giovedì 21 aprile 2016

El Clasico Tapatio


di Vincenzo Lacerenza

Nel 1955, la Copa Oro de Occidente, una manifestazione pensata per colmare la finestra temporale intercorrente tra la fine della Primera Division e l'inizio della Copa Mexico, era alla seconda edizione. Presero parte, come imponeva la formula e come sottointendeva l'eloquente denominazione, compagini dell'Occidente, per lo più formazioni appartenenti provenienti da Jalisco, Guanajuto e Michoacán . In finale ci arrivarono Chivas e Atlas. I rossoneri avevano dominato il torneo di Segunda Division, centrando la promozione, mentre il Rebaño Sagrado era arrivato secondo, sfiorando la vittoria del titolo. Al Parque Oro, gremitissimo, c'erano vecchi conti da regolare. I Chiverios avevano il dente avvelenato. Quattro anni prima, esattamente il 21 Aprile 1951, infatti, l'Atlas aveva conquistato il suo primo ( e finora unico) titolo messicano proprio sotto il naso degli acerrimi rivali, battuti grazie ad un rigore trasformato dal costaricense Edwin Cubero. Il Chivas non aveva mai dimenticato quell'affronto. Soprattutto il portiere, Jaime Gomez, se l'era legata al dito. Quel 24 Aprile del 1955 intravide la possibilità della vendetta tanto bramata. Al timone del Rebaño sagrado c'era Josè Maria Casullo. Erano quelli gli anni in cui il Chivas s'era guadagnato la poco lusinghiera nomea di eterno secondo. Un fatto che aveva scatenato le ironie dei tifosi avversari, i quali per sottolineare questa attitudine endemica dei biancorossi, s'erano ingegnati e avevano coniato irriverenti apodos per sbeffeggiarli: spopolava, ad esempio, il "Ya Meritò", molto gettonato soprattutto tra gli hinchas dell'Atlas. Per invertire la rotta, l'argentino aveva cominciato a lavorare sui giovani, plasmando quella covata di talenti che in poco tempo avrebbe portato il Chivas a maramaldeggaire in patria, traghettandolo verso l'epopea del "Campeonisimo".


I biancorossi erano affamati e dopo sette giri di lancette conducevano addirittura per tre reti a zero. Al quarto d'ora, poi, il Chivas aveva pure servito il poker. Dall'altra parte della cancha, praticamente inoperoso, Jaime Gomez veniva bersagliato dagli insulti dei tifosi rojinegros, frustrati oltremodo dal pesante risultato che stava maturando in campo. Gomez, che in gioventù era stato un discreto cestista, oltre che eccellente pallavolista, se la rideva di sottecchi. Era particolarmente portato per il volley. Pare che già a quindici anni colpisse la palla con una violenza inaudita, tanto che all'immaginifico giornalista di "El Informador", Fernando Cortes, pareva che lo facesse servendosi di un tubo di ferro. Era in quel momento che era nato il mito del "Tubo".


Basket e volley ne avevano fortemente temprato lo stile. Quel giorno, però, non aveva avuto modo di sfoggiare tutta la sua eleganza: nessuno finora era stato capace di impensierirlo. C'era solo quel fastidioso ronzio che gli fracassava i timpani e che non vedeva l'ora di scrollarsi di dosso. Fumantino, decise di farla pagare a chi lo stava schernendo gratuitamente. Iniziò a ballonzolare sulla linea, facendo volteggiare armoniosamente le braccia, ma ben presto constatò la non riuscita dell'esperimento: il balletto non aveva suscitato alcuna emozione ai tifosi dell'Equipo del Paradero che, imperterriti, continuavano a dileggiarlo. Fu in quel momento che gli venne l'illuminazione. Strappò dalle mani di un tifoso alle sue spalle una copia sgualcita di Memin Pingüin, iconica rivista messicana di historietas, si accovacciò vicino al palo destro, appoggiandosi per stare più comodo, e, come se fosse stato nel salotto di casa, iniziò beatamente a sfogliarla, provocando l'indignazione dei rivali. Tuttavia, trascorso qualche secondo, "El Tubo" scattò in piedi come una molla e tornò ad essere il guardiano dei pali biancorossi: il siparietto aveva sortito gli effetti sperati. Nella ripresa, alle reti di "Mellone" Gutierrez, "Chuco" Ponce, e la doppietta di "Dumbo" Lopez, si sommò il sigillo di Panchito Flores. La manita era completata. Il Chivas aveva trionfato per la seconda volta consecutiva in Copa Oro, e Jaime Gomez, anche se ne era inconsapevole, si era appena consegnato ad imperitura memoria.

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