lunedì 28 aprile 2014

Il Top11 della Danimarca di sempre- 2a parte


LA FAMIGLIA LAUDRUP

Schermo avanti la difesa è il mancino SØREN LERBY, professione mediano, terrificante cocktail di determinatezza, orgoglio e talento. L’Ajax lo prese a diciassette anni e in sette stagioni vinse cinque Campionati, attirando su di sé l’interesse del Bayern Monaco che cercava un sostituto per Breitner. In Baviera vinse due Campionati e due Coppe di Germania. Chiuse la carriera al PSV, non prima d’aver vinto altri due Campionati e la Coppa dei Campioni del 1988. Leader carismatico, giocava per la squadra ma soprattutto per la vittoria, con i calzini arrotolati e senza parastichi. Il calcio gli scorreva nel sangue, lo dimostrò nel novembre del 1985 quando giocò due partite nella stessa giornata, prima con la Nazionale contro l’Irlanda e poi la semifinale di Coppa di Germania contro il Bochum. Aveva corsa, visione di gioco, un sinistro chirurgico nei passaggi brevi e devastante nel tiro da fuori. In Nazionale giocò 67 partite dimostrando di essere uno dei cardini del gioco della “Danish Dynamite”.

Quattro i centrocampisti offensivi. Sulla destra le magie del folletto ALLAN SIMONSEN. Ala destra rapida e sgusciante vero e proprio incubo per i difensori avversari che ubriacava in dribbling malandrini prima di liberarsi per puntare a rete oppure lanciarsi verso il fondo per il cross. Al momento del trasferimento in Germania a vent’anni, era già un perno della Nazionale e aveva vinto due Campionati ed una Coppa Nazionale. Dopo un anno di assestamento il suo talento esplose al Borussia Mönchengladbach, dove in sette anni vinse tre Campionati, una Coppa di Germania e due Coppe UEFA. In quella del ’75 segnò una doppietta nella finale di ritorno col Twente, nel ’79, invece, segnò il gol decisivo contro la Stella Rossa. A dispetto dei 76 gol in 178 partite di Bundesliga era l’Europa il suo palcoscenico preferito. Nel 1977 vinse il Pallone d’Oro, nonostante la finale di Coppa dei Campioni persa contro il Liverpool. Lo prese il Barcellona e in Catalogna vinse una Coppa del Re e la Coppa delle Coppe del 1982, mettendo ancora una volta la sua firma nel tabellino marcatori della finale. In Nazionale visse l’epoca d’oro della “Danish Dynamite”, giocando gli Europei del 1984, dove però poté contribuire ben poco causa della rottura della tibia, e i Mondiali del 1986. Interno destro BRIAN LAUDRUP, fratellino di Michael. Il trascinatore della Danimarca, di cui era un punto di forza imprescindibile, nella fantastica galoppata degli Europei del 1992. Tecnica sopraffina come quella del fratello del resto, rispetto al quale, però, aveva più spiccate caratteristiche offensive. Quando in giornata, palla la piede era inarrestabile. Quattro volte miglior giocatore danese (un record). In Italia Fiorentina e Milan non gli dettero il tempo giusto per ambientarsi e così, nonostante le indiscutibili qualità tecniche, il carattere fragile ne limitò le potenzialità. Dette il meglio di sé ai Glasgow Rangers, dove divenne una vera leggenda. Nel ruolo di interno sinistro tutta la classe, l’eleganza e la visione di gioco di MICHAEL LAUDRUP, la vera superstar del calcio danese. Tocco morbido, gran dribbling, palla incollata al piede. Lo prese la Juve e dopo due anni di apprendistato alla Lazio, il timido ed introverso anatroccolo diventò un sontuoso ed elegante cigno. A Torino visse una stagione d’esordio entusiasmante, vincendo lo Scudetto e la Coppa Intercontinentale con una sua rete ad altissimo coefficiente di difficoltà. Nel pieno della maturità passò al Barcellona, dove visse quattro Campionati di fila e la prima Coppa dei Campioni dei blaugrana, mettendo in mostra il meglio del suo repertorio, fatto di eleganti giocate, tocchi morbidi e assist millimetrici. In Nazionale fu un punto di riferimento assoluto, ma a causa di un suo clamoroso litigio col C.T. Møller-Nielsen non giocò gli Europei del 1992. E così, ironia della sorte, il giocatore danese del secolo, nonostante le oltre centro presenze in Nazionale non figura tra i protagonisti del più grande successo del calcio danese. Largo a sinistra KARL AAGE PRÆST attaccante della famosa prima linea della Danimarca che fece a fette la nostra Nazionale alle Olimpiadi del ’48, dove vinse la medaglia di Bronzo. L’anno prima era nella selezione del Resto del Mondo che affrontò gli Inglesi a Glasgow. Lo prese la Juve che ne fece un’ala sinistra efficace ed essenziale. Classe purissima, piedi raffinati. Sulla fascia era il terrore degli avversari che superava regolarmente, con un vasto repertorio di finte, dribbling e scatti, prima di arrivare sul fondo e sfornare assist al bacio che fecero le fortune di John Hansen col quale si intendeva alla meraviglia. Chiuse la sua avventura in bianconero con 51 gol in oltre 200 partite, vincendo due Scudetti.

Mediano di riserva JAN MØLBY, giocatore di grandissima tecnica e strabiliante visione di gioco ma in perenne lotta con la bilancia e per questo estremamente sottovalutato. Al Liverpool Bob Paisley disse che era il giocatore tecnicamente più dotato che avesse mai visto. Rigorista implacabile, suppliva alla scarsa vena podistica con una regia illuminata. Quand’era in vena, però, non c’era un pallone sul quale non s’avventasse. Il famoso gol allo United nel 1985 è la summa delle sue qualità. Sul finire degli anni ’80 era tra i migliori centrocampisti del campionato inglese. Spesso partiva quasi come libero avanti alla difesa, salvo poi proporsi in avanti scevro da marcature, il tutto secondo la filosofia del calcio olandese appresa nelle due stagioni all’Ajax. Cruyff lo voleva al Barça ma non se ne fece nulla, restò ai Reds vincendo due Campionati e due FA Cup, diventando uno degli idoli della Kop. Nonostante le sue 33 presenze, solo un’agguerrita concorrenza e le scelte di Piontek gli preclusero maggiori fortune in Nazionale.

A destra HELGE BRONÉE, attaccante senza fissa dimora. Era in gradi di ricoprire diversi ruoli, anche durante la stessa partita. Amava partire da lontano e, come si diceva una volta, far correre il pallone. Giocatore di grande personalità ma a volte eccessivamente bizzoso. Il Principe Lanza, presidente dal Palermo, lo volle a tutti i costi, pagandolo fior di quattrini. Nonostante il carattere divenne il faro dei rosanero. Si ripeté a Roma ma non alla Juve. Interno di regia, KARL AAGE HANSEN era un giocatore di ottima classe, perno della Danimarca del ’48, una selezione cui non sono stati riconosciuti i dovuti meriti. Dopo la vittoria sull’Italia e il Bronzo Olimpico lo prese l’Atalanta, dopo di che passò alla Juve dove con John Hansen e Karl Aage Præst diede vita ad un trio danese di tutto rispetto. Il primo anno in bianconero segnò 23 gol, poi si dedicò più alla costruzione del gioco e la Juve vinse lo Scudetto. Interno sinistro FRANK ARNESEN, il “Neeskens dei fiordi”. Palleggiatore fantastico, giocatore tecnico ed elegante. Superba la sua visione di gioco palla al piede e l’abilità con la quale sapeva inserirsi in avanti. Peccato per quei maledetti infortuni, soprattutto quello al ginocchio destro, che ne condizionarono fortemente il talento. Resta comunque una carriera di altissimo livello sia a livello di club, dove ha vinto sei Campionati olandesi ed uno belga, sia con la maglia della Nazionale. A sinistra l’imprendibile JESPER OLSEN, ala dal dribbling ubriacante, capace di saltare come birilli gli avversari facendo leva sulla velocità di piedi e su un repertorio di finte inesauribile. Dopo tre stagioni all’Ajax e due Campionati vinti si trasferì al Manchester United dove vinse una FA Cup nel 1985 senza però mostrare mai del tutto quelle qualità che ne avevano fatto una degli esterni d’attacco più forti in Europa agli inizi degli anni ’80.

 

CAVALLO PAZZO ELKJÆR

Centravanti, mai come questa volta davvero “di sfondamento”, è PREBEN ELKJÆR LARSEN autentico ciclone dell’area di rigore. Attaccante forte, veloce, tecnico, un puledro di razza che lanciato in velocità era inarrestabile, ne sa qualcosa la difesa della Juve alla quale segnò un gol senza una scarpa dopo una delle sue micidiali sgroppate. Fisico poderoso, sinistro potentissimo, impavido e sfrontato, fu tra i protagonisti dello storico tricolore del Verona nel 1985. Le sue discese a rete erano il terrore delle difese avversari. Trascinò la Nazionale danese fino all’ingiusta eliminazione in semifinale agli Europei del 1984. Quello stesso anno si piazzò terzo nella corsa al Pallone d’Oro, secondo invece l’anno successivo. Purtroppo per lui era l’epoca d’oro di Platini. In Danimarca però era un idolo incontrastato. A Messico ’86 segnò 4 gol in 4 partite venendo inserito nella top-11 del torneo. In riserva JOHN HANSEN, apripista della colonia nordica che invase l’Italia negli anni ’50. Si rivelò in quella fantastica formazione danese alle Olimpiadi del 1948 che prese a schiaffi l’Italia 5-3 con una sua roboante quaterna. Interno di punta micidiale nel colpo di testa. È stato senza dubbio uno dei più forti talenti sbarcati nel nostro campionato nel dopoguerra. Poco appariscente durante la gara ma terminale implacabile del gioco di squadra. Con la Juventus vinse due Scudetti segnando una media impressionante di 124 gol in 187 gare.

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