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martedì 5 novembre 2019

DDR, la guerra fredda del football

Lo sport nella DDR costituiva un parametro imprescindibile per stabilire la superiorità del socialismo reale nei confronti del capitalismo. I successi riportati in campo sportivo erano tra i maggiori motivi di vanto del credo politico della Germania Est ed anche il calcio occupò un posto peculiare in quelle priorità prestabilite. Trionfare ai danni delle squadre dell’ovest era un risultato a cui le istituzioni tenevano moltissimo, e che anzi lavoravano ai fini del raggiungimento di quei successi stessi. Vincere poi contro le formazioni della Germania Ovest aveva un significato politico e sociale ancora maggiore. Era la guerra fredda del football, che avrebbe occupato un ruolo di non poco conto nella delicata fase storica delle due Germanie.

http://www.urbone.eu/obchod/ddr-la-guerra-fredda-del-football 

venerdì 2 giugno 2017

Lipsia, dal calcio comunista a quello del franchising

di Vincenzo Paliotto
Il retaggio comunista. Non a caso e senza troppa enfasi Lipsia viene definita una delle culle del calcio tedesco. Del resto nel 1903 proprio l’undici locale vinse il primo campionato teutonico della storia, battendo in finale ad Amburgo con un sonoro 7-2 il DFC Prag e dando seguito poi a quel successo con altri due titoli nazionali conseguiti nel 1906 e nel 1913. Mentre la prima ed unica DFB Pokal giunse nel 1936, ma con una vittoria epocale per 2-1 di fronte al fortissimo Schalke 04 e dinanzi ad oltre 70.000 spettatori all’Olympiastadion di Berlino. Il Vfb Lipsia e la città avevano un ruolo pressoché predominante nel calcio tedesco. Eppure, malgrado tutto, qualcosa  in questo vasto angolo di Germania  è quasi costretto a cambiare dal punto di vista dell’identity calcistica, anche se il cambiamento in questo caso scaturisce da una vera e propria imposizione commerciale. Quella della Red Bull, per intenderci, che con i soldi ed il potere vuole schiacciare, o quantomeno prova a farlo, la vera identità calcistica della città, ad appannaggio da sempre della Lokomotive e del Chemie e forse più lontanamente della Rot Stern, un club minore. Dopo il passaggio sotto le insegne governative della DDR, l’identità calcistica della città venne difesa dalla Lokomotive Lipsia, che prese l’eredità del Vfb Leipzig e che nella gerarchie del regime comunista doveva essere la squadra più forte della città, e la Chemie Lipsia, invece la squadra minore che aveva ereditato la storia del Britannia nato nel 1899, ma forse inconsapevolmente più vicina alle ragioni del popolo. In realtà i gialloblu della Lokomotive non vinsero mai il titolo della Oberliga, pur sfiorandolo più volte, accontentandosi però di vincere 4 volte la coppa nazionale e di arrivare ad una finale di Coppa delle Coppe nel 1987, poi persa contro l’Ajax. Tuttavia, la Lokomotive Lipsia era a sua volta una delle vittime preferite degli equilibri del potere. La Dynamo Berlino ed Erich Mielke, il capo della Stasi che presiedeva anche la squadra di calcio più odiata, gli strapparono un titolo già quasi vinto nel 1986, con quello che venne definito “il rigore della vergogna”. Un rigore fischiato in favore della Dynamo proprio contro la Loko a tempo abbondantemente scaduto dall’arbitro Stumpf, che poi si scoprì essere un agente della stessa Stasi e quindi influenzato da Mielke. Quelli del Chemie invece il campionato lo vinsero e pure in due occasioni, nel 1951 e nel 1964, scatenando anche un clamoroso sussulto nella storia. Il secondo titolo, infatti, destò uno scalpore autentico, in quanto fu raggiunto dai biancoverdi, che sconfissero i rivali cittadini della Lokomotive mettendo praticamente in campo gli scarti degli avversari stessi.
I nuovi padroni della Red Bull. Ad ogni modo, da qualche anno l’identità calcistica di Lipsia stenta a ritrovarsi, ma non è scomparsa del tutto. La Lokomotive ed il Chemie sono malinconicamente confinate nelle divisioni inferiori della Sassonia, mentre alla ribalta sono salite in tutta fretta le insegne del calcio-franchising della Red Bull, che ha impiantato in città una propria sede calcistica. Anche se il trasloco nella città tedesca non è stato facile come i soldi a disposizione della Red Bull avrebbero potuto far credere. Il colosso taurino avrebbe in un primo momento  voluto accamparsi a Dresda, rilevando la Dynamo, scontrandosi però con la volontà di una tifoseria irrequieta e da sempre vicina alle tradizioni del club, che non ne ha permesso la trasformazione in franchising. Quindi successivamente avrebbe voluto comprare la tradizione del Chemie, ricevendo però in tal proposito il secco ed anche scomposto rifiuto della stessa tifoseria biancoverde. Tuttavia, i soldi da investire di Mateschitz, il capo della Red Bull, avrebbero poi trovato terreno fertile nelle vicinanze di Lipsia e precisamente a Markettstadt per comprare il titolo della sconosciuta formazione locale e trasferirlo quindi nella maggiore città della Sassonia. I vertici della DFB non furono proprio entusiasti dell’idea, ma nel tempo, dopo il 2006, si sarebbero convinti di accettare il calcio in franchising propinato dalla Red Bull. Per aggirare i regolamenti federali la squadra si sarebbe chiamata Rasen Ball Leipzig e che quindi avrebbe conservato l’acronimo di RB, mentre i colori sociali furono inevitabilmente biancorossi così come pure lo stadio si sarebbe chiamato Red Bull Arena, facendo inorridire quanti nel 1953 lo avevano battezzato Zentralstadion, un impianto in cui furono trascorse tante belle storie e tante belle notti del calcio europeo.
I numeri di quello che fu lo Zentralstadion. Non è più tanto facile decifrare l’identità calcistica di Lipsia al momento. La RB Leipzig, dopo essere stata in testa alla Zweite Bundesliga, ha guadagnato lo storico approdo nella massima divisione. Una mazzata tremenda da digerire per gli idealisti e puristi del calcio teutonico. La media-spettatori è aumentata fino a poco oltre le 20.000 unità, ma la squadra non ha fatto proprio breccia nella città. Oltretutto è la più odiata del calcio tedesco, tanto da indurre un bel numero di tifoserie a schierarsi nel fronte anti-Red Bull. Uno schieramento di non poco conto anche per la sicurezza totale del sistema calcistico tedesco. Del resto la tradizione appartenuta sia alla Lokomotive che al Chemie è enorme. Nel 2004 un nutrito gruppo di tifosi ha rifondato la Lokomotive ripartendo dall’11esima divisione nazionale. Al suo esordio 12.421 spettatori hanno assistito alla sfida contro l’Eintracht Grossdeuben. Un fatto eccezionale. Ma in tanti ci tengono a sottolineare che allo Zentralstadion nel 1987 per la semifinale di Coppa delle Coppe contro il Bordeaux erano in 100.000 e lo stadio era una bolgia così come lo fu al tempo contro l’Ipswich Town nel ’74 ed in tante innumerevoli sfide continentali, dove la Loko ha incrociato le proprie ambizioni con Barca, Napoli, Torino, Tottenham Hotspur, Benfica. Cioè quanto di meglio il gotha del calcio europeo ha saputo esprimere in ogni sua epoca calcistica.
 Tuttavia, qualcosa nello scenario globale della città  è cambiato sotto il profilo calcistico. La storia e la tradizione battezzano inevitabilmente la Lokomotive e la Chemie come i portacolori della città, ma intanto il blasone quasi inevitabilmente sembra voglia andare a premiare quelli della Red Bull, che nessuno vuole ma che invece saranno l’incomodo ed indesiderato ospite non solo di turno del calcio tedesco. Una storia del resto già vista in Austria e negli Stati Uniti e che qualcuno prevede in prospettiva anche in altri paesi a forte tradizione calcistica. Ce la farà la Germania a resistere all’assalto del calcio-franchising? In un paese in cui peraltro la tradizione ed il blasone non mancano? Molto dipenderà dai soldi della Red Bull, ma non solo. Intanto Lipsia ha in qualche modo reagito alla liofilizzazione cittadina della RB. La media degli spettatori per il nuovo club taurino ha subito un’oscillazione improvvisa e tangibile dal 2010/11 alla stagione del 2015/16, passando dai 4.206 del primo anno ai 25.025. E probabilmente con la promozione in Bundesliga sarà ancora di più incrementata. Insomma un incremento sensibile, che nei numeri e nelle prospettive si pone in netto contrasto con l’ostracismo nei confronti dei biancorossi che si respira e non a caso in tutta la Germania. Anche perché il numero degli spettatori rimane un dato tutt’altro che da trascurare. Del resto quelli della Red Bull hanno cambiato anche il nome a quella splendida creatura dello Zentralstadion, trasformandolo in un più consumistico e moderno Red Bull Arena, ma in questo caso in Germania sono rimasti con l’amaro in bocca un po’ tutti.

 Difficile dirlo o prevederlo, ma l’identity calcistica di Lipsia ha cambiato almeno esteriormente i propri connotati, anche se nell’anima della città c’è chi resiste con ardore. Del resto è pur vero che i giocatori, gli allenatori e i presidenti da sempre nel corso della storia cambiano e forse anche determinate tipologie di squadre, ma le istituzioni dei club storici quelli no, difficilmente cambieranno e passeranno mai di moda. 

venerdì 12 maggio 2017

Storie e leggende della FA Cup

STORIE E LEGGENDE DELLA FA CUP

Vincenzo Paliotto 
Prefazione Simone Galeotti
La FA Cup è la competizione calcistica più antica del mondo e già questo basta probabilmente per caricare questa manifestazione di tutto il fascino possible. Ad ogni modo, ripercorrerne la storia, le leggende e le imprese è eccezionalmente emozionante soprattutto passando attraverso i suoi aneddoti, le storie improbabili ed in particolar modo i giant killing, che rendono la Coppa d’Inghilterra unica ed inarrivabile. La FA Cup costituisce l’essenza del calcio e degli amanti di un football che forse non c’è più e che stenta anche a sopravvivere, ma che in questa Coppa miracolosamente ancora esiste.

giovedì 7 luglio 2016

15 aprile 1989, la verità sul disastro di Hillsborough


 L'infaticabile Indro Pajaro è arrivato già alla pubblicazione del suo secondo libro. Dopo i Derby in UK, Pajaro ci propone questo interessantissimo libro inchiesta edito da Urbone Publishing. Di grande livello.

Sheffield, stadio di Hillsborough, 15 aprile 1989. Novantasei tifosi del Liverpool muoiono schiacciati e soffocati nel settore Leppings Lanedurante la semifinale di Coppa d’Inghilterra contro il Nottingham Forest. Sei minuti dopo il calcio d’inizio, l’arbitro sospende la partita. Si è appena verificato il maggiore disastro nella storia dello sport britannico.
Le autorità, la stampa e il governo Thatcher addossano immediatamente la responsabilità agli stessi tifosi, vedendo nella furia di hooligan ubriachi e senza biglietto il perfetto capro espiatorio. Ma la realtà dei fatti è ben diversa, destinata a rimanere nascosta per molto tempo da una coltre di accuse infamanti, false verità e depistaggi. A distanza di quasi trent’anni dal disastro che cambiò per sempre il calcio inglese, il libro offre la cronaca di quanto avvenne prima, dopo e durante quel giorno. In maniera emozionale, senza filtri o censure, svelando retroscena e avvalendosi di testimonianze in prima persona per fare piena luce sulla vicenda all’indomani della fine del processo più lungo nella storia legale britannica.

http://www.urbone.eu/obchod/15-aprile-1989-la-verit%C3%A0-sul-disastro-di-hillsborough_1

venerdì 3 giugno 2016

Leicester. Un sogno diventato realtà

 Raccontare le favole non è mai stato facile, ma è sempre stato meravigliosamente bello. E quella del Leicester è una delle favole più belle che il calcio abbia raccontato nell’ultimo decennio. Ripercorrere la stagione trionfale della squadra guidata dal nostro Claudio Ranieri è stato divertente ed emozionante: le prime vittorie, la consapevolezza di poter riuscire a compiere un’impresa epica e quel sogno che, passo dopo passo, si avvicinava sempre più per poi concretizzarsi e regalare un’indimenticabile esplosione di gioia a tutti i tifosi del Leicester e a tutti coloro che, come noi, si sono appassionati alla cavalcata inarrestabile di questa squadra straordinaria. I protagonisti, le partite, le emozioni: ecco la favola del Leicester 2015-2016 racchiusa in un libro che non può mancare nella biblioteca personale di ogni vero appassionato di calcio.

http://www.urbone.eu/obchod/leicester-il-sogno-diventa-realt%C3%B9 

lunedì 2 maggio 2016

Moore than a football club



di Vincenzo Paliotto

 Il West Ham United è un club senza dubbio di grande blasone e di grande seguito non soltanto nel Regno Unito, ma può contare molti adepti e tifosi in tutto il mondo. Del resto i londinesi vengono considerati un po’ come dire un club cult nella cultura calcistica british. Gli hammers non hanno mai vinto il campionato inglese, ma hanno trionfato in FA Cup, forse più nobile dello stesso campionato, ed hanno vinto anche in Europa la Coppa delle Coppe ed in un’altra occasione nella stessa competizione sono arrivati in finale. Oltretutto è l’ultimo club in ordine temporale ad aver vinto la FA Cup, pur militando nella Second Division (la Serie B inglese), nel 1980 battendo l’Arsenal a Wembley.

 Roberto Pivato ci porta in viaggio verso Upton Park e non solo attraverso al magia di questo club e delle sue imprese europee. Una ricostruzione accurata e fedelissima di tutte le partecipazioni e partite europee del club, ma passando per forza di casa anche accanto alle vicende di campionato e di coppa nazionale. Il racconto di Pivato è molto preciso e dettagliato. Del resto l’autore cura in maniera impeccabile anche le pagine di calciofuorimoda.blogspot.com, uno dei migliori blog dedicato al calcio e alla sua materia storica.

 Il libro si concentra sulla storica vittoria del West Ham nella Coppa delle Coppe del 1964, ma poi passa in rassegna tutte le partecipazioni continentali degli hammers, tra numerosi aneddoti e  campioni. Moore than a football club era un titolo in questo caso quasi dovuto. Da sempre o quasi questo slogan campeggiava nei dintorni delle tribune di Upton Park ed era dedicato con un chiaro riferimento a Bobby Moore, forse il giocatore più importante  e carismatico nella storia del club. Vincitore di quella Coppa delle Coppe, ma anche del titolo mondiale nel 1966.

 Il libro esce mentre il West Ham United sta traslocando definitivamente da Upton Park e sta per tornare a giocare nuovamente in Europa. Un racconto storico e non solo che affascina nelle sua varie sfumature.

Il link della casa editrice per ordinare e leggere una parte in anteprima del libro:

http://www.urbone.eu/obchod/moore-than-a-football-club_1

giovedì 7 aprile 2016

La prima volta dell'Irlanda del Nord


di Vincenzo Paliotto (il mio pezzo per il 1° numero di UK Football Stories)

La prima volta. Non era mai capitato che le nazionali di Eire ed Irlanda del Nord si qualificassero insieme per un appuntamento importante a livello internazionale. Del resto, le stesse qualificazioni dell’Irlanda del Nord ad una fase finale della Coppa del Mondo si contano appena sulle dita di una mano, tre in totale e l’ultima delle quali nel 1986. E quindi quella odierna rappresenta oltretutto l’esordio assoluto ad una fase finale degli Europei, che avviene proprio nel 2016 in Francia. Un evento di assoluta importanza e di indubbia sensazione. L’Irlanda del Nord era finita nei bassifondi del ranking non solo europeo, ma mondiale, e questo risultato di prestigio giunge dopo una lunga serie di risultati mortificanti. Ma l’undici di Belfast guadagna un traguardo di assoluto prestigio e in buona parte inatteso.

Il miracolo di Bingham. L’Irlanda del Nord nella Coppa Europa non è andata mai molto lontano. Nel 1980 nel girone di qualificazione incrociò proprio l’Eire, pareggiando a reti inviolate a Dublino e vincendo in casa di misura con gol di Armstrong. Ma nel girone la squadra di Bingham giunse seconda alle spalle dell’Inghilterra. Fu proprio quel girone di qualificazione, sotto la guida di Danny Blanchflower, il viatico importante per la squadra migliore nella storia del calcio nordirlandese.  Nel 1982, infatti, la Green and White Army approdò alla fase finale del Mundial spagnolo, bissando una partecipazione iridata dopo quella ottenuta nel ‘58. L’Irlanda del Nord ebbe la meglio in un girone non facile ai danni del Portogallo e della Svezia, passando insieme ai cugini scozzesi. Decisiva fu una vittoria ottenuta in casa di misura contro Israele. Ed anche il suo viaggio in Spagna non fu di poco conto. Inserita nel raggruppamento della Spagna, l’Irlanda del Nord ottenne il passaggio del turno, battendo proprio gli iberici padroni di casa con gol ancora una volta di Gerry Armstrong, il baffuto attaccante del Watford. La squadra di Bingham si segnalò oltretutto per i buoni giocatori messi in mostra dal già noto Pat Jennings a Martin e Jimmy O’Neill, ad Armstrong ed Hamilton, McIlroy e soprattutto il 17enne Norman Whiteside, fresco e pimpante talento del Manchester United, rivelazione del torneo. Whiteside aveva nelle gambe pochi minuti di gioco nelle file del Manchester United, ma Bingham lo gettò in campo da titolare contro la Jugoslavia, non tradendo le attese e diventando il più giovane ad esordire ad un Mondiale. Più giovane dello stesso Pelè. Poi arrivò la sconfitta contro la Francia ed un pareggio contro l’Austria, ma i nordirlandesi avevano già fatto tantissimo. Così come del resto accadde quattro anni più tardi, nel momento in cui Bingham riuscì a portare quella squadra anche in Messico. Il punto decisivo arrivò addirittura a Wembley contro l’Inghilterra, match che passò alle cronache per le parate strepitose del veterano Pat Jennings, che difendeva anche i pali del Tottenham Hotpsur. Nella partita precedente a Bucarest il punto decisivo fu questa volta ad opera di Whiteside.

 Da un Mundial all’altro, tuttavia, l’Irlanda del Nord di quel mago che era Bingham sfiorò anche la qualificazione ad Euro 1984, prendendosi il lusso di battere addirittura in trasferta la Germania Ovest vice-Campione del Mondo. Anche questa volta un gol di Whiteside firmò la grande impresa. Ma la delusione arrivò poi proprio sul filo di lana e la qualificazione non arrivò in virtù di un inopinato pareggio al cospetto della debole Turchia.   Inoltre due successi in pochi anni giunsero nell’ambito Home Championship nel 1980 e nell’84, tra l’altro quest’ultimo avrebbe rappresentato anche l’ultima edizione di questo torneo che aveva debuttato nel 1883. Nell’80 la squadra di Bingham battè 1-0 la Scozia (rete di Hamilton), impattò 1-1 a Wembley (gol di Cochrane) e quindi espugnò Cardiff con rete di Noel Brotehrston, centrocampista del Blackburn Rovers. Nel 1984, nonostante la sconfitta di misura a Wembley, risultò decisiva una vittoria con lo scarto di due reti a Belfast contro la Scozia in virtù delle segnature di Whiteside e di McIlroy. Peccato che poi quel torneo non si fosse più disputato, in quanto andava ad intasare un calendario già ricchissimo di impegni.

L’anima cattolica di Michael O’Neill. Nato a Portadown il 5 luglio del 1969, Michael O’Neill è il nome nuovo del calcio nordirlandese. Nuovo soprattutto sotto il profilo delle imprese, in quanto quando nel 2011 fu nominato selezionatore della nazionale, la squadra dell’Ulster era messa veramente male. Rare le vittorie ed addirittura utopiche le possibilità di mettersi in corsa per la qualificazione ad un Europeo o un Mondiale.  Ma l’8 ottobre del 2015, battendo per 3-1 la Grecia a Belfast, O’Neill e la sua squadra hanno coronato un sogno quasi impensabile, qualificandosi per gli Europei di Francia.

 O’Neill ha debuttato con la maglia del Coleraine, ma poi ha indossato le casacche di Newcastle United, Dundee United, Hibernian Edimburgo, Coventry City, Aberdeen, Reading, Wigan Athletic, St. Johnstone Perth, Clydebank, Glentoran e Ayr United, non dopo un’esperienza negli States a Portland. Ma nella sua carriera di centrocampista ha giocato anche 31 volte con 4 gol nella nazionale maggiore. La sua carriera di manager è cominciata poi in Scozia con il Brechin City nel 2006 fino al 2008, quindi sulla panchina dello Shamrock Rovers tra il 2009 ed il 2011 ha vinto due campionati e la Setanta Cup nel 2011, mentre in Europa League nello stesso raggiunse la fase a giorni dopo aver eliminato il Partizan Belgrado. La sua esperienza guadagnata sul campo è stata vastissima, così come in panchina, ma alle cronache è balzata soprattutto la sua anima cattolica, che a Belfast rappresenta da sempre una questione mai sopita del tutto.

Lafferty, genio e sregolatezza e gli altri protagonisti. Il merito di O’Neill è stato senza dubbio quello di assemblare una squadra senza stelle particolari, ma che sposassero la causa imprescindibile dell’Irlanda del Nord. Su tutti si è esaltato Kyle Lafferty, che nel 2013/14 ha giocato anche per un anno in Serie B con il Palermo, lasciando un ottimo ricordo. Poi è transitato in Inghilterra nel Norwich City ed attualmente difende i colori del Caykur Rizespor nella Super Lig turca. Ha segnato 16 volte in Nazionale ed ha giocato anche a Glasgow nei Rangers. Tra i pali fa ancora breccia il 38enne del Notts County Roy Carroll, che ha difeso tra le altre i pali del Manchester United e dell’Olympiakos Pireo. Il pacchetto arretrato si regge soprattutto sulle prestazioni di Chris Baird del Derby County e Shane Ferguson del Millwall, appoggiati dal duo del West Bromwich Albion composto da MacAuley e Jonny Evans, quest’ultimo svezzato nel Manchester United. McAuley, invece, ha giocato lungamente in patria con il Linfiled, il Crusaders ed il Coleraine, fino al suo sbarco nel piccolo Lincoln City, da dove ha guadagnato consensi per poi misurarsi nel Leicester City, nell’Ipswich Town e nel WBA.  E non dimentichiamoci di Cathcart del Watford. A centrocampo c’è poi il capitano Steven Davies, che milita nel Southampton. Con 78 presenze per lui una buonissima carriera a livello di club con Aston Villa, Fulham e soprattutto Rangers Glasgow. Nella zona nevralgica del campo troverà spazio anche Aaron Hughes, che è andato a giocare in Australia con i Melbourne City. Con 96 presenze Hughes vuole attaccare il primato assoluto che appartiene al mitico Jennings con ben 119 gettoni. A centrocampo trovano spazio anche Corry Evans e Chris Brunt, un altro del WBA, mentre dovrebbe esserci obbligatoriamente anche Paddy McCourt, detto il “DerryPelè”, per le sue eccelse qualità tecniche. La spalla ideale di Lafferty in attacco e Nial McGinn dell’Aberdeen. Lo stesso Lafferty con 16 gol però è molto lontano da David Healy con 36 centri, che nel 2004 siglò uno storico gol che permise all’Irlanda del Nord di battere a Belfast l’Inghilterra. Attenzione poi anche a Ward del Nottingham Forest e a Macgennis del Kilmanrock.

 McGinn e Lafferty hanno cominciato con un gol a testa il loro cammino nelle qualificazioni, espugnando il terreno dell’Ungheria e poi lo stesso Lafferty ha segnato nella vittoriosa trasferta di Atena, questa volta supportato da Ward. Dopo la sconfitta rimediata a Bucarest contro la Romania, poi proprio lo stesso Lafferty ha segnato un gol decisivo a Belfast contro l’Ungheria, che si era portata in vantaggio.

 Arriverà in Francia con grande entusiasmo la squadra di Michael O’Neill, nella prospettiva di fare quanto meglio sapere possibile per la Green and White Army e per la storia. Certe imprese a Belfast e dintorni non si dimenticano.

mercoledì 30 marzo 2016

il nuovo concorso letterario della Urbone Publishing


La casa editrice Gianluca Iuorio, Urbone Publishing organizza il secondo premio letterario "Professione Bomber”. Il premio è rivolto a tutti, esordienti e non. Ogni autore potrà partecipare con un’opera inedita, originale e in lingua italiana. Il premio "Professione Bomber” prevede una sezione unica: - Racconto (min. 10.000, max 15.000 battute).
Ogni autore potrà inviare una sola opera assolutamente inedita. Il racconto dovrà parlare di un singolo giocatore, un attaccante che ha fatto la storia di un club che ha militato o milita nel calcio professionistico, dalla serie A alla Lega Pro, quella che una volta si chiamava serie C. Una storia che ovviamente non è fatta soltanto dal numero delle reti segnate ma anche dall'attaccamento ai colori sociali e alla città in questione.
La partecipazione non richiede alcuna quota di iscrizione.
Note stilistiche
Gli elaborati dovranno avere: - il limite minimo di 10.000 (diecimila) e il limite massimo di 15.000 (quindicimila) battute di lunghezza. - un titolo ed eventualmente un sottotitolo. - potranno anche avere un esergo, ma non una dedica.
Le migliori opere verranno scelte dall’editore e sottoposte al giudizio della giuria, formata da blogger e appassionati di calcio. Tramite una votazione la giuria stabilirà i vincitori. Le migliori 15 opere verranno pubblicate in una raccolta che verrà commercializzata dall’editore e gli autori saranno premiati con un "contratto di edizione".
Scadenza e modalità d’invio
Il termine di scadenza è il 10/06/2016. Tutti gli elaborati dovranno pervenire, come allegati entro tale scadenza, all’indirizzo mail: concorsiletterari@urbone.eu
Il file dovrà essere obbligatoriamente un .doc o .docx. e pdf L’oggetto della mail dovrà essere “Professione Bomber”.
Il corpo della mail dovrà contenere, unitamente agli elaborati, una breve biografia dell’autore (max. 500 battute) in cui saranno specificati anche i dati anagrafici ovvero Nome, Cognome, Età, Luogo di nascita, contatto telefonico e relativa auto certificazione di originalità nella forma “Dichiaro che il romanzo contenuto nel file allegato alla presente mail è di mia creazione e inedito”.
Termini generali
- Urbone Publishing declina ogni responsabilità per eventuali disguidi durante l’invio del materiale richiesto. Sarà data conferma di ricezione e di corretta espletazione di quanto sopra riportato solo in caso di esplicita richiesta nell’e-mail con cui verranno mandati gli elaborati.
- I dati personali sono tutelati secondo le norme vigenti sulla privacy ai sensi della legge n°101/2000 coll e successive modifiche.
- Qualora non si raggiunga il numero minimo di partecipanti (10), il bando di selezione verrà esteso fino al raggiungimento della quota richiesta.
- Alla conclusione della selezione delle opere inviate, sarà data notizia ufficiale ai finalisti e comunicato successivamente il nome dei vincitori.
- Ogni autore inviando il proprio elaborato ne cede di fatto i diritti alla casa editrice. Sono vietate dunque anche future pubblicazioni, durante e dopo la fine del concorso.
- La pubblicazione del proprio lavoro non obbliga l’autore all’acquisto delle copie del volume in questione (che potrà essere acquistato comunque, successivamente, presso il sito dello stesso Editore o presso i punti indicati nella distribuzione, o presso i siti di vendita online specificati).
- L’autore è pienamente responsabile di qualsiasi infrazione derivante da un impiego troppo superficiale del testo partecipante, in rapporto alla detenzione dei diritti da parte di terzi.
- La giuria si riserva il diritto di non decretare alcun vincitore e di non procedere alla successiva pubblicazione se non valuterà positivamente alcuna opera tra quelle inviate.
- L’operato del curatore è inappellabile e insindacabile.
- La partecipazione alla selezione implica l’incondizionata accettazione del presente regolamento in tutti i suoi punti.

 

martedì 16 febbraio 2016

UK Football Stories


 
UK Football Stories si presenta indiscutibilmente come tra le maggiori novità editoriali nell’ambito calcistico di questo ultimo periodo. L’editore emergente Urbone Publishing specializzato in pubblicazioni di carattere calcistico, infatti, ha pensato bene e quindi pubblicato una rivista interamente dedicata al calcio britannico in lingua italiana per soddisfare quanti nel nostro paese amano, seguono quotidianamente e giustamente venerano il calcio d’oltremanica. La rivista che esce nel primo numero con 144 ricchissime pagine affronta argomenti di vario tipo, spaziando dal calcio attuale a quello vintage, che tanto fa impazzire gli appassionati. Platania, Felici, Girola, Paliotto, Lacerenza, Pajaro, Mazzetti, Tuttobene, Acerbis, Galleri, Savarese, Maisani, Galeotti, Cappelli e Scibona ci portano nel fantastico mondo del calcio britannico. Nel N.1 troverete:

INDICE:
- Introduzione
- FACE to FACE : Mourinho vs Wenger di Giuseppe Platania
- Bobby Moore, Il piglio del tackledi Vincenzo Felici
- La tragedia di Monaco! di Simone Galeotti
- IL DERBY DI GLASGOW di Ale8ssandro Girola
- The Cup was let out of England: la favola del Cardiff di Vincenzo Lacerenza
- Intervista a Roberto Gotta di Indro Pajaro
- La prima volta dell’Irlanda del Nord di Vincenzo Paliotto
- Leicester, con Ranieri si sogna in grande di Francis McLeac
- L’Ambizione di ripartire, sempre (AFC Bournemouth) di Marco Mazzetti
- Paul Gascoigne di Renato Maisani
- This is Anfield di Emilio Scibona
- Gli anni ‘80 del British Football: trionfi e tragedie tra i diktat della Thatcher di Angelo Tuttobene
- Quando le banane conquistarono gli stadi di Giorgio Acerbis
- Da Londra nord a Gaza di Gianni Galleri
- Il Fenomeno Salford City di Davide Cappelli
- Prodezze e nefandezze anglosassoni in Italia (1 puntata Trevor Francis) di Luca Savarese
- Lo sapevi che?
- book corners

 Ordinabile sul sito www.urbone.eu e su Amazon

 

mercoledì 10 febbraio 2016

Alla faccia del calcio


di Vincenzo Paliotto

Ho provato decisamente emozione a ripercorrere le tappe della carriera e soprattutto i gol di John Aldridge, eroe non dimenticato del Liverpool e della nazionale irlandese, in particolare perché si trascinava dietro racconti piacevolissimi del calcio degli Anni Ottanta e Novanta. Giovanni Fasani e Matteo Maggio sono due blogger di notevole spessore che da tempo si divertono a scrivere racconti di calcio. Racconti dettagliati, belli, che hanno approfondito vari temi con lo spirito degli intenditori. E finalmente questi loro racconti dettagliati e molto documentati sono diventati una realtà, un vero libro edito da Urbone Publishing. Alla faccia del calcio è il titolo del loro volume di 140 pagine che raccoglie 20 racconti provenienti dal calcio degli Anni 80 e 90, un calcio che tanto piaceva e piace a tutti noi. Maggio e Fasani hanno il merito di sviscerare storie belle e straordinarie, spesso immeritatamente dimenticate nelle pagine degli almanacchi e degli annuari della storia del calcio, ma che indirettamente ci fanno riflettere anche sul calcio di oggi.

Da Alex Ferguson al magico Gonzalez. Si parte con il Vecchio Continente, rispolverando Alex Ferguson alla guida del miracoloso Aberdeen, ma anche con il sovietico Alexander Mostovoi, il bulgaro Kostadinov, Robert Prosinecki ed il meraviglioso John Aldridge, un irlandese goleador con il Liverpool e che fu anche il primo straniero ad andare a giocare a San Sebastian in Spagna con la maglia della Real Sociedad, che aveva scelto al via autarchica come l’Athletic Bilbao.  Il viaggio poi prosegue attraverso le Americhe con el magico Gonzalez, mirabolante calciatore salvadoregno, che fece miracoli calcistici a Cadice e che portò l’El Salvador ai Mondiali del 1982 in Spagna. Poi ci sono anche Branco ed  Ardiles e un ritratto inedito del Canada che andò ai Mondiali del Messico nel 1986, una nazionale che clamorosamente non poteva attingere risorse umane neanche da un campionato nazionale vero e proprio.

Un altro Zidane. Ad ogni modo, probabilmente la parte più succosa ed inedita del libro rimanda alle pagine dedicate al calcio africano, asiatico e dell’Oceania, rispolverando icone mitiche di un calcio rivelazione che per la prima volta si avvicinava al grande calcio. Insomma proviamo a rivisitare e rileggere le gesta di Steve Summer, il capitano della Nuova Zelanda in Spagna ’82, oppure il primo “samurai” del calcio europeo e per finire con gli eroi africani di Zambia, Algeria e Camerun. Proprio della nazionale algerina gli autori esaltano le prestazioni della squadra che nel 1982 battè ai Mondiali la Germania Ovest, anche grazie alla forza e alla sagacia tecnica di Djemal Zidane, uno che con un cognome così non ebbe le stesse fortune economiche di Zinedine Zidane, ma che a suo modo firmò una delle più grandi imprese del calcio mondiale.

 Alla faccia del calcio vi piacerà per la sua originalità e per la tenerezza con cui i suoi autori vi riporteranno all’interno di un calcio che purtroppo non c’è più, ma che rimane pur bello da rileggere e se possibile da rivivere. Affascinante anche la copertina realizzata da Stefano De Marchi


Fasani-Maggio, Alla faccia del calcio, 138 pp. 12,00 euro, Urbone Publishing

 

sabato 30 gennaio 2016

Football Fans sul Corriere dello Sport



di Massimo Grilli
Corriere dello Sport, venerdì 29 gennaio 2016 16:34

Facile fare i saputoni sciorinando numeri e curiosità del Clasico di Spagna tra Barcellona e Real Madrid oppure della sfida tra i due Manchester. Più difficile mostrarsi davvero informati magari sul derby del Brabante, NAC Breda contro Willem II Tilburg, oppure dimostrare di conoscere l’origine dei “troubles”, cioè dei guai che hanno spesso caratterizzato gli incontri tra Dundalk e Linfield in particolare e più in generale i match in Irlanda. Questo libro è il racconto straordinario e documentatissimo delle rivalità grandi e piccole - e sono i capitoli più gustosi per l’appassionato - che popolano il calcio in Europa. Ci sono i derby, certo, con il loro carico infinito di campanilismo e anche di fanatismo, ma ci sono anche e soprattutto le diversità politiche, i contrasti religiosi (basti pensare all’Old Firm di Glasgow, tra i protestanti Rangers e il Celtic dei cattolici) che rendono certi incontri un autentico terreno minato, dove il confronto tra le squadre e le tifoserie travalica pesantemente il semplice risultato sportivo. E’ un viaggio intrigante e divertente, perché si passa dai campi più sperduti alle grandi arene immortalate dalla televisione e dalle grandi competizioni. Leggendo delle sfide più sentite, dall’Albania all’Inghilterra, da Israele ai campi di casa nostra, dalla Guerra Sacra di Cracovia alle pagine più nere del calcio turco, si coglie in pieno il ruolo sociale che ancora questo sport svolge, nel bene e nel male.
FOOTBALL FANS, di Vincenzo Paliotto; Urbone Publishing, 403 pagine, 16 euro.

http://www.corrieredellosport.it/news/libreria/2016/01/29-7998493/derby_e_rivalita_in_europa_e_la_scienza_dei_numeri_applicata_al_calcio/


sabato 16 gennaio 2016

La barba al palo: Stasi Football Club

La barba al palo A cura di Italo Cucci
 
Il libroCalcio e regime, al di là del Muro
 

di Mimmo Mastrangelo
Lutz Eigendorf nella seconda metà degli anni Settanta fu una stella della Dinamo Berlino e della nazionale della Ddr. A centrocampo metteva ordine e per questo lo chiamavano “il Beckenbauer dell'Est”. Come altri atleti della Germania dell'Est malsopportava l'ingerenza di governanti che si servivano dello sport per la propaganda di regime. Nel 1979, dopo un' amichevole giocata all' Ovest contro il Kaiserslautern, decise di non rientrare più in patria. Approfittò di una sosta e dal pullman della Dinamo saltò in un taxi. Nell'altra Germania venne accolto da rifugiato politico e, scontata la squalifica di un anno, fece ritorno in campo con la maglia del Kaiserlautern. Ma quella fuga e i continui attacchi pubblici che rivolse al governo di Honecker, non gli furono perdonati, gli agenti della Stasi (la polizia segreta della Ddr) lo braccarono senza tregua. La sera del 5 marzo 1983, dopo la partita tra il Bochum e l' Eintracht Braunschweig (dove intanto si era trasferito), Lutz perse la vita, con la sua macchina andò a schiantarsi contro un albero. Nel 2000 il documentario “Morte del traditore” del giornalista Herbert Schwarn farà luce sull'incidente: agenti della Stasi alla fine della partita col Bochum sequestrarono il calciatore e, prima di lasciarlo partire con la sua Alfa Romeo, lo costrinsero ad ingerire forti dosi di alcol e droghe. Erich Mielke, spietato uomo dei servizi segreti e dirigente della Dinamo Berlino, venne ritenuto il mandante dell'azione punitiva sul ventisettenne calciatore. La tragedia di Eigendorf la ritroviamo nelle pagine di Stasi Football club del giornalista campano Vincenzo Paliotto il quale apre una finestra sul calcio giocato al di là del Muro e sulla funzione sociale che ricoprì per diversi decenni, sebbene non fosse uno degli sport su cui la politica rivolse più attenzione per vendere (anche attraverso il doping di Stato) la propria immagine nel mondo. Le pagine di Paliotto raccontano delle vite controllate dei calciatori, la corruzione di arbitri che nella vita lavoravano per i servizi segreti, la rivalità tra la Dinamo Berlino che, grazie alle direzioni di gara favorevoli, vinceva gli scudetti e le altre squadre che con le loro forze non sfiguravano nelle competizioni europee: dal Magdeburgo alla Dinamo Dresda, dal Carl Zeiss Jena al Lokomotive Lipsia. Ma cinquant'anni di calcio “oltrecortina” furono contrassegnati pure da importanti successi internazionali: la Nazionale si assicurò diverse medaglie alle Olimpiadi e nel 1974 il Magdeburgo alzò al cielo la Coppa delle Coppe battendo per 2-0 il Milan di Rivera. Il secondo gol lo realizzò il centrocampista Jurges Sparwasser che nello stesso anno ai Mondiali di Monaco firmò lo storico 1-0 tra la Ddr e i fortissimi cugini dell'Ovest. Con la caduta del Muro, il campionato dell'Oberliga venne archiviato definitivamente, lo stesso destino toccò alla squadra blu della Nazionale. Ultima partita l'amichevole del 1990 col Belgio vinta per 2-0 con doppietta di Matthias Sammer.

Vincenzo Paliotto
Stasi football club
Il calcio al di là del Muro
Urbone Editore. Pagine100. Euro 12,00

http://www.avvenire.it/rubriche/Pagine/La%20barba%20al%20palo/Il%20libroCalcio%20e%20regime%20al%20di%20la%20del%20Muro_20160115.aspx?rubrica=La%20barba%20al%20palo

giovedì 7 gennaio 2016

Storia dell'Inter nelle Coppe Europee

 Non lo scopriamo di certo noi che l’Inter è una delle squadre più prestigiose non solo del calcio italiano, ma anche e soprattutto di quello europeo. Del resto i nerazzurri milanesi nella loro bacheca possono vantare ben 3 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 1 Mondiale per Club e 3 Coppa UEFA. Insomma un palmarès di tutto rispetto che ha fatto anche la storia del calcio.
 Tommaso de Lorenzis per Urbone Publishing in proposito ha scritto questo bellissimo volume: Storia dell’Inter nelle Coppe Europee, che ripropone tutta l’epopea nerazzurra nelle varie manfestazioni internazionali. Il libro di 280 pagine in formato A4 raccoglie tutti i tabellini e le statistiche possibili delle performance nerazzurre in Europa. Oltretutto ogni partita con il suo relativo tabelino è corredata dal commento, che ripercorre le azioni salienti, i gol e gli aneddoti delle tantissime partite dei nerazzurri.
 Il primo tabellino è del 15 luglio del 1930 con l’Ambrosiana Inter corsara a Budapest per 4-2 sul campo dell’Ujpest Dozsa. Poi da quella trasferta magiara in poi tante partite e tante vittorie indimenticabili per il grande club milanese. Dai trionfi con Herrera e Mourinho, passando per quel con Giovanni Trapattoni, Giampiero Marini e Gigi Simoni, in una storia attraversata sia da indelebili trionfi, ma anche da qualche cocente sconfitta.
 Chi ama l’Inter, amerà senza dubbio avere questo libro negli scaffali della propria libreria.
Tomamso De Lorenzis, Storia dell’Inter nelle coppe europee, Urbone Publishing, 2015, 284 pp., 14,00 euro

mercoledì 23 dicembre 2015

Gli 11 libri sportivi da regalare a Natale 2015


La redazione della prestigiosa rete televisiva Eurosport segnala in questo articolo i migliori libri sportivi da regalare nel periodo natalizio. Grande soddisfazione per la segnalazione in tal caso di Stasi Football Club di Vincenzo Paliotto e di Local Derbies in UK di Pajaro e Graino, entrambi editi dalla Urbone Publishing.

 

Dal "Codice Del Piero" a "Herr Pepp", passando per l'inchiesta su Lance Armstrong e l'autobiografia di Paolo Bertolucci: il periodo natalizio non è mai stato così ricco di libri sportivi da regalare ad amici e parenti

 

"Omertà" di Andrew Jennings (Rizzoli)

Un’inchiesta giornalistica di altissimo livello, quella che ha portato all’esplosione dello scandalo FIFA degli ultimi mesi. Un lavoro iniziato più di dieci anni fa dal giornalista inglese Andrew Jennings che, finalmente, è stato premiato dall’inchiesta coordinata dall’FBI a partire proprio dalle informazioni da lui raccolte. Un libro determinante per capire come ha lavorato il governo del calcio internazionale sin dai tempi di Joao Havelange, un testo fondamentale per tutti gli addetti ai lavori e gli appassionati. Con un tocco molto britannico nella scrittura, che aggiunge ironia a un tema altrimenti piuttosto pesante. (Mattia Fontana)

"Stasi Football Club - Il calcio al di là del muro" di Vincenzo Paliotto (Urbone Publishing)

Il calcio al tempo del regime. La DDR ha da sempre considerato centrale il ruolo dello sport all'interno della propria filosofia: atletica leggera e sport olimpici su tutti, ma anche il pallone si è ritagliato una fetta di interesse non indifferente all'interno del regime "al di là del muro". Vincenzo Paliotto, partendo dalla drammatica storia di Lutz Eigendorf, giocatore della Dinamo Berlino (uno dei primi a passare oltre il famoso muro) traccia un profilo di quella che era la dura vita degli sportivi ai tempi della polizia segreta, che tutto vedeva e tutto teneva sotto controllo. Senza lesinare sul doping, altro tema centrale del tempo, e la spasmodica ricerca di una perfezione così lontana dai concetti di sport che noi tutti conosciamo e condividiamo. Da quando il muro è caduto le differenze tra Ovest e Est si stanno elidendo, anche se c'è ancora tanta strada da fare. (Davide Bighiani)

martedì 22 dicembre 2015

Football Fans


Football Fans è uno straordinario tuffo nel calcio europeo attraverso le sue storie, le tradizioni, le rivalità più o meno ataviche e i contrasti religiosi e quelli politici, senza tralasciare i tifosi, che rendono ancora umano in qualche modo il gioco del calcio. Nonostante la sua scriteriata modernizzazione, il calcio continua a rappresentare un legame quasi inscindibile con gli ambienti sociali e della politica ed in particolar modo con la natura del tifo calcistico stesso. Football Fans ha la pretesa non facile di elevare il calcio all’unica forma di sacralità che ancora persiste nel mondo.

Ringraziamenti

 Questo libro non sarebbe potuto essere stato realizzato senza la preziosa collaborazione di amici, giornalisti, blogger e semplici appassionati, che con le loro idee ed il loro imprescindibili suggerimenti hanno conferito qualità di informazioni al volume e ne hanno caldeggiato moralmente la sua realizzazione: Uvil Zajmi (ex-arbitro e giornalista-Albania), Victor Gomez Muniz (blogger- Spagna), Carles Vinyas (giornalista e scrittore-Spagna) Alessandro Colombini, Francesco Pietrella, Lorenzo Pecci, Vincenzo Lacerenza, Roberto Pivato, Nebojsa Jakovliejevic e Bata Stojic (blogger ex-Jugoslavia), Cri Fos e Grigoris Zach (Gate 4 PAOK Salonicco-Grecia), Niklas Wildhagen (giornalista- Germania), Christian Nyari (giornalista- Germania), Frederick Mansell (giornalista-Olanda), Danny O’ Donnell (Shideside Dundalk-EIRE), Enzo Cestaro (preparatore atletico Rep. Ceca e Malta), Gianni Galleri, Simone Galeotti, Vesselin Veselinov (blogger-Bulgaria), Giuseppe Sturiale, Francesco Licordari, Alex Palosanu (scrittore-Romania), Richard Lebowski (giornalista-Germania), Brian Seal (ThisDayInFootballHistory)

 

Autore: Vincenzo Paliotto

Pagine: 403

Prezzo di copertina: 16,00 euro

lunedì 23 novembre 2015

L'Urbone Publishing e Il Fatto Quotidiano

 Gabriella Greison, giornalista e scrittrice romana, il 21 novembre scorso ha parlato all’interno del suo blog Sport e miliardi de Il Fatto Quotidiano delle case editrici emergenti ed in particolare della Urbone Publishing, dando risalto ai libri Stasi Football Club ed Estadio Nacional. Non sono mancati poi i riferimenti agli altri titoli della stessa casa editrice diretta da Gianluca Iuorio.
In questo mare di case editrici che chiudono, di librerie che chiudono, di librai che cambiano lavoro, di scrittori che non trovano pace, di cronisti che non riescono a pubblicare libri-reportage perché le loro proposte sono poco commerciali, ho trovato una fiammella di luce, di speranza. Si tratta di un posto nuovo, giovane e bello, si tratta di una casa editrice che ha dietro menti fresche e brillanti, che si svegliano già con le maniche rimboccate, e si danno da fare per pubblicare cose di livello, di assoluta qualità, e resistono e vivono. Con l’argomento calcio come pretesto, per raccontare altro, per raccontare storie di vita. E’ la Urbone Publishing, con due titoli di spessore, scritti da Vincenzo Paliotto: si tratta di ‘Stasi Football Club’ (un libro che racconta il calcio nella ex-Ddr, al di là del muro di Berlino) e ‘Estadio Nacional’ (con il Cile protagonista, e le sue terre sotto la dittatura militare sanguinosa). Ma ci sono anche “Storie di tifosi dipendenti dai sogni” (di Simone Togna) e ‘Il ragazzo che non giocò la finale’ (di Danilo de Nardis), il primo è un libro sulla passione per il mondo del calcio e sulla capacità dei protagonisti delle trenta storie narrate di aver conseguito quella felicità che pervade il corpo grazie al raggiungimento di un obiettivo che poteva sembrare quasi utopistico per attraversato fisicamente tutto il globo terrestre per poter assistere ad uno specifico match, con l’importanza di essersi aperti al mondo, in angolo della terra. Il secondo con l’isola di Montserrat nel Mar dei Caraibi e l’eruzione del suo vulcano, e la partita di calcio alle pendici dell’Himalaya in concomitanza con la finale dei Campionati del mondo di Corea e Giappone in quel di Yokohama, che deciderà qual è la squadra più debole del ranking Fifa.
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Poi c’è la ‘Herkules Book‘, che ha appena pubblicato la seconda edizione del mio ‘Prossima fermata Highbury’ con al prefazione prestigiosa diDesmond Morris: è una casa editrice appena nata, guardate il loro sito, vedrete di cosa parlo. E infine c’è la ‘HellNation libri‘ che fa parte del marchio Red Star Press, che ha già alcuni titoli molto interessanti all’attivo: tra cui ‘Essere Skinhead‘ (di Ruggero Daleno) e Ultrà (di Valerio Marchi). Se avete nuove case editrici da segnalarmi, luoghi di lettura poco conosciuti, nuovi ritrovi, aspetto vostre indicazioni per andarli ad esplorare. Nel web o reali. Tanto è la stessa cosa…

lunedì 26 ottobre 2015

Football Fans, il nuovo libro è in arrivo

 Grazie ancora una volta a Gianluca Iuorio, editore di Urbone Publishing, è in dirittura d'arrivo Football Fans, il nuovo volume di Vincenzo Paliotto. L'autore, sulle orme di Football Rivalries, ripercorre la tematica dei derby e delle rivalità nel Vecchio Continente, allargando però ovviamente con maggiore ampiezza i contenuti e le prospettive. Football Fans è un libro che parla essenzialmente di calcio, dei suoi miti, delle sue squadre leggendarie, ma soprattutto del suo rapporto con i tifosi. Del resto il calcio senza di loro non esisterebbe.
 Al momento vi anticipiamo la copertina, il volume stesso dovrebbe essere in vendita nel giro al massimo di un paio di settimane.

giovedì 1 ottobre 2015

Il gol più triste


di Francesco Pedemonte (www.pagina2cento.it)

Dopo aver effettuato il sopralluogo all’Estadio Nacional di Santiago nell’ottobre ’73, i commissari Fifa dichiararono di non aver trovato nulla di particolare. Conclusero la loro ispezione con una conferenza stampa, a cui presenziò anche il comandante Patricio Carvajal (investito della presidenza del Ministero della Difesa): «tranquillità totale – dissero – non spaventatevi della campagna dei giornalisti in tutto il mondo contro il Cile. Anche al Brasile è successo la stessa cosa, ma non c’è nulla da preoccuparsi».Purtroppo, però, le mura dello stadio della capitale andina, che fino ad allora avevano visto i trionfi del Colo Colo, dell’Universidad de Chile e della Roja (ai mondiali del ’62), tra l’11 settembre e il 7 novembre 1973 si erano trasformate in un campo di concentramento in cui vennero rinchiusi quasi 15.000 cileni: gli uomini sul campo da gioco e negli spogliatoi, le donne nelle palestre e negli uffici. I commissari Albilio D’Almeida, brasiliano, e Helmut Kaeser, svizzero, non sentirono l’odore dell’urina e della merda, non videro il sangue delle torture. Tutto era stato già ripulito. Eppure, ironia della sorte, tutto era ancora davanti ai loro occhi: il giornalista americano Charles Horman, ad esempio, fu fucilato nello stadio e poi murato nelle sue viscere. Analoga sorte toccò al connazionale Frank Teruggi: entrambi “colpevoli” di aver informato il mondo sulle connivenze tra gli Stati Uniti e il golpe fascista di PinochetVictor Jara, invece, cantautore cileno, fu imprigionato proprio all’Estadio Nacional: arrestato e torturato, i militari gli spezzarono entrambe le mani prima di ucciderlo. Violenze che trovarono legittimazione anche grazie all’atteggiamento passivo del governo del calcio: «la Fifa – dice Vincenzo Paliotto, autore di Estadio Nacional, il gol più triste (ed. Urbone) –  fu complice di molti governi dittatoriali in America Latina. Nel caso del Cile, poi, vale la pena ricordare che, a livello internazionale, era risaputo l’aiuto statunitense alla giunta. E Joao Havelange (che nel ’74 sarebbe diventato presidente della Fifa) godeva dell’appoggio proprio di Kissinger, il segretario di stato americano». Dal 1970 il Cile era guidato da Salvator Allende che, dopo aver vinto democraticamente le elezioni, costituì un governo di natura socialista sotto la spinta del partito Unitad Popular, coalizione di centrosinistra che comprendeva democristiani della sinistra cattolica, fino ai militanti del Partito Comunista Cileno. Il governo adottò velocemente alcuni provvedimenti come la nazionalizzazione delle miniere di rame e la riforma agraria, azioni che incontrarono il consenso popolare, meno quello di multinazionali come la Kennecott United Company e l’Anaconda. Tuttavia, nonostante le interferenze statunitensi nella politica cilena, il consenso di Allende non diminuì e già nel luglio del 1973 i suoi oppositori erano pronti per un golpe militare. Che puntualmente avvenne l’11 settembre.
Per contro il 1973 fu un anno ricco di avvenimenti per il calcio cileno: il Colo Colo, trascinato dai gol di Caszely e Valdez, raggiunse la finale di Coppa Libertadores, mentre la nazionale avrebbe spareggiato contro l’Urss per partecipare ai mondiali dell’anno successivo: 26 settembre l’andata a Mosca, l’11 novembre il ritorno a Santiago. E proprio nelle stesse ore in cui la Roja volava verso l’Unione Sovietica, Pinochet con l’ausilio dei caccia americani bombardava La Moneda: «il Cile riuscì a pareggiare zero a zero – precisa Paliotto – anche grazie alle parate di Vallejos. Tutto si sarebbe giocato a Santiago. Ma la Russia, che con Allende intratteneva ottimi rapporti, si rifiutò di legittimare il governo golpista. La giunta, d’altro canto, come massimo della provocazione decise di far giocare il ritorno all’Estadio Nacional, proprio là dove migliaia di cileni erano stati detenuti, torturati e uccisi. La federazione sovietica – continua – decise pertanto di non giocare, di rinunciare ai mondiali e di non volare in Cile». Una decisione che suscitò scalpore, ma solo per poche ore: «Pinochet stabilì infatti che la partita si sarebbe giocata lo stesso. Anche senza avversari: una pantomima clamorosa solo per dimostrare la potenza del regime». La partita fantasma copriva di ridicolo i calciatori cileni, che avrebbero dovuto partecipare tutti allo sviluppo dell’azione con un tocco di palla. E il compito di depositare la pallone in rete spettava al capitano di quel gruppo: «far segnare Francisco Valdez – precisa Paliotto – non fu casuale. Lui era la bandiera di quella squadra e anche del Colo Colo, ma soprattutto era figlio di operai e militante di sinistra da sempre». Durante lo svolgimento dell’azione, ci fu chi come Carlos Caszely, soprannominato El rey del metro cuadrado, aveva intenzione di scagliare la palla in tribuna come gesto di protesta, ma una volta in campo comprensibilmente desistette dal proposito: «a 23 anni fu uno dei trascinatori del Colo Colo verso la finale di Libertadores – ricorda l’autore di Estadio Nacional – si era apertamente schierato con Allende e Unitad Popular, frequentando parlamentari e segretari del partito. Si rifiutò sempre di stringere la mano a Pinochet e per le sue idee fu costretto ad emigrare in Spagna: prima al Levante e poi all’Espanyol. Assieme alla madre Olga Garrido, a sua volta sequestrata e torturata, fu protagonista della campagna per il NO al referendum che nel 1988 mise fine alla dittatura». La dittatura di Pinochet cambiò la vita di migliaia di cileni, ma influenzò anche il calcio: «il regime agevolò la crescita del livello calcistico soprattutto nelle regioni periferiche. Il caso più evidente – sottolinea Paliotto – fu quello del Cobreloa di La Calama, nella zona desertica di Atacama, capace di vincere in brevissimo tempo il campionato e di giocare due finali (perse) in Libertadores. La giunta agevolò anche il Colo Colo, impegnandosi in particolare a rifinire l’Estadio Monumental nel quartiere di Macul, mentre attuò una dura repressione nei confronti dell’Universidad de Chile: Pinochet decise infatti di scollare la gestione tecnica del club dai vertici dell’ateneo, ovvero l’ambiente in cui le idee marxiste avevano trovato maggiore diffusione. E non è un caso – prosegue – che la U abbia vissuto sotto la dittatura il suo periodo sportivo peggiore: 25 anni senza vincere un titolo e addirittura retrocessione in Segunda Division. Eppure – conclude – la rivalità del Superclasico cileno non si ripropose in campo politico. Nel 1986, infatti, durante un derby proprio all’Estadio Nacional, oltre 76 mila persone, contemporaneamente e da entrambe le curve, si unirono in un unico coro: Ya va a caer». Cadrà. Sarebbe successo 2 anni dopo. Troppo tardi.

http://www.pagina2cento.it/2015/10/01/il-gol-piu-triste/