
già ripulito. Eppure, ironia della sorte, tutto era ancora davanti ai loro
occhi: il giornalista americano Charles Horman, ad esempio, fu
fucilato nello stadio e poi murato nelle sue viscere. Analoga sorte toccò al
connazionale Frank Teruggi: entrambi “colpevoli”
di aver informato il mondo sulle connivenze tra gli Stati Uniti e il golpe
fascista di Pinochet. Victor Jara, invece, cantautore
cileno, fu imprigionato proprio all’Estadio Nacional: arrestato e
torturato, i militari gli spezzarono entrambe le mani prima di ucciderlo.
Violenze che trovarono legittimazione anche grazie all’atteggiamento passivo
del governo del calcio: «la Fifa – dice Vincenzo Paliotto,
autore di Estadio Nacional, il gol più triste
(ed. Urbone)
– fu complice di molti governi dittatoriali in America Latina. Nel caso
del Cile, poi, vale la pena ricordare che, a livello internazionale, era
risaputo l’aiuto statunitense alla giunta. E Joao Havelange (che nel ’74
sarebbe diventato presidente della Fifa) godeva dell’appoggio proprio di
Kissinger, il segretario di stato americano». Dal 1970 il Cile era guidato da Salvator Allende che, dopo aver vinto democraticamente
le elezioni, costituì un governo di natura socialista sotto la spinta del
partito Unitad Popular, coalizione di
centrosinistra che comprendeva democristiani della sinistra cattolica, fino ai
militanti del Partito Comunista Cileno. Il governo adottò velocemente alcuni
provvedimenti come la nazionalizzazione delle miniere di rame e la riforma
agraria, azioni che incontrarono il consenso popolare, meno quello di
multinazionali come la Kennecott United Company e l’Anaconda. Tuttavia, nonostante le interferenze
statunitensi nella politica cilena, il consenso di Allende non diminuì e
già nel luglio del 1973 i suoi oppositori erano pronti per un golpe militare.
Che puntualmente avvenne l’11 settembre.
Per contro il 1973 fu un anno ricco di avvenimenti per il calcio cileno: il Colo Colo, trascinato dai gol di Caszely e Valdez, raggiunse la finale di Coppa Libertadores, mentre la nazionale avrebbe spareggiato contro l’Urss per partecipare ai mondiali dell’anno successivo: 26 settembre l’andata a Mosca, l’11 novembre il ritorno a Santiago. E proprio nelle stesse ore in cui la Roja volava verso l’Unione Sovietica, Pinochet con l’ausilio dei caccia americani bombardava La Moneda: «il Cile riuscì a pareggiare zero a zero – precisa Paliotto – anche grazie alle parate di Vallejos. Tutto si sarebbe giocato a Santiago. Ma la Russia, che con Allende intratteneva ottimi rapporti, si rifiutò di legittimare il governo golpista. La giunta, d’altro canto, come massimo della provocazione decise di far giocare il ritorno all’Estadio Nacional, proprio là dove migliaia di cileni erano stati detenuti, torturati e uccisi. La federazione sovietica – continua – decise pertanto di non giocare, di rinunciare ai mondiali e di non volare in Cile». Una decisione che suscitò scalpore, ma solo per poche ore: «Pinochet stabilì infatti che la partita si sarebbe giocata lo stesso. Anche senza avversari: una pantomima clamorosa solo per dimostrare la potenza del regime». La partita fantasma copriva di ridicolo i calciatori cileni, che avrebbero dovuto partecipare tutti allo sviluppo dell’azione con un tocco di palla. E il compito di depositare la pallone in rete spettava al capitano di quel gruppo: «far segnare Francisco Valdez – precisa Paliotto – non fu casuale. Lui era la bandiera di quella squadra e anche del Colo Colo, ma soprattutto era figlio di operai e militante di sinistra da sempre». Durante lo svolgimento dell’azione, ci fu chi come Carlos Caszely, soprannominato El rey del metro cuadrado, aveva intenzione di scagliare la palla in tribuna come gesto di protesta, ma una volta in campo comprensibilmente desistette dal proposito: «a 23 anni fu uno dei trascinatori del Colo Colo verso la finale di Libertadores – ricorda l’autore di Estadio Nacional – si era apertamente schierato con Allende e Unitad Popular, frequentando parlamentari e segretari del partito. Si rifiutò sempre di stringere la mano a Pinochet e per le sue idee fu costretto ad emigrare in Spagna: prima al Levante e poi all’Espanyol. Assieme alla madre Olga Garrido, a sua volta sequestrata e torturata, fu protagonista della campagna per il NO al referendum che nel 1988 mise fine alla dittatura». La dittatura di Pinochet cambiò la vita di migliaia di cileni, ma influenzò anche il calcio: «il regime agevolò la crescita del livello calcistico soprattutto nelle regioni periferiche. Il caso più evidente – sottolinea Paliotto – fu quello del Cobreloa di La Calama, nella zona desertica di Atacama, capace di vincere in brevissimo tempo il campionato e di giocare due finali (perse) in Libertadores. La giunta agevolò anche il Colo Colo, impegnandosi in particolare a rifinire l’Estadio Monumental nel quartiere di Macul, mentre attuò una dura repressione nei confronti dell’Universidad de Chile: Pinochet decise infatti di scollare la gestione tecnica del club dai vertici dell’ateneo, ovvero l’ambiente in cui le idee marxiste avevano trovato maggiore diffusione. E non è un caso – prosegue – che la U abbia vissuto sotto la dittatura il suo periodo sportivo peggiore: 25 anni senza vincere un titolo e addirittura retrocessione in Segunda Division. Eppure – conclude – la rivalità del Superclasico cileno non si ripropose in campo politico. Nel 1986, infatti, durante un derby proprio all’Estadio Nacional, oltre 76 mila persone, contemporaneamente e da entrambe le curve, si unirono in un unico coro: Ya va a caer». Cadrà. Sarebbe successo 2 anni dopo. Troppo tardi.
Per contro il 1973 fu un anno ricco di avvenimenti per il calcio cileno: il Colo Colo, trascinato dai gol di Caszely e Valdez, raggiunse la finale di Coppa Libertadores, mentre la nazionale avrebbe spareggiato contro l’Urss per partecipare ai mondiali dell’anno successivo: 26 settembre l’andata a Mosca, l’11 novembre il ritorno a Santiago. E proprio nelle stesse ore in cui la Roja volava verso l’Unione Sovietica, Pinochet con l’ausilio dei caccia americani bombardava La Moneda: «il Cile riuscì a pareggiare zero a zero – precisa Paliotto – anche grazie alle parate di Vallejos. Tutto si sarebbe giocato a Santiago. Ma la Russia, che con Allende intratteneva ottimi rapporti, si rifiutò di legittimare il governo golpista. La giunta, d’altro canto, come massimo della provocazione decise di far giocare il ritorno all’Estadio Nacional, proprio là dove migliaia di cileni erano stati detenuti, torturati e uccisi. La federazione sovietica – continua – decise pertanto di non giocare, di rinunciare ai mondiali e di non volare in Cile». Una decisione che suscitò scalpore, ma solo per poche ore: «Pinochet stabilì infatti che la partita si sarebbe giocata lo stesso. Anche senza avversari: una pantomima clamorosa solo per dimostrare la potenza del regime». La partita fantasma copriva di ridicolo i calciatori cileni, che avrebbero dovuto partecipare tutti allo sviluppo dell’azione con un tocco di palla. E il compito di depositare la pallone in rete spettava al capitano di quel gruppo: «far segnare Francisco Valdez – precisa Paliotto – non fu casuale. Lui era la bandiera di quella squadra e anche del Colo Colo, ma soprattutto era figlio di operai e militante di sinistra da sempre». Durante lo svolgimento dell’azione, ci fu chi come Carlos Caszely, soprannominato El rey del metro cuadrado, aveva intenzione di scagliare la palla in tribuna come gesto di protesta, ma una volta in campo comprensibilmente desistette dal proposito: «a 23 anni fu uno dei trascinatori del Colo Colo verso la finale di Libertadores – ricorda l’autore di Estadio Nacional – si era apertamente schierato con Allende e Unitad Popular, frequentando parlamentari e segretari del partito. Si rifiutò sempre di stringere la mano a Pinochet e per le sue idee fu costretto ad emigrare in Spagna: prima al Levante e poi all’Espanyol. Assieme alla madre Olga Garrido, a sua volta sequestrata e torturata, fu protagonista della campagna per il NO al referendum che nel 1988 mise fine alla dittatura». La dittatura di Pinochet cambiò la vita di migliaia di cileni, ma influenzò anche il calcio: «il regime agevolò la crescita del livello calcistico soprattutto nelle regioni periferiche. Il caso più evidente – sottolinea Paliotto – fu quello del Cobreloa di La Calama, nella zona desertica di Atacama, capace di vincere in brevissimo tempo il campionato e di giocare due finali (perse) in Libertadores. La giunta agevolò anche il Colo Colo, impegnandosi in particolare a rifinire l’Estadio Monumental nel quartiere di Macul, mentre attuò una dura repressione nei confronti dell’Universidad de Chile: Pinochet decise infatti di scollare la gestione tecnica del club dai vertici dell’ateneo, ovvero l’ambiente in cui le idee marxiste avevano trovato maggiore diffusione. E non è un caso – prosegue – che la U abbia vissuto sotto la dittatura il suo periodo sportivo peggiore: 25 anni senza vincere un titolo e addirittura retrocessione in Segunda Division. Eppure – conclude – la rivalità del Superclasico cileno non si ripropose in campo politico. Nel 1986, infatti, durante un derby proprio all’Estadio Nacional, oltre 76 mila persone, contemporaneamente e da entrambe le curve, si unirono in un unico coro: Ya va a caer». Cadrà. Sarebbe successo 2 anni dopo. Troppo tardi.
http://www.pagina2cento.it/2015/10/01/il-gol-piu-triste/
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