mercoledì 24 luglio 2019

Estadio Vivaldo Lima di Manaus, storia e leggende

Ospitiamo oggi sulla nostra pagina un bellissimo articolo del nostro giornalista brasiliano Davide Tuniz e follone della pagina. Un articolo sinceramente da non perdere.
Estadio Vivaldo Lima di Manaus, storie e leggende
di Davide Tuniz
(giornalista freelance brasiliano)

Il 5 Aprile del 1970, nonostante il caldo opprimente che lasciava i suoi illustri ospiti più interessati ai ventilatori che cercavano di smuovere l’aria umida che a ciò che accadeva sul rettangolo di gioco, il governatore dello stato di Amazonas Danilo de Matos Areosa, in una camera di ospedale, non staccava l’orecchio dalla radio, maledicendo il clima tropicale che gli aveva portato una polmonite acuta, costringendolo a disertare l’inaugurazione del nuovo stadio di Manaus, un’opera dalla genesi molto complicata, iniziata addirittura 12 anni prima, ma che finalmente vedeva la luce, con i suoi 50.000 posti (poi ridotti a 31.000) e l’omaggio all’avvocato e medico Vivaldo Lima, uno dei pionieri della diffusione del calcio in Amazzonia. In tribuna, accanto al suo posto vuoto, nientemeno che il presidente della Fifa Sir Stanley Rous e quello della Federazione Brasiliana João Havelange, in quel momento sorridenti e prodighi di foto ed abbracci, ma in realtà già in guerra per le elezioni alla Fifa del 1974 che videro proprio il brasiliano Havelange sconfiggere l’ex arbitro Rous. Ma questa è un’altra storia. In quel pomeriggio del 1970 gli occhi dei 36.826 spettatori sono tutti per le star che si affrontano sul terreno di gioco: il Brasile futuro campione del mondo e la selezione dei migliori giocatori del campionato amazonense, all’epoca torneo di buon livello, prima di conoscere il declino degli anni ’80. Arbitro Arnaldo César Coelho, che dirigerà la finale di Spagna ’82. In campo quei fenomeni che incanteranno il mondo pochi mesi dopo in Messico, compreso Pelé. Finisce 4-1 per il Brasile, con gol di Carlos Alberto Torres, Mário Vieira, Rivelino e ovviamente di O Rey. La partita principale venne preceduta da un pre-gioco tra le selezioni B, vinto anche questo 4-1 dal Brasile, con tripletta di un allora poco conosciuto Dadà Maravilha, che con questa prestazione si guadagnò il passaggio alla nazionale A, con cui vinse i mondiali ’70 senza mai scendere in campo, per veto, si dice, dell’allora Presidente, il generale Médici. Maravilha, terzo marcatore di tutti i tempi del campionato brasiliano, dietro Romário e Pelé, tornò a Manaus a metà degli anni ’80 per giocare gli ultimi spiccioli di carriera col Nacional. Dopo quella pomposa inaugurazione, in realtà, ve ne furono diverse altre nel corso degli anni a venire a partire da quella che a tutti gli effetti rese lo stadio agibile, col completamento di tutte le opere che quel pomeriggio del 1970 erano ancora da finire: il nuovo governatore Andrade re-inaugurò lo stadio nel 1971, con illuminazione, parcheggi e un tabellone elettronico con un torneo vinto dall’Atlético Mineiro in finale contro il Fast Clube, uno dei club più tradizionali della città. E prima della terza re-inaugurazione del 1995, proprio il Fast, l’otto marzo del 1980, portò al Vivaldo Lima, subito ribattezzato dai manauara “Vivaldão”, 56.890 persone, il maggior pubblico registrato, per ammirare quella specie di Harlem Globetrotters del pallone che erano i New York Cosmos di Beckenbauer e Carlos Alberto Torres. La partita fu uno scialbo 0-0, nonostante la presenza di tante stelle. Ma i Cosmos non furono il primo club straniero a calpestare l’erba del Vivaldo Lima: nel 1971 il Porto, in tourneè in Sud-America, vi giocò due partite contro il Nacional ed il Fast, davanti a 39.000 persone. Nel 1995, invece, per la nuova riapertura, con opere di ammodernamento considerevoli e la semina di un nuovo prato, con la stessa erba usata al Rose Bowl di Pasadena durante i mondiali ’94, ecco nuovamente la Seleção chiamata a onorare il nuovo look dello stadio, con un’amichevole vinta 3-1 contro la Colombia. Curiosamente, ma in tipico stile brasiliano, il nuovo tabellone elettronico arrivato anch’esso dagli USA, funzionò solo quel giorno. Secondo diversi funzionari e giornalisti, in realtà le opere del 1995, mal eseguite e super fatturate, portarono una serie di problemi strutturali allo stadio, soprattutto infiltrazioni, che trasformavano gli spogliatoi, nei giorni di pioggia, in vere e proprie piscine. Le pessime condizioni della struttura, che si deteriorava a vista d’occhio, ed il declino del calcio locale, con i clubs in costante crisi finanziaria, non in grado di permettersi l’affitto del Vivaldo Lima, portarono alla decisione, triste ma obbligata, di abbatterlo per costruire uno stadio nuovo di zecca in occasione dei mondiali del 2014. “E’ stato triste per tutti vedere il nostro glorioso stadio venire abbattuto – dice Oriovaldo Malízia che è stato l’ultimo responsabile della struttura – ma se non fosse stato per l’opportunità dei mondiali, oggi Manaus avrebbe uno stadio ridotto ad un rottame”. Oggi la moderna Arena Amazonas rispende con la sua struttura avveniristica sul luogo dove si costruì il “Colosso do norte”, come venne chiamato il Vivaldo Lima dalla propaganda del regime negli anni ‘70, un luogo che, quando venne scelto alla fine degli anni ’50 come sede del nuovo stadio, venne giudicato “pericoloso” per la presenza di serpenti e giaguari – era allora periferia estrema della città – e “troppo lontano perché le persone si interessino ad andarci”, motivo per cui, dalla posa della prima pietra nel 1958, lo stadio rimase solo nei sogni del governatore Areosa e dell'architetto Severiano Mário Porto, per 12 lunghi anni per vivere poi una vita “corta ma intensa” come disse il decano dei giornalisti amazonensi Arnaldo Santos.

sabato 6 luglio 2019

Europa League 2020, i confronti greco-ciprioti


di Vincenzo Paliotto 
La sfida in Europa League tra Aris Salonicco ed AEL Limassol in programma per il terzo turno preliminare di Europa League richiama alla mente tutti i confronti europei tra squadre greche e cipriote.

Apoel Nicosia 1977/78
Sull’asse Grecia-Cipro. Gli intrecci politico-calcistici tra la Grecia e l’isola di Cipro sono ovviamente intensissimi. I ciprioti vivono da sempre un rapporto viscerale con il governo di Atene, ancor di più da quando l’isola è purtroppo divisa per l’insediamento dei turchi nella parte a nord della stessa, creando tensioni politiche e sociali ormai da diversi decenni. Oltretutto tra il 1967 ed il 1975 la migliore squadra del campionato cipriota andava addirittura a giocare nel massimo campionato greco, come una sorta di premio, ma più che altro un asservimento a quella che era la Grecia dei Colonnelli, quella del colpo di stato che si era registrato poco dopo la metà degli Anni Sessanta. Tuttavia, tra tutte le partecipanti, soltanto l’Apoel Nicosia in una occasione riuscì sul campo a raggiungere la salvezza nell’Alpha Ethniki, nella stagione del 1973, piazzandosi al 14° posto, aiutato peraltro in maniera palese nell’ultima di campionato da una vittoria in qualche modo compiacente contro l’AEK Atene. L’Olympiakos Nicosia, invece con tre partecipazioni, è la squadra che vi ha preso parte più volte.
 A livello di coppe europee pertanto i confronti greco-ciprioti assumono un connotato politico e sportivo importante e spesso dagli esiti non scontati. Nel 1965/66, infatti, l’Olympiakos Pireo faticò non poco per eliminare nel primo turno della Coppa delle Coppe l’Omonia Nicosia, vincendo di misura sull’isola e poi pareggiando in casa. A Nicosia il gol decisivo fu di Polichroniou.

’77 la prima volta dell’Apoel.Tuttavia, un primo successo da parte dei ciprioti non tardò ad arrivare e nella Coppa delle Coppe del 1976/77 al primo turno l’Apoel Nicosia registrò la clamorosa impresa, mandando anzitempo a casa l’Iraklis Salonicco del talentuoso Vassilis Hatzipanagis. Dopo lo 0-0 di Salonicco, i gialloblu di Nicosia vinsero in casa con doppietta di Marcou e fu ovviamente grande festa. In quella stessa stagione in Coppa dei Campioni, però, al primo turno un’altra squadra di Salonicco, il PAOK, estromise l’Omonia Nicosia, pareggiando 1-1 a Cipro e vincendo per 2-0 in casa. Tra i marcatori del PAOK figurava nell’occasione anche Giorgios Kudas, che il regime tentò di accasare all’Olympiakos Pireo. La rivolta dei tifosi del PAOk lo tenne ancorato per sempre a Salonicco.
 Nell’88/89 in Coppa delle Coppe, invece, per la prima volta il Panathinaikos affrontò una squadra cugina, avendo la meglio sulla stessa Omonia (le due squadre hanno del resto il logo sociale molto simile), vincendo tutti e due i confronti. A Nicosia sbloccò il punteggio Mavridis.
Il quasi miracolo di Gmoch. Il doppio confronto più bello si registrò in ogni caso nella Coppa dei Campioni del 1992/93, quella in cui al primo turno si affrontarono l’AEK Atene e l’Apoel Nicosia. Ad Atene la squadra di Dusan Bajevic passò in vantaggio al tramonto del primo tempo con Alexandris, ma al 72’ Hadjluokas per gli ospiti pareggiò tenendo in bilico la qualificazione. L’Apoel era guidato la polacco Jacek Gmoch, grande conoscitore del calcio ellenico. A Nicosia l’AEK sembrò imporre il suo maggior tasso tecnico, andando in vantaggio due volte con il serbo Sabanadzovic e quindi con Dimitriadis, quando si era arrivati già al 71’. Poi il grande orgoglio dell’Apoel fece il resto. Segnò il bomber Gogic e poi Fasouliotis a cinque dal termine firmò il pareggio, che serviva a poco ma che tenne sulle spine i ben più titolati greci.  Lo stesso AEK del resto risultò particolarmente indigesto ai ciprioti anche nella Coppa UEFA del 2002/2003, ancora con una qualificazione rocambolesca degli ellenici. Ad Atene i gialloneri vinsero di misura, ma poi a Cipro la spuntarono proprio nel recupero, con un gol al 93’ di Nikolaidis.

Il logo dell'Anorthosis Famagusta
 Le grandi imprese dell’Anorthosis. Tuttavia, nella Coppa UEFA del 1996/97 l’Apoel Nicosia riuscì a ripetere l’importante impresa ancora una volta ai danni dell’Iraklis Salonicco, questa volta affermandosi con due vittoria sia in Grecia che a Cipro. Nel 1998/99 altri due confronti arricchirono questa grande sfida calcistica. Infatti, in Coppa delle Coppe il Panionios eliminò con due successi l’Apollon Limassol, mentre in Coppa dei Campioni l’Olympiakos estromise dalla competizione, non senza affanni, l’Anorthosis Famagosta. Proprio questi ultimi, ad ogni modo, furono i grandi protagonisti addirittura nella stagione dei Champions League del 2008/2009. Già nel 2002/2003 i biancocelesti avevano eliminato i malcapitati dell’Iraklis in Coppa UEFA, con protagonista proprio il georgiano Ketsbaja. L’Anorthosis è la squadra più antica di Cipro, fondata nel 1911, ma dal tempo ormai dell’invasione turca di Cipro del Nord è costretta a giocare a Larnaca, dove ha uno stadio proprio. Questo non gli ha permesso di non realizzare grandi imprese, come quella del 2008/2009. Alla guida tecnica c’era già da qualche stagione il georgiano Timur Ketsbaja, che aveva già vestito al maglia dello stesso club. Arrivato dalla Dinamo Tblisi, il campionato cipriota fu il suo trampolino di lancio per andare a giocare proprio in Grecia nell’AEK Atene e quindi in Inghilterra. Ma poi ritornò a Famagosta per fare l’allenatore-giocatore. Ketsbaja allestì una vera multinazionale del calcio, con francesi, portoghesi, brasiliani, ciprioti, un iracheno, un albanese ed anche giocatori greci, tra cui spiccava il nome di Traianos Dellas, Campione d’Europa con la Grecia nel 2004. Nei preliminari quell’Anorthosis diede un brutto dispiacere all’Olympiakos (vincendo 3-0 in casa grazie ad un’autorete di Torosidis e gol francesi di Sosin e Laban) e si qualificò per la fase a gironi. L’Anorthosis fu grande protagonista e vinse nettamente anche contro il Panathinaikos in casa per 3-1. Poi proprio i verdi di Atene con un gol di Karagounis negarono a Ketsabja e compagni addirittura un clamoroso passaggio del turno.

Omonoia Nicosia
 In quella stessa stagione in Coppa UEFA l’Omonia Nicosia realizzò un’impresa analoga, prendendosi il lusso di eliminare l’AEK Atene.  In Grecia decise a sorpresa il portoghese Cafù. A Cipro l’albanese Klodian Duro portò due volte in vantaggio i biancoverdi e due volte vennero raggiunti da Blanco e Pavlis proprio in extremis. Ma ormai l’impresa cipriota era stata firmata.

 Una vittoria a testa invece conseguono nella fase a gruppi di Europa League nel 2015/2016 nel loro confronto incrociato l’Apoel Nicosia e l’Asteras Tripoli. I ciprioti in casa vincono 2-0 con gol dell’argentino Cavenaghi e del brasiliano Carlao, ma con identico punteggio vengono ripagati della loro visita in Grecia.


martedì 25 giugno 2019

Copa Libertadores 2019, Historial Emelec-Flamengo. La notte di Figueroa

Esultanza di Figueroa contro il Flamengo
Il suo passaggio da Genova, sponda rossoblù, era stato fin troppo fugace, come del resto altre esperienze nella sua carriera agonistica. Il sussulto più brillante del resto lo avevo avuto nel 2003, ergendosi a capocannoniere del Clausura argentino del 2003 con la maglia del Rosario Central e con 17 pesantissimi gol. Nell'ultima giornata il Rosario aveva buscato pesantemente in casa dal Boca Juniors, che volava verso al vittoria del campionato, mentre Figueroa d'altro canto riusciva ad essere il tiratore scelto del torneo. Tra il 2006 ed il 2008, comunque, il buon Figueroa aveva realizzato 3 gol con la maglia del Genoa, mentre aveva lasciato un segno quasi di striscio anche con il Birmingham City, il Villareal ed il Cruz Azul. Tuttavia, Lucho Figueroa, argentino di Rosario, visse successivamente agli exploits con la maglia del Central la sua gloria nella notte sempre caliente di Guayaquil, all’Estadio George Capwell, casa dell’Emelec, gli electricos per intenderci, la squadra della compagnia elettrica. Avversario eterno del Barcelona di Guayaquil e spesso alla ricerca , ma con poca fortuna della gloria internazionale.

Ronaldinho nella morsa di Guayaquil
 L’avversario per l’occasione era nientemeno che il Flamengo guidato da Ronaldinho, che dopo la gloria europea, cercava successi e consensi importanti anche in Sud America. Era la Copa Libertadores del 2012 ed il Flamengo si portò avanti quasi subito in quella partita con una incursione fortunata di Leo Moura al 7’, che trovò il fondo della rete, sfruttando anche una malaugurata deviazione di un difensore. Gol che sembrava spianare una serata piacevole e quantomeno in discesa per i brasiliani. Figueroa, tuttavia, con una giocata aerea degna di nota però impattò una prima volta, accendendo gli entusiasmi del Capwell. Un pareggio momentaneo in quanto Deivid, altro bomber brasiliano prestigioso, sull’altro fronte siglò il gol di un nuovo vantaggio, prima dello scadere del primo tempo. E questa volta le sorti della partita parevano incanalarsi ancora verso le fortune del Flamengo. Ma Figueroa andò ancora ad impattare e per giunta nuovamente con un pregevole colpo di testa. Ad ogni modo, gli ecuadoregni non si accontentarono nemmeno del pareggio e a pochi minuti dal termine Fernando Gaibor dagli undici metri regalò all’Emelec una vittoria di grande prestigio. Il Flamengo all’interno di quel girone aveva vinto la gara di andata di misura, con gol di Vagner Love. Ma anche quella vittoria servì a poco, come la stessa vittoria nell’ultima partita netta per 3-0 ai danni del Lanus. Con una grande prova esterna infatti l’Emelec andò a vincere per 3-2 in casa dell’Olimpia Asuncion e guadagnando il secondo posto, utile, insieme al Luns per approdare alla fase successiva. Ad Asuncion il gol decisivo portava la firma di Josè Luìs Quinonez addirittura al 94’. Fu quella una pagina epica per la storia gloriosa dell’Emelec.

sabato 18 maggio 2019

Copa Libertadores 2019, Historial Internacional PA-Nacional Montevideo

La vittoria del Nacional Montevideo del 1980
di Vincenzo Paliotto
 E’ praticamente un derby o qualcosa del genere la sfida che da tempo mette di fronte i brasiliani dell’Internacional Porto Alegre agli uruguagi del Nacional Montevideo. Del resto Porto Alegre è la capitale del Rio Grande do Sul, l’ultimo degli stati brasiliani del perimetro di confine meridionale, che condivide i propri confini proprio con l’Uruguay. Questa sfida assunse connotati ancora più marcati nel momento in cui nel 1980 le due formazioni approdarono entrambe in finale, sancendo poi a sua volta per forza di cose alleanze incrociate: quelli del Gremio avrebbero per sempre appoggiato il Nacional, mentre quelli dell’Inter trovarono giusto conforto negli eterni rivali del Penarol. La finale dell’80 fu traumatica per i rossi dell’Internacional, che per la prima volta erano arrivati così avanti. Falcao era già stato ceduto alla Roma, ma avrebbe giocato ugualmente le finali, mentre tra i pali rinunciavano al paraguayano Benitez per far posto a Gasperin. Impressionante risultò però la massa dei tifosi che il Nacional si portò dietro fino in Brasile nella finale di andata: arrivarono a Porto Alegre ben 20.000 uruguagi. La gara non si schiodò dallo 0-0. Rodolfo Rodriguez arginò i tentativi brasiliani. Juan Mujica, titolato nel ’71 con il Nacional, aveva allestito anche una squadra con tanta esperienza in campo e caldeggiato qualche ritorno eccellente come quello di Morales. Il 16 agosto del 1980 poi il Nacional completò l’opera sul terreno di casa, imponendosi con un solo e decisivo gol al 34’ di testa di Waldemar Victorino, che non lasciò scampo a Gasperin. Il Nacional vinse il suo secondo titolo, l’Internacional invece visse un dramma profonda per quella sconfitta e per la contemporanea dipartita verso l’Italia di Falcao.
Fernandao tra i protagonisti del 2006
 Soltanto nel 2006 l’Internacional riuscì a lavare l’onta di quella sconfitta in una edizione che peraltro risultò la prima ad essere vinta dall’undici di Porto Alegre. Le due squadre in tal proposito si affrontarono ben quattro volte. Nel girone di qualificazione l’Inter vinse nettamente per 3-0 e quindi pareggio a reti bianche a Montevideo. I brasiliani conquistarono il primo posto, ma anche il Nacional passò il turno. Infatti, le due squadre si fronteggiarono nuovamente negli ottavi. Questa volta l’Inter andò a vincere per 2-1 in rimonta ala Parque Central a Montevideo, nonostante il vantaggio iniziale griffato da Vanzini. I brasiliani impattarono con Jorge Wagner e quindi il colombiano Renteria siglò il punto del definitivo 1-2. Bastò poi un pareggio a Porto Alegre, nonostante l’estremo difensore brasiliano Clemer venisse comunque severamente impegnato.

 Ma quella sfida registrò comunque una appendice clamorosa, in quanto il Nacional nella stagione successiva ancora si manifestò come la bestia nera dell’Inter, infliggendo a quella squadra una nuova e cocente sconfitta. Nonostante l’Internacional si presentasse a quel doppio confronto con il biglietto da visita di essere sia campione della Copa Libertadores sia Campione del Mondo, dopo aver battuto addirittura il Barcellona. Ma a Montevideo di fronte ai tricolores guidati da un giovane Godin, l’Inter crollò malamente per 3-1 e nonostante la vittoria di misura casalinga il club Campione del Mondo in carica non ce la fece a qualificarsi.

giovedì 16 maggio 2019

Copa Libertadores 2019, Historial Cruzeiro-River Plate

Cruzeiro-River Plate 3-2 1976
 di Vincenzo Paliotto
 E’ lungo il periodo di attesa per una vendetta, in particolar modo per quelli del River Plate al cospetto degli odiati brasiliani del Cruzeiro. Fu infatti la squadra di Belo Horizonte nel 1976 a negare ancora una volta la vittoria finale nella Copa a quelli del River e fu quella una bruciante sconfitta vendicata da parte bonarense soltanto con 39 anni di ritardo. I millionarios avevano già perso una finale nel 1966 per mano del Penarol e a distanza di dieci anni ne persero un’altra al cospetto dei brasiliani, secondi nel loro campionato e che non avevano mai vinto il trofeo. Ma al meglio dei tre incontri il Cruzeiro l’avrebbe spuntata a Santiago del Cile, grazie soprattutto ai suoi funambolici calciatori di punizione. Nelinho, un difensore che segnava su calcio piazzato come un attaccante, decise tra gli altri la partita di andata con un netto 4-1, timbrando il gol in apertura, poi arrivò la burrascosa sconfitta per 2-1 al Monumental in una partita molto dura, in cui lasciarono anzitempo il terreno di gioco el mariscal Roberto Perfumo e Juan Lopez per il River Plate e Jairzinho per il Cruzeiro per reciproche scorrettezze. A queste assenze per i millionarios si aggiunse quella di Daniel Passarella, privando gli argentini per la bella degli elementi fondamentali del pacchetto arretrato. Oltretutto nella finale di andata a Belo Horizonte l’estremo difensore Ubaldo Matildo Fillol riportò un brutto infortunio, venendo rilevato in quella e nelle successive partite dal suo secondo Landaburu. Il Cruzeiro invece assorbì in maniera migliore l’assenza di Jairzinho (nonostante la potenza offensiva del campione del mondo del ’70) e passò a condurre di due gol a Santiago del Cile, grazie ad un penalty di Nelinho e ad un tiro fortissimo di Edu Amorim (una vita praticamente al Cruzeiro). Il River trovò una forza insperata di accorciare prima le distanze con Oscar pinino Mas e quindi di pareggiare con Urquiza. Un pareggio contestatissimo, in quanto quelli del River batterono una punizione quando a loro detta l’arbitro doveva ancora fischiare la ripresa del gioco. A due dal termine poi Joaozinho sfoderò un calcio di punizione bellissimo che condannò definitivamente il River Plate. Al termine del match i vari Leopoldo Luque, Alejandro Sabella, Beto Alonso, Reinaldo Merlo e gli altri si suonarono botte da orbi con i dirimpettai brasiliani. La chiamarono non a torto Guerra de Chile. Il Cruzeiro dedicò quella Copa a Roberto Batata, morto qualche mese prima in un incidente stradale, proprio di ritorno da una trasferta in Copa Libertadores a Lima.

 
Esultanza di Maidana
La rivincita degli argentini, dopo altre sconfitte patite nella Copa Mercosur e nella Taca Havelange, arrivò soltanto nel 2015 all’altezza dei quarti di finale. Eppure il Cruzeiro vinse la partita di andata con un gol di Marquinhos al Monumental e pure quella volta pareva che il River fosse destinato a soccombere di fronte a quelli di Belo Horizonte. La squadra di Gallego questa volta però compì il miracolo e passò in maniera eclatante nel ritorno in Brasile. Gol in apertura di Sanchez e poi gran raddoppio di testa di Maidana, fino ad un mortificante 0-3 con un golazo di Teofilo Gutierrez  in casa della raposa. La vendetta era compiuta ed il River andò a vincere anche la sua seconda Copa Libertadores.

martedì 14 maggio 2019

I cannonieri del Boca Juniors in Copa Libertadores

Roman Riquelme, 25 gol in Copa
di Vincenzo Paliotto
 In tutto il continente soltanto l’Independiente può contare un palmarès all’interno della Copa Libertadores migliore, poi il Boca Juniors è tra le regine da sempre incontrastate della manifestazione. Ben 6 sono i successi complessivi e quasi altrettante le finali perse, in ogni epoca o quasi della competizione stessa. La storia del Boca Juniors, del resto, all’interno della Copa Libertadores è intensa e lunghissima. Così come la storia dei suoi bomber a livello continentale. Il primatista di realizzazioni con la maglia degli zeneises nella storia della Copa, comunque, non appartiene nemmeno ad un attaccante, ma ad un giocatore di estrema universalità e soprattutto di classe cristallina unica. Juan Roman Riquelme era cresciuto nel vivaio dell’Argentinos Juniors, una specie di cantera sullo stile Ajax ma sul suolo argentino (Maradonaland per scippare una terminologia opportuna a Martin Mazur), ma ha debuttato da professionista con il Boca, portandolo prima e dopo a vincere 3 volte la Copa Libertadores. La sua permanenza boquense fu intervallata da stagioni in chiaroscuro al Barca e a qualche altra di magia al Villareal, ma era in Sudamerica che Riquelme riusciva ad esprimere al meglio il suo calcio ricamato, efficace, ma ricco di colpi di estro che mandava in frantumi anche le rudezze dei difensori brasiliani ed uruguagi. Prima di chiudere la carriera all’Argentinos Juniors proprio, salvandolo dalla retrocessione in una gara interna contro il Douglas Haig. Ben 25 sono state le sue prodezze in Copa Libertadores, alcune di una pregevolezza inarrivabile, come i calci piazzati distribuiti sul fondo della rete altrui, in qualche occasione anche in quella dell’odiato River Plate. Il primo gol lo realizzò il 9 maggio del 2000 nella gara interna degli ottavi di finale vinta contro gli ecuadoregni dell’El Nacional per 5-3. La sua prima vittima il malcapitato Oswaldo Ibarra.
 
Martin Palermo a quota 23
A due lunghezze lo segue Martin Palermo, uno che al Boca è considerato per forza di cose un idolo e non potrebbe essere diversamente, dopo una tripletta e non solo rifilata al River Plate. Sembrava un film che non doveva avere mai fine per i seguaci della Bombonera.  Pescato nell’Estudiantes nel 1997, sembrava uno così di passaggio dalla Bombonera, invece ci è tornato per due volte da idolo, in quanto anche lui ha avuto poco feeling con la Spagna. Qualche buona cosa al Villareal, prima di fallire con Betis ed Alaves. Anche lui ha segnato il suo primo gol in Copa nell’edizione del 2000, per giunta contro il River Plate alla Bombonera il 24 maggio. Il Boca vinse per 3-0 ai quarti e gli altri marcatori di giornata furono proprio Riquelme e Marcelo Delgado.
 Già Delgado, altro funambolico attaccante che Carlitos Bianchi fece arrivare nel 2000 dal Racing Club Avellaneda, dopo che lo stesso si era ben disimpegnato con il Rosario Central ed il Cruz Azul. Nella medesima stagione del resto esplose anche Guillermo Barros Schelotto, che segnò uno dei gol più importanti in quel lungo cammino. Infatti, il Boca esordì con una sconfitta penosa a Santa Cruz de la Sierra contro il Blooming e poi tra le mura amiche superò a fatica l’Universidad Catolica de Chile per 2-1, con gol proprio di Guillermo e l’altro di Barijho. Così cominciò la lunga strada verso la gloria eterna boquense. Era stato prelevato nel 1997 dal Gimnasia La Plata ed arrivò a giocare nel Boca fino a 300 partite e a diventarne poi allenatore tra il 2016 ed il 2018.

Carlitos Tevez appena arrivato a quota 18
 Tuttavia, li ha agguantati in graduatoria recentemente Carlitos Tevez, tornato da qualche mese a Baires. Segnò il suo primo gol in Copa nel torneo del 2002 nel confronto diretto contro l’Olimpia Asuncion in un doppio confronto non proprio fortunato. Il match terminò 1-1 e poi il Boca perse di misura in Paraguay. Carlitos nel frattempo avrà ancora tempo, Atletico Paranaense permettendo, di migliorare il suo score personale. 

domenica 5 maggio 2019

Copa Libertadores 2019, Historial Cruzeiro-Emelec

L'Emelec del 1995 che arrivò fino alle semifinali della
Copa Libertadores
di Vincenzo Paliotto
 Le residue chance di qualificazione al turno successivo l’Emelec se le gioca su un campo senza dubbio non facile: quello dei brasiliani del Cruzeiro a Belo Horizonte, dove peraltro gli ecuadoregni ci hanno già giocato una volta nella storia della competizione. Tuttavia, l’Emelec, squadra nata nel 1929 come emanazione della compagnia elettrica nazionale agli ordini dello statunitense George Capwell, prova a raggiungere un traguardo non facile. Gli electricos nel 1948 furono la prima squadra dell’Ecuador a giocare il Torneo de Campeones, che era la diretta progenitrice della Copa Libertadores, mentre nel 1995 raggiunse le semifinali della Copa, battuto soltanto dal Gremio di Felipao Scolari che poi vinse il torneo. Era l’Emelec del tecnico uruguagio Juan Silva, di Cevallos, Candelario ed Hurtado tra gli altri.

 
Geovanni del Cruzeiro che risolse la sfida
del 2001
Un precedente al cospetto del nobile Cruzeiro comunque esiste e nel 2001 le due squadre incrociarono le proprie ambizioni in un girone di qualificazione, che comprendeva anche lo Sporting Cristal e l’Olimpia Asuncion. la gara di andata a Belo Horizonte non fu particolarmente fortunata per l’Emelec, che perso per 2-0 nei confronti d quella squadra pure allenata da Scolari, che aveva vinto in precedenza la Copa Libertadores con Gremio e Palmeiras, ma che non ci sarebbe riuscito con il Cruzerio. Dopo un gol alquanto clamoroso sbagliato dagli ecuadoregni, il Cruzeiro andò due volte in gol con la giovane rivelazione Geovanni, autore di due gol di puro opportunismo. Quelle prodezze con la raposa lo avrebbero poi portato ben presto al Barcellona in Spagna, dove tuttavia non mantenne le promesse dell’inizio di carriera. Anzi girò un bel po' per il mondo, passando anche dal Manchester City, ma senza grossi exploit.  A Guayaquil nel campo infernale dell’Estadio George Capwell l’Emelec provò a vincere la partita, ma il successo tra le altre cose gli venne negato anche da un arbitraggio non troppo favorevole. Il pareggio bastò comunque all’Emelec, che pure passò il turno venendo però bastonato dal River Plate. I biancocelesti vinsero a Guayaquil 2-0, ma persero per ben 5-0 al Monumental a  Buenos Aires. Decisivo sarà anche il risultato tra Huracan e Deportivo Lara, mentre il Cruzeiro è già abbondantemente sicuro del 1° posto nel girone.

mercoledì 1 maggio 2019

Oltre Maradona, i n. 10 del Napoli

Luis de Menezes Vinicio
di Vincenzo Paliotto
 Attila Sallustro. Quando arrivò in Italia la numerazione sulle maglie dei calciatori ancora non era stata introdotta, ma Attila Sallustro fu idealmente il primo n. 10 del Napoli. Attaccante funambolico e prolifico, accese le fantasie dei tifosi napoletani. Dal 1926 al 1937 realizzò ben 106 reti con la maglia azzurra in 208 incontri. Paraguayano di Asunciòn, fu il primo divo calcistico di Napoli. La città gli concesse tutto. La sua parabola calcistica si eclissò con l’incontro di Lucy D’Albert, una ballerina bellissima che pare lo distraesse troppo dal rettangolo di gioco.
Luìs de Menezes Vinicio. Ci mise appena 40’’ per farsi amare ed apprezzare dai tifosi napoletani. Tanti ne occorsero al suo esordio contro il Torino del 18 settembre del ’55 per segnare il suo primo gol. Dal 1955 al 1960 realizzò 69 reti in 152 partite con la maglia del Napoli. Per la sua grinta fu soprannominato “’o lione”. Poi emigrò al Bologna, ma in due occasioni ritornò a Napoli nelle vesti di allenatore. E non passò inosservato.
Amedeo Amadei. Aveva già speso gran parte della sua folgorante carriera tra l’Inter e soprattutto la Roma, la squadra del suo cuore. Del resto Amadei era di Frascati (detto il “fornaretto”), ma nel Napoli concluse una carriera straordinaria non sentendosi mai appagato. Il suo bottino azzurro fu di 171 presenze e 47 gol dal 1950 al 1955.
Enrique Omar Sivori. Sivori fu il più diretto e naturale predecessore di Maradona. Arrivò al Napoli dopo le diatribe juventine del ’65. Agnelli se ne privò a malincuore ed una folla di tifosi lo accolse a Capodichino. Fu il primo vero idolo genio e sregolatezza del calcio italiano. Per lui 76 presenze e 16 gol nel Napoli, chiudendo con una squalifica la sua prolifica carriera italiana. “Vide Omar quant’ è bell”, così piaceva dire ai tifosi azzurri.
Josè Altafini. Centravanti del Napoli dal ’65 al ’72, siglò alle falde del Vesuvio ben 97 gol, diventando un idolo del San Paolo. Dopo la partenza di Sivori, gli fu consegnata la maglia numero 10, che uno come lui onorava ampiamente. Dopo i trionfi al Milan, a Napoli vinse solo una Coppa delle Alpi. Protagonista di uno scandalo rosa per aver portato via al compagno di squadra Paolo Barison la moglie Annamaria Galli, che andò a vivere con lui sposandolo nel ’73.
Salvatore Esposito. Salvatore “Ciccio”Esposito da Torre Annunziata fu un numero 10 atipico, per intenderci non dottissimo tecnicamente e di grande fantasia. Tuttavia, dopo aver vinto uno Scudetto a Firenze nel ’69, divenne un punto inamovibile del Napoli dal ’72 al ’77 con 128 presenze e 6 gol. Vinse la Coppa Italia del ’76, il Torneo Anglo Italiano nello stesso anno e venne anche convocato in Nazionale Italiana.
Josè Guimaraes Dirceu. La sua permanenza a Fuorigrotta durò il breve arco di una stagione (83/84). Del resto dovette lasciare il posto ad un certo Maradona, ma quei mesi gli furono sufficienti per entrare nel cuore dei tifosi azzurri. Fu del resto l’uomo-guida di una sofferta salvezza del Napoli con 30 presenze e 5 reti. Ferlaino lo prelevò dal Verona, i cui tifosi gli dedicarono uno striscione poco piacevole: “Adesso sei uno straniero, vai a giocare nel continente nero”. Manca a tutti Josè, scomparso prematuramente in un incidente stradale nel ’95.
Gianfranco Zola.Gianfranco ConZolaci tu” scrissero un giorno al San Paolo i tifosi azzurri. Maradona era da poco partito e le speranze azzurre venivano legittimamente riposte in questo piccolo n. 10 sardo, capace però di cose strabilianti. Nativo di Oliena, nel nuorese, arrivò a Napoli dalla Torres. Giocò anche con Maradona, riuscendone persino ad emularne qualche numero di prestigio. 136 presenze e 36 gol complessivi in azzurro. Uno Scudetto ed una Supercoppa Italiana vinte.
Mariano Bogliacino. Il centrocampista uruguagio passa alla storia del club partenopeo per essere stato l’ultimo ad indossare la maglia numero 10 del Napoli, ritirata nel 2000 in onore di Maradona. Accadde al San Paolo il 18 maggio del 2006 nella finale di Supercoppa di Serie C1 contro lo Spezia. Bogliacino siglò anche un gol non sufficiente però per far aggiudicare il trofeo alla sua squadra.

Marek Hamsik. Il numero 10 sulle sue spalle non lo ha mai avuto, ma concettualmente è come se lo fosse stato nel Napoli degli ultimi anni. Talento e fantasia, conditi da numeri da fuoriclasse, hanno fatto di Marekiaro la vera stella della squadra con tutte le caratteristiche per avere il numero che ogni giocatore considera magico. Arrivato nel 2007, ha giocato 408 partite con 100 gol all’attivo. Ha vinto due volte la Coppa Italia (nel 2012 e 2014) e la Supercoppa Italiana (nel 2014).

martedì 23 aprile 2019

Copa Libertadores 2019, Gli artilheiros brasiliani nella Copa

Luizao con la maglia del Vasco nel 1998
di Vincenzo Paliotto
 Con la tripletta rifilata all’Huracan nell’ultimo turno della Copa il brasiliano Fred, con vasta esperienza alle spalle anche nel Vecchio Continente, si è assestato tra i primi migliori 10 marcatori brasiliani nella storia del trofeo. Ex dell’Olympique Lyon e con 38 presenze e 18 reti nella Selecao, l’attaccante del Cruzeiro ha raggiunto quota 17 reti, appaiandosi addirittura al 9° posto assoluto al grande Pelè. Fred ha debuttato nell’America di Minas Gerais e poi ha giocato in un primo momento già con il Cruzeiro, prima di partire per la Francia. Poi al ritorno in patria si è messo al servizio del Fluminense e dell’Atletico Mineiro. E’ stato anche 3 volte capocannoniere brasiliano ed in Copa Libertadores la maggior parte dei gol nella Copa li aveva segnati con la Flu. Tuttavia, Fred ha raggiunto Pelè, ma non è mai riuscito a vincere un’edizione della Libertadores de America.
Fred con la maglia del Cruzeiro
 A comandare la graduatoria assoluta è ad ogni modo Luizao con ben 29 centri e vincitore della Copa Libertadores con il Vasco nel 1998 e con il Sao Paulo nel 2005. Fu capocannoniere della Copa nel 2000 anche con la maglia del Corinthians, ma nonostante tutto in quella stagione non vinse il torneo. Lo segue con 25 gol Palinha che vinse la Libertadores nel 1976 con il Cruzeiro e con quella maglia mise a segno le sue prodezze continentali. Molto abile anche nei calci piazzati. Sul podio si piazza anche Celio Taveira con 22 reti, che però si mise in evidenza nella Copa con il Nacional Montevideo, che lo prelevò dal Vasco da Gama. Precede di un gol il grande Jairzinho, che ne ha segnati 5 con la maglia del Botafogo, 13 con quella del Cruzeiro con cui fu campione nel 1976 e 3 per lo Jorge Wilsetrmann, che lo assoldò per l’edizione del 1981.

 Quinto con 19 gol è Guilherme, idolo dell’Atletico Mineiro, con gol al servizio anche di Gremio, Vasco e Cruzeiro. Precede di una sola rete Tita, che vinse la Copa con due club diversi: il Flamengo nel 1981 ed il Gremio nel 1983 e poi si mise al servizio del Vasco. Al pari anche di Marcelinho Carioca, anche per lui 18 reti, di cui 11 con il Corinthians e 7 proprio con il Flamengo. L’ottavo posto è occupato da Ricardo Oliveira, idolo del Santos dei tempi più moderni. 

mercoledì 17 aprile 2019

Copa Libertadores 2019, l’exploit delle paraguayane ed il Cerro Porteno del ‘73

Il Cerro Portendo del 1973
di Vincenzo Paliotto
 In compagnia delle formazioni brasiliane le squadre paraguayane rappresentano al momento l’unica certezza concreta della fase a gironi della Copa Libertadores. Infatti, hanno staccato un tagliando valido per gli ottavi di finale già il Cerro Porteno ed il Libertad, mentre vanta altrettante concrete speranze anche l’Olimpia. Tutte e tre le formazioni di prestigio di Asuncion si sono affidati a bomber di lungo corso, ma di estrema prolificità. Nell’Olimpia infatti spopola ancora Roque Santa Cruz, tra le altre ex del Bayern Monaco e del Manchester City, mentre nel Libertad fa la sua parte Oscar Cardozo, gol a grappoli in carriera nel Benfica, affiancato dal giovane argentino 26enne Adrian Martinez, che ai tempi dell’Atlanta scontò anche 6 mesi di carcere nel suo paese per un equivoco su un’accusa poi rivelatasi infondata. Il Cerro Porteno, invece, si affida a Nelson Valdez, anche per lui un passato in Germania, e all’argentino Larrivey, un buon bottino di presenze con il Cagliari.
 Il Cerro Porteno è con l’Olimpia la squadra più amata ad Asuncion e quindi nel Paraguay, ma non ha raggiunto mai la finale della Copa, al massimo il suo cammino si è fermato nelle semifinali, come quando nel 1992 cedette di un solo gol di scarto contro il fortissimo Sao Paulo, nonostante i miracoli tra i pali del colombiano Mondragon. Inutile dire che quelli del Cerro Porteno soffrono della popolarità e dei successi internazionali dei cugini scomodi dell’Olimpia, che la Copa Libertadores l’hanno alzato al cielo in tre occasioni.

Remuntada epica
 Nel 1973, invece, si parlò per la prima volta di ciclonazo, da ciclòn il soprannome del Cerro Porteno, a livello internazionale. La squadra rossoblu arrivò al girone di semifinale dopo aver spazzato via gli eterni rivali dell’Olimpia per 4-2, in un match in cui i fratelli Maciel giocavano contro: uno per il Cerro che andò anche in gol e l’altro nell’Olimpia. Poi superò in casa anche le peruviane Sporting Cristal ed Universitario Lima. In semifinale l’accesso alla grande finale le era conteso dal Colo Colo e dal Botafogo. Incredibile fu la partita contro i brasiliani al Defensores del Chaco, anche perché il Cerro Porteno lamentava la grande assenza per infortunio di Saturnino Arrua, il grande n. 10 e finalizzatore della squadra, che maturò anche una grande esperienza in Spagna nelle file della Real Saragozza. Ad Asuncion il Botafogo andò avanti di due gol con Dirceu e Zequinha nel primo tempo e si sentiva quasi sicuro del risultato acquisito. Fu dopo l’80’ che accadde qualcosa di incredibile, la rimonta più bella nella storia nobile del Cerro. Gol di Osorio all’80’, pareggio di Ortiz Aquino all’82’ e gol della vittoria di Jorge Escobar all’83’. Ancora oggi si racconta di quella impresa nei vicoli di Barrio Obrero come una delle più belle nella storia. Contro il Colo Colo invece ottennero una vittoria larghissima per 5-1 ed una sconfitta altrettanto pesante per 4-0. Poi proprio il Botafogo nell’ultima partita si vendicò, sbarrando la strada al Cerro Porteno e consentendo la qualificazione al Colo Colo. Un gol per tempo di Dirceu e dell’argentino Rodolfo Fischer costrinsero il Cerro alla resa. 

venerdì 12 aprile 2019

Copa Libertadores 2019, gioie e dolori dell’Internacional

di Vincenzo Paliotto
 Dal punto di vista della matematica l’Internacional de Porto Alegre è stata la prima squadra a qualificarsi agli ottavi di finale della Copa Libertadores. La formazione gaucha del resto vanta un ottimo ruolino di marcia nelle sue partecipazioni alla Copa. Su 11 partecipazioni in ben 8 occasione la squadra rossa di Porto Alegre ha superato almeno il primo turno. Anche se poi i successi finali sono arrivati alquanto tardi ed abbastanza postumi a quelli ottenuti dai cugini gremisti. Infatti, L’Inter vinse per la prima volta nel 2006 e quindi doppio il successo nel 2010, intervallato da un Mondialie per Club ed un Copa Sudamericana.
 Fino a quel momento, infatti, più delusioni che gioie. Nel 1976 la squadra non superò neanche la fase a gironi, messo alla corde due volte dal Cruzeiro, mentre nel 1977 l’Inter approdò ai giorni di semifinale, ma ancora una volta battuto dal Cruzeiro ed umiliato pure dai venezuelani del Portuguesa.

Il 1980, invece, segnò l’anno del raggiungimento della prima finale in assoluto dell’Internacional, guidata in campo da Paulo Roberto Falcao, un brasiliano di gran classe ma atipico, che al momento di giocare la doppia finale era già in predicato di andare alla Roma. Il divino, cresciuto e realizzatosi in quella squadra, segnò anche 2 gol in quel percorso verso la finale: uno ai danni del Deportivo Galicia e l’altro con il Deportivo Tachira, le avversarie venezuelane del primo turno di qualificazione. Poi la finale svanì di fronte al Nacional Montevideo dell’astro nascente Victorino e fu quella una grande delusione per l’Inter.
 Delusione probabilmente quasi di uguali proporzioni maturata nell’edizione del 1989. L’Inter di Luiz Fernando e dell’uruguagio Diego Aguirre demolì anche il Penarol ed ebbe ragione del Bahia e poi in semifinale andò ad imporsi ad Asunciòn contro l’Olimpia di misura. La qualificazione sembrava cosa fatta, ma i paraguayani rimontarono e si imposero con un incredibile 2-3, guadagnando la finale contro l’Atletico Nacional de Medellìn.

 L’ultima cocente delusione arrivò poi nel 2015 di fronte agli inattesi messicani del Tigres, formazione di grandi tradizione diventata protagonista in quella Copa grazie ad un europeo, il francese Gignac. Un evento più unico che raro che un europeo sia stato grande protagonista nella Copa Libertadores. L’Internacionl di quest’anno si augura di ripetere i trionfi e non i tonfi della sua nobile storia.

lunedì 8 aprile 2019

 Gianluca Mazzini di Sportmediaset con grande piacere scrive una recensione per Obsesiòn por la Copa Libertadores di Vincenzo Paliotto.
  L’8 dicembre 2018 la Copa Libertadores celebra la sua finale più attesa. Il superclasico tra Boca Juniors e River Plate. Le due squadre argentine di Buenos Aires. La partita di andata era finita, in casa del Boca, in pareggio 2-2. Ma quella di ritorno non si riesce a disputare in Argentina per il clima di violenza che circonda l’evento. La rivincita delSuperclasico, tra le polemiche, viene spostata in Spagna, a Madrid.. Il giorno 8 dicembre il River alza la Copa al Santiago Bernabeu dopo aver sconfitto i rivali di sempre per 3-1. 
È la consacrazione di questo torneo che da continentale diventa globale sul modello della Champions europea. Come dimostra l’assegnazione del trofeo più importante del Sud America a miglia di chilometri dalla propria terra d’origine. Prezzi da pagare alla globalizzazione, anche calcistica. Ma questo è stato solo l’ultimo atto di una storia infinita che può essere considerata come un viaggio emozionale nel cuore dell'America Latina.

 La sempre propositiva casa editrice Urbone, attraverso la penna espertissima su questi temi di Vincenzo Paliotto, ci introduce in una lunga serie di accadimenti eccezionali, aneddoti, una pura commistione calcistica e spirituale per andare alla conquista della Copa più ambita di un continente, dove il calcio è una religione se non qualcosa di più. È questa una storia di trionfi, di campioni, di vittorie spesso impossibili, ma anche di cocenti delusioni, di intemperanze spesso feroci sia in campo che sugli spalti. Una historia della Copa Libertadores de America da vivere intensamente, da raccontare e far conoscere.


TITOLO: La obsesion de la Copa Libertadores
AUTORE: Vincenzo Paliotto
EDITORE: Urbone
PAGINE: 228
PREZZO: 14 euro


https://www.sportmediaset.mediaset.it/un-libro-a-settimana/un-libro-a-settimana-la-obsesion-por-la-copa-libertadores_1267031-201902a.shtml

domenica 7 aprile 2019

Copa Libertadores 2019, la rivelazione dell’Universidad de Concepcion

di Vincenzo Paliotto
 Ai nastri di partenza della Copa Libertadores in corso l’Universidad de Concepcion è la squadra con l’anagrafica più giovane. I gialloblu sono stati fondati nel 1994 (dipendenti direttamente dall’ateneo locale), anche se in qualche modo riprendevano le redini del Deportivo Concepcion, compagine in ogni caso non si è espressai mai oltre un livello di calcio minore nel panorama cileno. La formazione andina fino a questo momento risulta ancora imbattuta: vittoria con pirotecnico 5-4 contro lo Sporting Cristal nella gara di esordio e quindi due pareggi contro Godoy Cruz ed Olimpia Asuncion. In pratica i cileni conservano cospicue possibilità addirittura di passare il turno e sarebbe questo senza dubbio un traguardo a dir poco storico.
 L’Universidad de Concepcion ha vinto nella sua storia due volte la Copa Chile (nel 2009 e nel 2015), ma in nessuna occasione il campionato nazionale e quella in corso è la sua terza partecipazione alla Copa Libertadores, dopo l’esordio avvenuto nel 2004. Le iscrizioni, invece, alla Copa Sudamericana sono al momento tre, ma la formazione gialloblu è alla ricerca di un risultato di prestigio anche in ambito internazionale. Il suo rivale classico è rappresentato dagli acereros dell’Huachipato. Los del Campanil (dal campanile presente nel logo societario) debuttarono in Copa Libertadores a Torreòn in Messico in casa del Santos impattando per 2-2, ma per un pelo al termine del girone non riuscirono a qualificarsi.

 
Patricio Rubio
Eppure dalle parti di Concepcion si registra quasi sempre qualche episodio di notevole rilevanza. Nel 2003 in una gara di campionato il funambolico Mauricio Cataldo andò in gol direttamente con una rabona in una gara interna contro la Universidad de Chile. Una prodezza effettivamente rara e di improbabile bellezza. Nel 2004, invece, in un match valevole per la Copa Sudamericana a La Paz contro il Bolivar il portiere Nicolas Peric dell’Universidad realizzò direttamente da un calcio di rinvio, eguagliando una prodezza riuscita a pochi altri estremi difensori al mondo. Tuttavia, la prodezza più importante potrebbe rimanere quella di Patricio Rubio concretizzata proprio nella gara di esordio di questa Copa. L’attaccante cileno, infatti, è andato in gol per ben 4 volte al cospetto dello Sporting Cristal e la sua potrebbe essere una plurimarcatura in grado in questo momento di scrivere la storia. Rubio ha girato in carriera un bel po’ di squadre, affermandosi anche in Messico nelle file del Queretaro.

venerdì 5 aprile 2019

Il primato mondiale dei 91 gol di Messi nel 2012 e vari tentativi di recriminazioni

Godfrey Chitalu
di Vincenzo Paliotto
 Addirittura un investigatore venne assoldato dalla ZFA (Zambian Football Association) per mettersi sulle tracce di un record tanto ambito. Era successo che infatti nel 2012 Leonel Messi avesse realizzato ben 91 gol in un solo anno con la maglia del Barcellona (79 reti) e dell’Argentina (12) e che gli statistici e giornali spagnoli avessero gridato al primato assoluto mondiale. Fu un’euforia che durò lo spazio di poche ore, giusto il tempo che qualcuno facesse notare che tempo prima, precisamente nel 1972, un certo Godfrey Chitalu in Zambia di gol in un solo anno ne avesse realizzati addirittura 107. Bisognava stabilire in questo caso una credibilità però di quel primato, considerato che nel 1972 fosse difficile per chiunque ricostruire la stagione calcistica zambese e soprattutto contabilizzare i gol effettivamente da attribuire a Chitalu. Fu così che prese in mano le redini della controversia Jimmy Muchembe, che si arrampicò tra gli archivi polverosi di qualche quotidiano locale di Lusaka e provare a dare credito a quanto i sostenitori di Chitalu reclamavano. Il giocatore, che era anche un nazionale dello Zambia, era da pochi mesi passato dal Kitwe al Kabwe Warriors per una cifra importante per il calcio nazionale e si era messo a realizzare gol a raffica, passando tra diverse competizioni quali il campionato nazionale, la Castle Cup, la Coppa dei Campioni africana e quindi qualche altra rassegna locale, di cui si nutrì qualche dubbio sulla sua effettiva ufficialità. Oltretutto Chitalu realizzò due dei suoi 107 gol in due partite amichevoli seppur contro due squadre straniere come lo Sheffield United e l’Union Espanola, bloccate entrambe sull’1-1. Girando un po’ per l’esoticità di luoghi del calcio africano del tempo, Muchembe comunque stabilì che i gol validi per il primato erano 102 e non 107, ma comunque sufficienti per assegnare il primato a Godfrey Chitalu. Certo qualche dubbio continuava a permanere. Ad esempio il Kabwe non giocò mai in casa in Coppa dei Campioni, probabilmente il suo stadio non ne risultava a norma per quella competizione, così come qualche torneo era ritenuto non proprio ufficiale.
 Ma le recriminazioni della federazione dello Zambia non furono le uniche in merito. Anche il Flamengo attaccò il primato o supposto tale di Messi, in quanto il club carioca sosteneva che nel 1979 Zico di gol anche ne avesse segnati un bel po’, addirittura 89. In quella stagione infatti il campionato carioca visse di due edizioni, una classica ed una especial, e quindi particolari fortune del Flamengo anche nel campionato nazionale e con la maglia del Brasile. In tal caso, però al galinho vennero contestate più di una segnatura a livello ufficiale. Il Flamengo infatti vinse il Torneo Juan Gamper al Camp Nou e Zico segnò un gol al Barcellona ed un altro all’Ujpest Dozsa ed altri due gol li segnò nel successivo Torneo di Parigi.E’ usanza storica dei sudamericani conteggiare sia nei gol che nelle presenze anche gli amistosos e cioè le partite amichevoli, che chiaramente risultavano non validi per quel tipo di record.

 
Leo Messi
Ad ogni modo, Messi come detto, raggiunse quota 91 gol complessivi in 69 partite ufficiali giocate ed in tal caso mise a tacere anche le eventuali recriminazioni di Zico. La pulce distribuì le sue prodezze tra la Liga, Copa del Rey, Champions League e gli impegni con la nazionale. Fu il suo un record inattaccabile anche di fronte ai conteggi più elaborati e lontani nel tempo. Effettivamente colui che si sarebbe poi di più avvicinato nel tempo a quel record sarebbe stato nel 1972 il tedesco Gerd Muller, che arrivò a quota 85 gol, pur non avendo ancora vinto la Coppa dei Campioni. Il centravanti del Bayern Monaco ne segnò 72 con la sua squadra di club e quindi 13 con la nazionale che guidò alla vittoria nella Coppa Europa in Belgio.

giovedì 14 marzo 2019

Copa Libertadores 2019, Don Elias nell'incrocio Palestino-Internacional

di Vincenzo Paliotto
 Diventa quasi complicato trovare una collocazione temporale alla carriera di Elias Figueroa, probabilmente il difensore centrale più quotato nella storia calcistica dell’America Latina, la cui parabola agonistica si è dipanata lungo l’arco di oltre vent’anni, andando a riscuotere successi non soltanto nella patria cilena, ma anche il Uruguay e Brasile e poi nella NASL nordamericana. Tuttavia, Figueroa rappresenta l’eccellente doppio ex di turno nella sfida di Libertadores tra il Palestino e l’Internacional di Porto Alegre. Cominciò infatti la sua carriera nel Santiago Wanderers (dal 1964 al ’66) e poi, dopo un prestito all’Union La Calera (nel 1964), passò al Penarol Montevideo (dal 67 al 72) e quindi più tardi all’Internacional di Porto Alegre (dal ’72 al ’76). Vinse il campionato uruguagio in due occasioni e quindi il Brasileirao nel 1975 e nel 1976, proprio grazie ad un suo gol in finale contro il Cruzeiro, passato alla storia come gol illuminado, oltre a 5 affermazioni  consecutive nel campionato gaucho. Nel ’75 l’Internacional beneficiò anche dei 16 gol di Flavio Minuano che fu capocannoniere del torneo. Nel 1976, invece, la vittoria giunse in finale ai danni del Corinthians per 2-0. Dopo essere stato votato come miglior difensore alla Coppa del Mondo del 1974 ed aver vinto 3 volte il Pallone d’Oro sudamericano, nel 1978 approdò nuovamente in patria questa volta nel Palestino (dal 1977 all’80), vincendo il titolo nazionale e la Copa Chile e mantenendo imbattuto la squadra per 44 partite consecutive, record per il calcio nazionale. Nel ’77 nella finale di Copa Chile los arabes si imposero con uno spettacolare 4-3 ai danni dell’Union Espanola.  Fu artefice di quella impresa insieme a Messen, al bomber  Oscar Fabbiani, che era un naturalizzato argentino, ad Araya, Valenzuela, Rojas, Pinto e all’allenatore Caupolicàn Pena. Quindi, spese una stagione nella NASL nelle file del Fort Lauderdale insieme al peruviano Cubillas, mentre chiuse la carriera nel 1982 in patria con la maglia del Colo Colo, quasi come un omaggio alla squadra più popolare del suo paese. Nato a Valparaìso, aveva giocato poi 47 volte con la nazionale cilena, partecipando ai Mondiali del 1966, 1974 e 1982.

 E’ stato ritenuto da Pelè e da altri suoi avversari come il difensore centrale più forte di ogni epoca del calcio latinoamericano. Elegante nel disimpegno, ma anche di notevole stazza fisica ed autorevole negli interventi anche più delicati. In molti si ispirarono a lui anche nella rovesciata volante, detta la chilena, anche che lo stesso Franz Beckenbuaer ne fece il suo modello. Forse il suo unico neo fu una probabile connotazione politica in favore del regime sanguinario di Pinochet. Era in qualche modo detto el chico bueno del calcio cileno, dove bueno in questo caso suonava come un inquietante simpatia per la dittatura militare.

domenica 10 marzo 2019

Copa Libertadores 2019, la prima volta del Deportivo Lara

Deportivo Lara-Alianza Lima 2-1, 1966
di Vincenzo Paliotto

 Per la prima volta nella storia dello sgangherato ed economicamente fragile calcio venezuelano ai nastri di partenza della sempre più competitiva Copa Libertadores capitò che non ci fossero soltanto formazioni provenienti dalla capitale Caracas, ma bensì anche dall’entroterra. Per l’edizione del 1966, infatti, il Venezuela annotò come iscritte alla competizione, oltre che al Deportivo Italia, anche il Deportivo Lara, che avrebbe dovuto giocare le partite interne a Barquisimeto, in un impianto reso a norma proprio per quella manifestazione internazionale. Ad ogni modo, le perplessità per il club rossonero sussistevano in maniera principale per le gare che la squadra avrebbe dovuto affrontare in trasferta. Infatti, per quella edizione la fase a gironi raggruppava le rappresentanti di tre paesi ed in questo caso andavano  a fare compagnia al Venezuela il Perù e l’Argentina. Il Deportivo Lara dunque avrebbe dovuto viaggiare alla volta di Lima per giocare contro l’Alianza e contro l’Universitario, e quindi per Buenos Aires per affrontare Boca Juniors e River Plate. Le preoccupazioni erano quelle di raccogliere il maggior numero di bolivarianos possibile per sostenere quelle spese all’epoca quasi improponibili per un club di quella levatura. Intervenne dunque la politica locale con degli stanziamenti, così come intervenne un commerciante locale, di origine greca, tale Aran Pasayan, che in cambio dei soldi necessari ai viaggi d’oltreconfine i calciatori del Lara lo avrebbero aiutato a contrabbandare orologi ed altri oggetti di valore in Perù ed in Argentina in occasione delle partite. Ad ogni modo, nel suo debutto assoluto del 5 febbraio il Deportivo Lara impattò per 1-1 con i connazionali del Deportivo Italia e tre giorni più tardi addirittura superò per 2-1 l’Alianza Lima. Poi arrivarono le inevitabili sconfitte contro il Boca ed il River, mentre il 2 marzo la formazione rossonera sostenne la sua prima gara in trasferta nella competizione. I venezuelani riportarono una sconfitta con l’onore delle armi: 2-1 alla Bombonera contro il Boca. Il tecnico Gaetano Pinto non aveva seguito la sua squadra fino a Buenos Aires, avendo paura di viaggiare. Il Deportivo Lara non si qualificò, ma giocare all’estero la si poteva ritenere già una vittoria.
Universitario Lima-Lara 1-0, 1966

lunedì 4 marzo 2019

Copa Libertadores 2019, Historial Alianza Lima-River Plate

1966: Alianza Lima-River Plate 0-2
Victor Zegarra non riesce a tarfiggere gli argentini
di Vincenzo Paliotto
 I detentori del River Plate debuttano in Copa Libertadores sul campo infuocato dell’Alianza Lima, formazione peruviana nata nel 1901 e tra le più blasonate del paese andino, che i millionarios hanno già affrontato in passato due volte nel corso della manifestazione. Il consuntivo delle sfide vede nettamente in vantaggio gli argentini con 3 successi complessivi ed un pareggio.
 Le due formazioni incrociarono le proprie ambizioni per la prima volta nel 1966, registrando a Lima la vittoria esterna del River Plate per 0-2, grazie ai gol di Daniel el fantasma Onega e dell’uruguagio Matosas, già vincitore qualche anno prima della Copa con la maglia del Penarol e da poco approdato da Montevideo. Qualche difficoltà maggiore, invece, riscontrò la formazione di Buenos Aires proprio nell’incontro casalingo, che vinse per 3-2 soltanto dopo un’altalena di gol anche abbastanza avvincente. Vantaggio del River con Loayza (peruviano cresciuto nel Ciclista Lima e con 2 presenze e 2 gol all’attivo nel Barcellona) e primo pareggio peruviano di Victor Zegarra, quindi nuovo vantaggio di Onega e nuovo pareggio di Zegarra, prima del definitivo 3-2 a quattro dal termine firmato da Roberto Zywica,  giovane del vivaio, che poi avrebbe vantato esperienze francesi con Gazelec Ajaccio, Tolosa, Troyes e Stade de Reims. Nello stesso match nella ripresa un giovane Hugo Gatti avrebbe avvicendato tra i pali il più esperto Amedeo Carrizo. Quel River arrivò alla finale, perdendola, mentre l’Alianza Lima uscì di scena senza mai lottare per il passaggio del turno.

 Nel 1998, invece, si registrò il secondo dei confronti e l’Alianza, almeno nella gara di andata, sfiorò il colpaccio. Vantaggio nella ripresa di Waldir Saenz e quindi pareggio quasi immediato del colombiano Juan Pablo Angel, grosso puntero del River. Tra le curiosità da registrare che la partita fu arbitrata da un certo ecuadoregno Byron Moreno, che eliminò di fatto l’Italia dai Mondiali del 2002 in Corea e Giappone. Poi al Monumental l’Alianza perse per 2-0 con gol di Pablo Aimar e Dario Figueroa.

giovedì 28 febbraio 2019

Copa Libertadores 2019, Historial Flamengo-Penarol

Jair al momento di calciare la punizione decisiva
di Vincenzo Paliotto

 Il trionfo ottenuto alla sua prima partecipazione assoluta in Copa Libertadores nel 1981 portò senza dubbio tanta gloria alla storia del Flamengo (a quanto pare la squadra con il primato di tifosi in Brasile), ma al contempo gettò probabilmente anche una grossa maledizione nei confronti del club flamenguista, che poi in seguito avrebbe sempre stentato nella grande competizione. Anzi ottenendo in qualche caso anche più di una bruciante sconfitta. Così come accadde nell’edizione del 1982, quella in cui per intenderci il Flamengo si presentava ai nastri di partenza con il titolo di detentore, approdando direttamente ai gironi di semifinale, in compagnia peraltro del River Plate e del Penarol. Proprio nei confronti della formazione uruguagia i brasiliani rimediarono due cocenti sconfitte di misura, venendo estromessi dal torneo. Al Centenario di Montevideo in una bolgia autentica la gara fu decisa in seguito ad un’incertezza di Cantareli da un colpo di testa di Ernesto Vargas, uno dei pochi (lo aveva preceduto soltanto Luìs Cubilla) a vincere la Copa Libertadores sia con la maglia del Penarol che del Nacional de Montevideo. In precedenza Gustavo Fernandez aveva salvato su una gran punizione angolata di Zico, mentre Nunes a sua volta si era divorato il gol del vantaggio proprio giunto al cospetto del portiere avversario. Nel match di ritorno la sconfitta per il Flamengo fu ancora più severa. I brasiliani agli ordini del giovane tecnico Carpeggiani (ex-giocatore del club stesso) erano scesi in campo con: Cantareli, Lenadro, Marinho, Junior, Figuereido, Tita, Zico, Adilio, Lico, Andrade e Nunes. Il Penarol rispondeva con: Fermandez, Morales, Olivera, Diogo, Gutierrez, Bossio, Vargas, Jair, Saralegui, Walkir Sila e Fernando Morena. Gli uruguagi difendevano duro con Bossio e Gutierrez, che poi sarebbe approdato al River Plate vincendo la Libertadores nel 1986 e poi alla Lazio, ma colpirono in maniera magistrale su un calcio di punizione perfettamente calciato da un brasiliano del Rio Grande do Sul tale Jair, ex dell’Inter de Porto Alegre e del Cruzeiro, che si inventò una traiettoria imparabile in un Maracanà pieno ed alla fine ammutolito. Il Flamengo venne dunque clamorosamente eliminato, mentre il Penarol costruì la sua strada verso il successo finale ai danni del Cobreloa. proprio Jair che nel 1980 aveva perso la finale con la maglia dell’Internacional la andò a vincere con quella tigrata del Penarol.